Salterio muto

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Domenico Lombardini

 

Qualcuno, qualcosa (salterio muto)

 

Dov’è l’io, lascialo
esangue: nulla vale
battere sentieri
scoscesi e inutili.
Mettersi a parte
di una storia marginale,
posarsi su oggetti
piccoli e netti, degni
d’essere fatti.

 

*

 

Cercare parole d’una sfumatura
netta, categoriche nella loro
polisemia, cocciute a essere
conchiuse, più magma che pomice,
gettate perché nascenti già
esposte alla loro consumanda
fine, mimetiche di una morte
più che promessa, congenita:
dimentico e innocente spirare!

 

*

 

Troppa luce è pretesa
quando agli occhi
gravosa è già la penombra.
Accalorarsi e rabbonirsi
per un nonnulla, farsi
piccole eminenze esangui,
segni tangibili di miseria,
perverso, unilaterale cogito,
volontà di fare male;
e “il cane è tornato al suo vomito”.

 

*

 

Dica qualcuno,
un labbro serrato
destato a pietà,
dischiuda aiuto,
verbalizzi salvezza,
prometta eccezione:
alla ferrea norma,
all’implacabile “no”,
risponda, risponda!

 

*

 

Qualcuno, qualcosa
è venuto, e andandosene
ha lasciato un sigillo
di sangue. Un segno cifrato
al mondo è parso il suo intendimento.
Perché al mondo
è stoltezza che l’acqua
non si getti nei più facili
anfratti e che alla violenza
non ne segua il centuplo.
Qualcuno, qualcosa
è venuto – ricordi? – lasciando
eredità di sconfitta: come l’acqua,
preferimmo la gloria agli sputi.

 

*

 

Qualcuno, qualcosa
protegga pietoso,
distrugga la ragione dei forti,
preservi la balbuzie
degli stolti:
al loro tuono di teatro
buffo, gracidando oscenità,
qualcuno, qualcosa conservi
quelle note, quei corpi
divaricati e inchiodati,
segnacoli inintelligibili
d’innocenza, vittime
per tutti espianti.

 

*

 

La saggezza del mondo
è oggi negazione
fondata sul nulla,
assurta a insegnamento
ultimo e definitivo,
segno mirabile di progresso.
Del negato affrancamento
dal dolore, della sottratta
promessa di redenzione
è fatto vanto: la scrofa
si avvoltola compiaciuta
nel suo stesso sterco.

 

*

 

La natura geme
nell’attesa smisurata
di un negato esaudimento.
Negare è erigere un idolo
grosso. Qualcuno, qualcosa
si degni di distruggere
gli adoratori del nulla:
pochi brandelli sfuggiranno
alla gola del leone?

 

*

 

Qualcuno, qualcosa
protegga sempre la mia terra;
ché si ama solo la prossimità,
il suolo calpestato.

 

*

 

La mia lode franta,
non aggetta, non prorompe,
dalle lebbra, ma nascendo
muore, nella bocca, perché
qualcuno non c’è, cui rivolgerla.
Ma la lode rimane,
infranta, senza oggetto
si volge in dismisura,
ha in odio la luce,
rifugge nettezza,
si compiace del torbido,
si dibatte in ciò che più
invischia, sragiona
su se stessa, denuncia
l’incapacità di restituire
un senso, si incrosta di neuroni,
si compiace dell’intelligenza,
della ricorsione dell’algoritmo:
corruptio optimi pessima.

 

*

 

La mia casa è
stretta ai fianchi
dai nemici, mia moglie
è un otre rinsecchito,
i figli sono persi,
il vomero vivifica
brulicare di vermi,
il mio occhio lattiginoso
non vede a due metri,
il passo non sostiene,
il riposo non ristora.
Non vedi, non vedi?
Non vedi il dolore
che inebetisce,
la piaga che suppura,
il rancido che fiorisce?
Qualcuno, qualcosa
verrà a restituirci la vita,
a lenire le sofferenze,
a metterci una mano sul capo,
uno a uno, in questo corpo,
a dirci potentemente thalita kumi?
Sarà bastante l’esatta,
insperata restituzione?

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