Io e la Szymborska

“Ha messo pure due poesie di una brava, che è morta da poco, che tiene un nome difficile, poi ve lo scrive lui, perché, dice, questa signora, che, pure se tiene le scuole alte, non la conosceva nemmeno lui, tiene i stessi pensieri che li vengono a lui e pure come scrive l’assomiglia molto.”

Contadino della sua terra
Wislawa Szymborska

 

Io e la Szymborska
(e altri versi diversi)

 

 

 

 

Riso

La ragazzina che ero –
la conosco, ovviamente.
Ho qualche fotografia
della sua breve vita.
Provo un’allegra pietà
per un paio di poesiole.
Ricordo alcuni fatti.

Ma,
perché chi è qui con me
rida e mi abbracci
rammento solo una storiella:
l’amore infantile
di quella bruttina.

Racconto
com’era innamorata di uno studente,
cioè voleva
che lui la guardasse.

Racconto
come gli corse incontro
con una benda sulla testa sana
perché almeno, ah, le chiedesse
cos’era successo.

Buffa piccina.
Come poteva sapere
che anche la disperazione dà benefici
se si ha la fortuna
di vivere più a lungo.

Le pagherei un dolcetto.
Le pagherei il cinema.
Vattene, non ho tempo.

Eppure vedi
che la luce è spenta.
Certo capisci
che la porta è chiusa.
Non scuotere la maniglia –
quello che ha riso,
quello che mi ha abbracciato,
non è il tuo studente.

Faresti meglio a tornare
da dove sei venuta.
Non ti devo nulla,
donna qualunque,
che sa solo
quando
tradire un segreto altrui.

Non guardarci così
con quei tuoi occhi
troppo aperti,
come gli occhi dei morti.

(Wislawa Szymborska)

 

            Io dico, che menti.
            Lo sai, o no,
            tu menti.
            E dillo, alla bimba,
            che son proprio io;
            che il tempo infinito
            è arrivato fin qua.
            Dì alla bruttina
            di aprire la porta;
            di entrare ed aprir
            la finestra.
            Guardiamole insieme
            le stelle sul monte
            di fronte,
            adesso ch’è sera.
            Coloriamo per loro
            un bel nome;
            ognuno per sé.
            Inventiamoci un gioco,
            per finta;
            aspettiamo, che salga
            e ci copra,
            come fa
            il cielo vero.

 

***

 

            C’era, una volta, una gatta;
            è certo: si sente.
            La vedo saltare,
            felpata di grazia;
            la vedo distratta
            e precisa.
            Decisa ad amarsi,
            ad amare;
            a prendersi e a darsi,
            a fidarsi dei lampi,
            dei suoi occhi
            diversi.
            Il suo odore
            mi sfida;
            e mi inebria e mi culla.
            Ho aspettato,
            fin ora,
            senza meta e dimora.
            Ma son pronta
            alla lotta;
            alle arcate civette,
            alle rese sospette.
            A domare il tuo cuore,
            tumultuoso,
            di abbracci
            attaccati ai ricordi…
            A soffrire
            di gioia.

 

 

 

 

Il gatto in un appartamento vuoto

Morire – questo a un gatto non si fa.
Perché cosa può fare il gatto
in un appartamento vuoto?
Arrampicarsi sulle pareti.
Strofinarsi tra i mobili.
Qui niente sembra cambiato,
eppure tutto è mutato.
Niente sembra spostato,
eppure tutto è fuori posto.
E la sera la lampada non brilla più.

Si sentono passi sulle scale,
ma non sono quelli.
Anche la mano che mette il pesce nel piattino
non è quella di prima.

Qualcosa qui non comincia
alla sua solita ora.
Qualcosa qui non accade
come dovrebbe.
Qui c’era qualcuno, c’era,
e poi d’un tratto è scomparso,
e si ostina a non esserci.

In ogni armadio si è guardato.
Sui ripiani è corso.
Sotto il tappeto si è controllato.
Si è perfino infranto il divieto
di sparpagliare le carte.
Cos’altro si può fare.
Aspettare e dormire.

