La mente musicale

Michele Ranchetti
(Milano, 1925 – Firenze, 2 febbraio 2008)
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“Rifugiati nelle cose che restano
dopo di te e contro la tua morte:
vegliano la tua vita e ne sono
del tutto estranee. Non ti sanno
e per questo ti conserveranno.”

(Verbale, 2001)

Michele Ranchetti

Da La mente musicale (1988)

 

Non abbiate un amico sulla terra
che dovete lasciare, sulla soglia
non trattenetevi oltre, la partenza
sia violenta ed irata.

Alla resa dei conti tu solo
parlerai per te stesso ed in tuo nome
ti loderai scusando le occasioni
che ti hanno vinto: tutti
ti parleranno contro a voci alterne
e tanto ostili quanto più ne temi
l’intelligenza della tua natura.

Giobbe paziente e ostile
vinto ti è accanto.
Non l’hai lodato, solo in te riposa
vinto, l’assalto.
le membra ricongiunte
nel tuo corpo intatto
vive diviso e indifferente.

Il suicidio in me vive
e nella calma innaturale e lenta
si è ridestato
alzandosi sui gomiti
sorgendomi alla spalle:
ecco io assisto alla lotta
fra morte giusta e ingiusta
ed è la prima un letto,
dopo la mente e il corpo a lungo vivi,
dove supino calco il mio cadavere;
l’altra, morte illegittima,
è una frode violenta.

Nacqui felice e subito mi tolsi
all’affetto dei cari
con arroganza. Disperati li vidi
non chiamati, distinti dai viventi
per una traccia di pietà dolente,
avviarsi alla morte.

Mai ho vissuto felice nell’infanzia
già conoscendo il male di conoscere
prima del tempo. Me per me, in me stesso
dentro di me.

 

*

 

Prima di morire una creatura vive
differente. I cari prendono il largo
come navi create dal mare
da cui sta per salpare. I cari
hanno un destino, chi muore
non ha presente. Che dire, a chi
rivolgere lo sguardo, quale
certezza aggiungere a quel soffio
che viene meno e somiglia
tutta la vita?

Tutta la vita adulta
ho vissuto tra voi, prima ho spiato
da madre il figlio, poi
cresciuta entro di voi,
libera vi ho fatto grandi,
mentre senile all’apparenza,
vivo infantile innamorati cieli
da cui piombo come falco del lago
sopra di voi entro le vostre case
e conduco
a morte i grandi, a gioventù i bambini.

Sono nel letto di dolore per voi, sorrido
e fingo di morire: voi siete inginocchiati
come a un presepio e sono io il bambino
su cui me stessa veglio.

Non crede di morire e si allontana
il suo corpo dai cari, distrae
ora il suo tempo gradualmente
acquistando altro tempo per se stessa.

Vi rivedo di nuovo, eccomi a voi,
che mi guardate mentre sono sottile
filo di trama che mi avvolge.

Luce porgo al mio occhio per vedermi,
porgo forza al mio dire
verso a me stessa la vita
con sapiente prudenza: e paura: accanto alla mia morte
tutti avete l’età che fu già mia
oltre la quale io mi accingo
con prudenza e paura: sulla soglia
della vita di voi s’apre la mia.

Ciglia socchiuse, palpebre abbassate,
ecco il respiro che si fa lieve, un soffio
tutto è pronto a morire, il piede,
la mia mano… Benedetto mio corpo.

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