Non tengo i titoli

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[E’ con immenso piacere che vi presentiamo l’introduzione e due testi poetici di “Non tengo i titoli”, opera prima di Contadino Della Sua Terra. Conteso da alcuni tra i più grandi e influenti gruppi editoriali italiani, egli ha saputo e voluto resistere alle loro lusinghe e, riconoscendo in noi quella naturale vocazione agricola che ovunque e in ogni tempo sempre distingue e accomuna gli spiriti liberi e inapparenti, ci ha scelti per editare in uno dei nostri “Quaderni” il suo mirabile prosimetro. Inutile dire che oggi realizziamo, con la sua presenza qui, un sogno che coltivavamo da sempre.]

 

Quando non tenevo ancora la macchina
(l’introduzione)

     Quando non tenevo ancora la macchina e non tenevo nemmeno la motocicletta, che mi sono preso la tosse tanta volte, co’ quella, tenevo il cavallo e la carretta, che, molti lo sapete, si chiama sciaraball, per arrivare dal paese a la terra, che, prima, era di mio padre e, mo’, dico che è la mia, ma la verità è che non è vero: ché io sono il suo. Ci volevano 4-5 ore, mo’ no mi ricordo nemmeno più, per fare 45 chilometri, che erano la distanza. E non mi potevo mettere a fare la strada tanto spesso; prim’anzitutto, stava sempre da fare in mezz’alla terra, eppoi, o, e poi distaccato, non tenevo molte cose da fare nel paese, pure che una mi piaceva, ma stavano sempre nu sacco di parenti, pure i fratelli piccoli, certe volte, che non me la facevano mai vedere da sola, e, perciò, era come se stavamo fidanzati, che, poi, quand’arrivava che ci eravamo sistemati un poco e tenevamo un poco più di libertà, ci potevamo inguaiare bene, come abbiamo fatto veramente. Qualche volta, vi racconto pure questo fatto.
     Perciò, potevano passare tre, quattro settimane, da un’andata e una venuta e un’altra; e mi dicevano pure dietro, che non tenevo tanta desiderio di lavorare e che mi stavo sempre al paese, col vestito buono, che poteva tenere una otto anni, e tenevo le mani e il collo pulito, com’a uno che faceva un altro mestiere. I vecchi più anziani, specialmente, dicevano così e, devo dire la verità, non mi ho mai spiegato come avevano fatto, che l’avevano pensato, ché a me mi sembrava che lavoravo assai e ero uno co’ la testa seria. Forse, può essere che, quando uno nasce più dopo di un altro, diventa uno che sembra che tiene la testa calda, come la tiene la tiene veramente; e tu, ti puoi sforzare come vuoi, sempre uno che il padre era cento volte meglio, rimani. Ma no m’interessava tanto, che mi parlavano dietro. Anzi, mo’ che ci penso un poco, speriamo che non divento pure io troppo antico, mi ricapita anche a me di pensare che tanta giovani valgono più poco dei padri loro, che erano amici miei, prima.
     L’inverno, specialmente, che si faceva sera più subito e no’ potevi fare niente più, in mezzo alla terra, ché non si vedeva niente, che non tenevamo nemmeno la corrente, e ti potevi fare solo male a qualche parte, che quanta sfreggi m’ho fatto non ve lo potete immaginare, meno male che mi guarivo subito senza medicine, co’ lo spirito e un fazzoletto stretto, ma qualcheduno, a confine con me, mo’ che mi ricordo, ha passato i guai veramente, chè si credeva che si poteva guarire, senza punti, pure che se ne veniva ‘na mano sana, mi ritiravo dentro, e mi chiudevo bene, e mi stavo un poco di tempo, prima che me n’andavo a dormire, a parlare co’ i pensieri che mi venivano. Penso che, più di una volta, meno male che non ci stava nessuno, ho pure parlato da solo, come se ci stava qualcuno che ci facevamo due chiacchiere. Mo’ mi viene da ridere, ché tengo la televisione e la radio; e il compiuter, pure che non lo so usare bene, ma prima no’ ridevo proprio per niente, chè certi pensieri che mi venivano a trovare mi facevano toccare i nervi veramente. Può essere che pure l’età non mi fa pensare più com’a prima, ma certamente la televisione e il tempo, che non ce l’ho più, non mi fanno pensare assai.