Che provi solo a tornare,
che si faccia vedere.
Imparerà allora
che con un gatto così non si fa.
Gli si andrà incontro
come se proprio non se ne avesse voglia,
pian pianino,
su zampe molto offese.
E all’inizio niente salti né squittii.

(Wislawa Szymborska)

 

            E’ caduto il
            gelato.
            Ha sporcato
            la bocca,
            la mano,
            il vestito.
            Ha sporcato
            la strada.
            Il gelato,
            spiaccicato,
            ha sporcato
            ogni cosa.
            Il bimbo
            ha
            un’angoscia
            profonda.
            La mamma,
            che lo
            sapeva,
            è furibonda.
            Il papà,
            come sempre,
            è fuori onda….
            Il gelato è caduto…
            E’ scaduto
            il suo
            tempo…
            Troppo caldo,
            il suo
            cuore,
            per donare il suo
            gelo.

 

(altri versi diversi)

 

Versi diversi
Versi di versi
Versi versati
Versi riversi
Riflessi di visi
Rivolti
Ravvolti
Avvolti
Da volti
Di
Versi

Se ti
piace
il mio
verso,
così
solo
e
indeciso;
se ti
piace
il mio
volto,
dal
grigiore
ravvolto
….
Se ti
piaccio io,
tutto,
tanto
fragile
e
duro ….
tu mi
ami,
capisco.
Riferisco
al mio cuore;
ma,
lui,
dice,
non
vuole:
ti
accontenti
di
poco.
Si
mette a pensare,
a
copiare,
a
fuggire.
E’
convinto,
che
deve darti
versi
di
versi.

 

*

 

Una bambina, con un nome di fata,
aspettata per anni, ed arrivata impetuosa,
non lo so il perché,
ogni giorno,
corre in braccio,
da me.
Sembra forte e sicura;
orgogliosa e matura.
Ogni cosa l’attrae,
come fosse la sola.
Se dicessi, ch’è bella,
storpierei la novella;
aiutatemi voi,
a capire il mio dire:
è un miracolo, ho detto,
il più grande e imperfetto.
Ha tre anni, soltanto,
ma carattere, tanto.
Ho saputo, che piange,
all’asilo;
aspettando.

Le ho strappato una resa:
una folle promessa,
di non piangere più.
Da quel giorno,
lei passa;
ma non corre più
in braccio.
Il mio amore banale,
son sicuro,
le pesa.
Io non so cosa pensa,
mentre beve il
suo pianto;
so soltanto,
che è triste
fare bene
e
far male.

 

*

 

Io sono una
poesia brutta.
Non si legge;
la si butta.
Io sono una poesia brutta,
perché son triste.
Perché son sola
e nessuno
mi consola.
Io sono una poesia brutta,
perché derisa;
di tutti i giorni,
intrisa.
Perché non
so parlare,
cantare,
suonare.
Lo sono,
perché
cattiva.
Brutta, cattiva, schiva.
Schiava della sete
dell’amore arso.
Io sono una poesia brutta,
perché non urlo,
non
sussurro.
Se non da sola.
E ridono dei pianti.
Piangono, se rido.
Non credono al mio cuore,
non sentono il rumore
delle cadute
sorde.
Io sono una poesia brutta,
perché s’inventa i sogni.
Li copia e li deturpa,
di lacrime;
ogni volta.

 

*

 

Non bastava,
quella globale…
ci voleva la personale.
Parlo di crisi.
Di anni di crisi.
Di tempo di crisi.
Di crisi degli anni:
cinquanta.
E’ una tipa sfacciata;
insistente, attraente.
Mi ha puntato da un po’;
m’imbarazza
e lo sa.

Si presenta al mattino,
quando esco di casa;
se mi lascia un minuto,
è per farsi cercare.
Non mi lascia la notte,
sia che dormo o che sogno.
E’ carina, leggiadra:
una trappola ladra.
Se lei vuole,
mi spoglia;
se non vuole,
mi spegne.
Mi avvicino impacciato,
timoroso;
osservato.
Lei mi tende
un sorriso;
non ha fretta
il suo viso.
Lo rifiuto,
orgoglioso;
con lo sguardo
roccioso.
E mi sposto
pensoso,
contrariato,
dubbioso.
Inseguito dall’aria,
dal suo nome,
increspata.
Sussurrato e
battente;
un bel pugno suadente.
Questa volta,
non molla;
m’entra dentro,
lo sento.
Prima o poi
accadrà….
Vieni qui…
Verità.

