“Carena” approda a teatro

Yves Bergeret
Antonio Devicienti

     Yves Bergeret torna in Sicilia per realizzare un progetto non solo ambizioso, ma che immerge in maniera definitiva e irreversibile la scrittura sua e di tutti nella realtà contemporanea: portare in scena a Catania (in collaborazione con la brava regista Anna Di Mauro) il suo poema Carène, ancora inedito a stampa – ma di cui Yves stesso nel suo spazio Carnet de la Langue-Espace e Francesco Marotta (eccellente traduttore in italiano del poeta francese) sulla Dimora del Tempo sospeso hanno offerto degli ampi estratti.

     Carène è un’Odissea contemporanea, i suoi eroi-Ulisse sono persone in carne e ossa che vivono ancora adesso, ancora in questi istanti la loro realtà di migranti; i nomi degli eroi del poema richiamano per assonanza i nomi reali dei migranti con i quali Yves è entrato in contatto in Sicilia, dai quali si è fatto raccontare le singole storie personali, con i quali ha lavorato ai suoi tipici poemi figurati, con i quali è rimasto in contatto anche quando periodicamente si è allontanato dalla Sicilia per periodicamente farvi ritorno, scrivendo come in presa diretta Carène, i cui Ulisse-migranti, Ulisse-marinai-della-vita sono nello stesso tempo giovanissimi migranti maliani e senegalesi e antichissimi uomini che portano nella loro carne e nella loro stratificata memoria millenni di civiltà e di migrazioni. È così che Alaye, uno dei protagonisti del poema, si chiama in realtà Ali e Husséni Séni, due giovani migranti che, nella loro non facile vita quotidiana, posseggono una volontà inflessibile di studiare e di trovare la propria strada, fungendo anche da mediatori culturali tra i propri compagni di migrazione e la complicatissima realtà siciliana e italiana cui sono approdati (realtà, occorre sottolinearlo, non sempre benevola nei loro confronti, ma talvolta – e uso a ragion veduta tali parole – razzista e schiavista), oppure provando ad essere menti capaci d’osservare, analizzare, comprendere e far comprendere la migrazione in ogni suo aspetto, in ogni suo risvolto geografico e politico: e i flussi migratori sono anche, in molti casi e in certe situazioni, mero commercio di persone, una compravendita di esseri umani (non importa la loro provenienza, età, sesso) ridotti a merce sottoposta a tariffe, ricatti, minacce quando necessario.

     Nel progetto in fase d’attuazione Ali collabora con l’équipe quale vero e proprio consigliere culturale, essendo egli capace di sviluppare un’articolata riflessione sulla realtà migratoria e sui suoi rapporti con le popolazioni locali, mentre Séni è molto attento ai rapporti tra territori di provenienza e territori d’approdo.

     Yves stesso, radicalmente antagonista del tipo dell’intellettuale europeo sedentario e compiaciuto di sé e della propria erudizione, è uno scrittore migrante, incapace di rimanere fermo a lungo in un luogo, ancor meno nelle soffocanti pareti di uno studio: l’alta montagna, il mare, il deserto, lo spazio che si dilata abitato contemporaneamente dal vento-luce e dall’occhio curiosissimo dell’essere umano, dai richiami degli uccelli e dalla fantasia illimitata del poeta, dalla morte violenta di tantissimi fratelli in umanità e cultura e dal desiderio di comprensione e d’incontro, questi spazi vastissimi accolgono Carène e ne restituiscono l’eco necessaria che bussa, violenta e inconciliata, alle porte della coscienza occidentale. E non ci si meraviglia, allora, che parole scritte con l’inchiostro sulla carta vogliano farsi personaggi che agiscono e parlano con voce d’esseri umani, persone che mostrano sé stesse (il loro corpo, il loro passato, il loro presente) ad altre persone – le parole del poema sono infuocate e solenni, dolci e disperate, coraggiose e umanissime; la Sicilia, terra dalle contraddizioni più profonde e dagli slanci più inattesi, vera regione di confine tra un mondo spinto alla disperazione e un altro spesso chiuso e incapace di comprensione, ospita questo poema-in-atto che non appartiene alla moda, pur diffusa, di certa letteratura europea che si china, condiscendente e pietosa, sulla realtà delle migrazioni: Bergeret non solo va a parlare e vive con i migranti, ma con loro crea concretamente poesia e pittura, con loro dialoga anche in versi e in pittura, ne cerca e ne sollecita l’essenza profonda di giovani uomini assetati anche di bellezza e di conoscenza – perché c’è pure questo in Carène e in tutto il lavoro di Yves, la dimostrazione non teorica o velleitaria, ma fattiva e riscontrabile nella realtà che chi attraversa prima il deserto a rischio continuo della vita e poi su di un fragilissimo guscio di noce il Mediterraneo non cerca soltanto un approdo di pace e un lavoro che gli dia il pane, ma, da essere umano, nutre e reca in sé anche desideri e valori molto più alti rispetto ai bisogni basilari per la sopravvivenza.

     È così che la parola cultura riacquista la propria dignità spesso perduta o tradita e il proprio significato che è quello del coltivare ciò che, in ognuno di noi, è umano, è così che le genti migranti fanno udire le loro voci, che nel poema di Yves hanno anche movenze di litania e di canto comunitario, di elegia e di ribellione, di tradizione e di slancio verso nuovi orizzonti, venendo a creare una cultura meticcia, cioè ricca di slancio e di fantasia, di bellezza e capace di costruire davvero, non retoricamente, la pace.

(Tratto da qui)

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