     Ma pure la stagione, arrivat’a ‘na certa oraria, non facevo niente più, ché mi sentivo stanco, e mi ritiravo nella casa. Mi veniva, qualche sera, lo scrupolo che, come mi dicevano dietro al paese, potevo fare ancora qualche cosa piccola, ma mi sentivo troppo stanco, ché dalla mattina alle cinque, che stavo all’in piedi, certe giornate, non mi fermavo nemmeno un poco per mangiare un mozzico di pane col formaggio e l’olive che faccio io, che sono buone veramente…… Che poi…. Chi l’ha visti, veramente, che loro lavoravano più assai?! Io tenevo una forza normale e non mi sentivo che lavoravo poco; e pensavo, no sempre, che chi mena la sentenza a l’altri, e dice che lui era meglio, prima, nessuno lo può dire niente, ma che non può essere che quelli di prima erano sempre più megli e quelli di dopo, più peggi.
     I giorni passavano svelti; anzi, mo’ posso dire che so’ passati troppo svelti, ma quand’era scuro, pure se non me n’andavo a dormire presto, il tempo, dicevo io, si voleva riposare un poco pure lui; e correva più piano. Tenevo ‘na radio, che non si capiva niente ché diceva, con le batterie che pesavano nu quintale l’una e stavano sempre scaricate, ché mi dimenticavo tutte le mattine che le dovevo comprare nuove, ma, tanto, il tabacchino stava ancora chiuso; mi sentivo sempre una musica che si chiamava radio Tirana. Parlavo col gatto, che la sera si ritirava co’ me, mentre facevo qualche servizio, ché certe volte, quando ci stavano da fare molte cose fuori, la casa faceva schifo veramente e meno male che la pelle stava abituata e non si faceva rossa e, nemmeno, mi veniva il prurito, come i bambini di adesso, che ce l’hanno subito, come nascono.
     Certe volte, che, per la troppa stanchezza, non prendevo sonno, la capa se n’andava un poco e mi mettevo a fare certi ragionamenti da solo. Non mi piacerebbe a dire certi fatti che non sono precisi, che, veramente, non mi ricordo bene, ma so’ sicuro che m’inventavo certi fatti, come potevano essere o come potevano diventare, se io mi trovavo a stare in mezzo a quei fatti che mi venivano. Siccome mi sto accorgendo che non tanto si capisce, mo’ vedo se so fare n’esempio: m’immaginavo di parlare co’ la fidanzata mia, pure che non era o non lo sapeva ancora, che stavamo fidanzati; o co’ certi cristiani famosi, che tenevano tanta soldi. Mi ricordo a qualche biciclista o a qualche giocatore di pallone, che l’avevo sentiti di nominare dentr’a un bar, ma nemmeno lo sapevo chi erano veramente. Pure col sindaco del paese mi ho inventato un discorso, che lo dicevo che stavano tante cose che si dovevano fare, ma che, pure che mi mancavo molti giorni, quando ritornavo, vedevo che non si cambiava mai niente al paese, pure se si stava un poco più bene della terra, ché avevano messo la luce e, a qualche zona, la fognatura, e che, da quando ero piccolo, lo vedevo sempre lo stesso. Non poteva essere, ma pure le facce che tenevano i paesani non si cambiavano un poco, tenevo l’impressione. Ma queste cose so’ normali, chè ricapitano a tutti quanti, certe volte; il fatto curioso, che ancora non mi ho saputo dare ‘na spiegazione, è che, quando mi sentivo un poco più stanco o tenevo qualche pensiero che mi sentivo abbattuto, come cert’anni che non pioveva mai, o, può essere pure, che mi avevo bevuto un bicchiere più assai, mi mettevo a parlare solo veramente e no mi fermavo, tanto no ci stava nessuno che mi poteva dire niente appresso.
     Mo’, mi piace pure, che ve lo sto raccontand’a voi, chè mi sento come se tenevo l’intelligenza, se pensavo a certi fatti, ma, quando mi ricapitava, stavo un poco confuso e dicevo che, l’anno dopo, lo dovevo fare un poco più leggero, il vino, pure che non mi piaceva tanto. O facevo il giuramento che me lo dovevo bere più poco. Non vi pensate che stavo ‘mbriaco, però, che non era una cosa che poteva succedere: ancora mo’, mi viene il dolore di stomaco, se bevo un poco più assai, e non mi so’ potuto mai ‘mbriacare che, poi, il giorno appresso non ti ricordi niente più; però, tanto normale normale nemmeno stavo, se mi mettevo a discutere con…..