 

*

 

Arriva il giorno,
per un uomo,
in cui finisce la forza;
la rabbia.
La speranza si dissolve;
s’insabbia.
La notte
ti entra dentro,
profonda e cattiva.
Senza più
prospettiva
né una cellula viva.
Mani e piedi pesanti,
di sudore
spaccato.
Hai la schiena
umiliata,
frantumata,
schiacciata.
Le voci di ieri,
pioli inutili;
neri.
Maledici ed imprechi,
per l’inutile graffio.
E di essere maschio.
Perché niente
più puoi….
tutti i cazzi
son tuoi.

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5 pensieri su “Io e la Szymborska”

  1. Grazie, signore Santiago; veramente, io, è Leonardo, tengo il difetto che, quando faccio una qualche cosa, non la penso più, può essere, perchè non mi sembrano tant’importanti. Più peggio ancora, me le perdo e non so trovare più; mo, se mi permettete di appiccicarmi ai complimenti vostri, mi viene in testa che vi vorrei fare due domande, a voi o chi mi vuole rispondere, che Leonardo ce l’ha già fatte al signore Dinamo e a certi amici suoi, sopra a internèt, chè ci piace a fare come diciamo noi, pure se non sappiamo fare niente: volevo sapere se qualcheduno, qua, tiene o conosce qualche libreria piccola, no tanto grande e conosciuta, che, se mi addomandano dove possono trovare il libro, no questo ma un altr’e uno, di carta, ce lo posso dire, vai là o vai là, tanto l’editore, l’ho capito, non tiene tempo, anche se l’era piaciuto, a lui, per primo, ma non lo capisco, come ragiona. Eppoi, e poi non vi do più fastidio, tenete la parola, se conoscete dove lo posso scrivere per fare un concorso; ma uno garbato, che non va trovando tanta fatti, come tre poesie, quattro pagine, tanta battute o, che è inedito, che io non lo so capire come può fare, un libro, un concorso, se non l’hanno già stampato.
    Scusate, una e basta: se mi viene da dire qualche cosa, la posso conservare qua, anche s’è sfusa?

  2. Caro Contadino, purtroppo (ma, visti i tempi, direi: per fortuna) non ho conoscenze di nessun genere nel campo dell’editoria, delle librerie e, soprattutto, dei concorsi letterari che, per quanto mi riguarda, sono una delle cose più inutili e oscene che esistano, soprattutto quando, come fanno tutti, richiedono il contributo, a volte di decine di euro, dei partecipanti. Se può valere qualcosa il mio parere, se ne tenga alla larga, in genere sono delle truffe in cui cadono i gonzi credendo che l’improbabile vincita equivalga a un attestato sulla validità delle ciofèche che scrivono. Gonzi della stessa specie di coloro che pagano (e qui andiamo ben al di là delle decine di euro) per vedersi pubblicato un libro che non leggerà mai nessuno, nemmeno la cerchia di amici a cui, alla resa dei conti, è destinato.

    Guardi, lei con due post ha totalizzato centinaia di lettori che hanno apprezzato il suo lavoro e molti altri l’apprezzeranno quando pubblicheremo la versione integrale di “Non tengo i titoli” – e questa è l’unica realtà certa di tutta la faccenda.

    Per il resto, lei può usare lo spazio del blog per lasciare tutte le comunicazioni che crede, magari anche un indirizzo editoriale o d’altro genere dove poter richiedere il suo libro cartaceo.

    Più di questo non ci è possibile.

    Un cordiale saluto.

    MS

  3. Grazie per la risposta, signore Santiago; mo, quando si ritira, ce la faccio leggere pure a quello scostumato di Leonardo, che, a me, non mi crede e non mi sente mai e mi fa fare certe brutte figure. Scusate e buonanotte.

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