     Ma perché vi sto raccontando ‘sti fatti, a voi? Ah, si …. perché vi volevo spiegare, un poco, che cosa sto scrivendo, dentr’a questo libro, che mo’ mi sembra che lo tengo tutt’in testa e mo’ non lo so da dove devo incominciare …..vuoi vedere, che veramente è un lavoro pure a scrivere?…. ma non può essere: so’ io, che so’ ciuccio, sono sicuro. Stringendo stringendo, scriverò certi fatti, che l’ho già messi sopra a internet, molti, ma no tuttu quanti; sono un poco di fatti inventati, di storie vecchie, a come me le ricordo adesso, di una specie di sogni e di ragionamenti da solo, la sera tardi. Ci stanno pure certe pagine, che l’ha scritte un giovane, Leonardo, che mi vien’a trovare, ogni tanto, mo’ un poco più spesso e mi sta incominciando a dare fastidio, ma è bravo, e che lui dice che sono poesie, ma a me non mi sembrano tanto.
     Non vi preoccupate, se tenete l’impressione di vedere a doppio, è proprio che l’ha scritte a doppio lui: la prima poesia è precisa come l’era venuta la prima volta; poi, dice, per fare una cosa più diversa, l’ha cambiato qualche cosa, perché, secondo la capa sua, lui pensa, che, certamente, pure tutti i poeti importanti, dopo che si leggevano i fatti ch’avevano scritto, li veniva la voglia di cambiare qualche cosa e, mo’, è arrivato lui. Ha messo pure due poesie di una brava, che è morta da poco, che tiene un nome difficile, poi ve lo scrive lui, perché, dice, questa signora, che, pure se tiene le scuole alte, non la conosceva nemmeno lui, tiene i stessi pensieri che li vengono a lui e pure come scrive l’assomiglia molto. Devo dire la verità, ha passato un momento che non lo vedevo tanto bene, ché s’era fatto venire la depressione, quando ha letto certe poesie; io l’ho detto, che, invece, doveva stare contento, e non triste. M’ha risposto che si sentiva come se copiava e che, se teneva ‘na qualità, che nessuno poteva dire di no, era che lui non copiava a nessuno e che, mo’, li sembrava inutile a scrivere le cose che già l’aveva scritte un’altra.
     Per farmi capire, mi ha fatto vedere una poesia sopra un gatto, che ce l’aveva dedicata a un amico di internet, che l’era morto uno da poco tempo, e una di un altro gatto, della poetessa, ma che lui l’aveva letto dopo che l’aveva scritta. Ci sta pure un’ altra poesia, che è una specie di risposta a una bella signora; pure questo fatto, l’è venuto parlando sopra internet. Io no’ lo volevo fare scrivere, sopra al libro mio, ma mi so’ fatto convincere, perché, se no, non m’aiutava col compiuter, che lo so solo accendere e spegnere, e, pure, perché ha detto che le storie mie erano poche pagine e pareva brutto a fare un libro piccolo, come se uno non teneva niente da scrivere. Allora, mi so’ ricordato del professore d’italiano alla prima media e ho detto va bene. In poche parole povere, non mi fate scimunire completamente, non lo so chè cosa può uscire da sotto, ma mi ho messo in testa, che voglio fare un libro; ‘n’altra cosa e basta, mi pare che è bene, che ve lo dico, e cioè, che, siccome che non tengo i titoli, vedete se li potete mettere voi.

 

Due poesie

 

Un
artista,
per
restare normale,
per
poter,
poi,
amare,
camminare,
baciare,
soffrire
e morire,
come
un essere
umano,
non
può essere
bravo.
Son
convinto di questo,
perché
vedo,
che
loro,
dopo
un po’ di lavoro,
vanno
fuori di testa.
Ogni
sera, una festa,
un successo asfissiante;
cento
bis umilianti.
Un
artista,
per
restare normale,
deve
essere cieco;
pure
sordo, va bene.
Non
avere memoria,
non
avere coscienza;
deve
essere assente,
quando
parla,
sul
palco.
Non
sapere,
e
negare,
di
sapere
volare.
Inventarsi
qualcosa,
da
tenere per sé.
Come
gli occhi,
socchiusi,
di
chi,
a
casa,
l’applaude,
non
visto.
E l’aspetta.
Normale.
Non
male.

 

*

 

Avvicinati.
Spingi
quest’altalena
ferma.
Sussurra, a
questi muri,
di liberare
il cuore;
fa entrare un po’ di vento
del cigolio
del mondo.
Non temere.
Non dirmi
cose che so già;
né grandi né
importanti.
Degli astri
giganteschi,
dei mari
amari,
del cielo,
specchio
ingannatore.
Dimmi di
quella foto;
del vecchio
e della bimba.
Dei ritmi
del tuo cuore,
del suo big
bang eterno
e
silenzioso.
Parlami del
terrore,
dei fragili
capelli.
Del coraggio
del sorriso,
di quei
dentini puri.
Bianchi.
Riempimi una
ruga,
scavata e
inaridita.
Dimmi cosa
farai…
Sarai.
Non temere,
di ferirmi.
Dirai una
bella cosa.

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8 pensieri su “Non tengo i titoli”

  1. Buongiorno a tuttu quanti; scusatemi, se non ho risposto subito, ma è un periodo di tempo che sto un poco affarato e, devo dire la verità, nemmeno mi viene tanta desiderio di venire sopra a internèt.
    Voglio ringraziare chi m’ha presentato co’ tante belle parole, che non lo so nemmeno chi è, ma mò, a poco a poco, ci possiamo conoscere, ma ci tengo a dire qualche cosa, chè, secondo me, ha un poco esagerato e non mi piace a dire le bugie, anche perchè se n’accorgono anche i cecati, quando mi ricapita, qualche volta, ma quasi mai.
    Non è proprio preciso preciso, che ho rifiutato l’offerte degli editori: diciamo che, quando m’è venuta la bell’idea di pubblicare “Non tengo i titoli”, ragionando co’ qualcuno, ma pure leggendo qualche cosa sopra al compiuter, ho capito che non avevo capito niente. Io mi credevo, che tu lo facevi leggere e quello ti diceva, è meglio che fai un altro mestiere, o, va bene, mi piace, mò te lo pubblico. Invece, questi ti addomandano i soldi, chà schifezza hai fatto hai fatto. Allora, poi, so’ venuto a sapere che me lo potevo pubblicare da solo e ho scelto a certi, che mi sembravano un poco più sinceri; almeno, parlavano di soldi che mi toccavan’a me.
    Ho fatto tutte cose da solo, chè, comunquemente, per la copertina volevano l’altri soldi, per l’impaginazione, che non lo sapevo nemmeno, chè cos’era, l’altri e tutte cose così. Alla fine, ho speso 38 euri e 40 e ho venduto 6 copie, che mi dovevano dare 25 euri, più o meno, ma ce l’ho lasciati, chè per mandarmeli, pure se l’ho dati tutti i dati, vanno trovando sempre qualche cosa di più e, ho pensato, andatevi a fare una pompa tuttu quanti, chè, mò, mi state fastidiando.
    Poi, mi sono sentito un poco in colpa, per i soldi che l’avevo fatto spendera ad alcuni amici miei, che non li conosco, e, ho scritto un altro, di carta, che, se ricapita, poi vi spiego più bene.
    Io mi trovo qua, grazie alla pazienza del signore Dinamo, che ci conosciamo da un poco di anni e che mi dice sempre un sacco di cose belle, che ha fatto diventare “Non tengo i titoli” un poco più aggarbato, che prima stava scritto proprio brutto, ma io non lo sapevo, chè non l’avevo aperto mai, da tre anni che so’ successi i fatti che dicevo prima, e ha voluto presentarlo, a lui e a me, qua, che mi sembra un bel posto, ma io non sono nessuno e non v’aspettate chissà che cosa.

    Contadino della sua terra

  2. Caro Contadino della sua terra, benvenuto da queste parti. Qui è a casa sua e siamo felicissimi di ospitarla.

    Non si preoccupi del “cappello” introduttivo: quello serve a “noi” per darci delle arie e conquistare la fama alla quale aspiriamo ardentemente (la fame, quella la facciamo già).

    Ci saluti affettuosamente quel bravo giovine di Leonardo e lo tratti bene..

    M.S.

  3. la poesia della sera,
    stasera,
    non è una cosa
    seria,
    non è una cosa
    vera.
    non è,
    nemmeno,
    bella;
    dici amo,
    senza versi,
    ti amo,
    non c’è verso.

  4. Ma che ci sia il sapore delle cose buone della terra, questo, caro Signor Contadino, lo si può dire, senza timore di rendere ciechi i suoi begli occhi o sorde le sue acute orecchie, insomma che lei non sia più così normale? Perché è vero ciò che dice, che andar dietro a certe cose strane si perde il vizio di esser sano. E, ancor, se pure i titoli non ha, di certo una mano a coppa con acqua fresca lei la dà.
    Mi scusi se la commento così, che sembra le faccia il verso ma, mi creda, è solo perché l’ho sentita vicino a me a conversare di cose belle.
    Grazie per il piacere che mi ha dato.

    1. vi ringrazio, io, a voi, bella signora. veramente, mi avete fatto commuovere, chè non me l’aspettavo; ma, si vede, mi debbo abituare, a questo posto, co’ tutte ‘ste persone raffinate, che nessuno grida e tuttu quanti sentono. buona giornata.

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