Un ferale enigma

Marina Pizzi

 

Testi tratti da
Infernetti per un apolide
(2017)

 

1.
Fuoco di estasi guardarti
Quando la mano ti teneva
E vario strazio la stanza
Persiane serrate contro l’aria
E la passione di essere al mondo.
Dolente significato stava
La stretta di concepirti
Fato leggero plurima favola.
Si è vecchi al tavolo del bar
Sotto lanterne belle per amanti
E i solitari si specchiano chini.
Solitario paese l’ultima casa
Quando l’inverno accumula
Parentesi
Le sciarpe plurime.
Verrà lo sciame dell’altare
E tu sarai cimitero immemore.

 

2.
Disamore d’angolo ormai morte
Il ritmo fatuo di resistere
Con le unghie nere dei poveri.
Viltà di serrature le porte chiuse
Contro la gola di chi annega
Tumefatto fattore della notte.
Impegno di caldarroste il mio futuro
Panico di risorse senza senso
Unico volto ieri quando bellezza
Entrava dovunque senza riconoscenza.
Oggi la scienza è una fiala d’eroina
Una minestrina rancida
Sotto il letto in panne.
Vattene da me non voglio essere
Né l’altare né la preghiera.

 

3.
Sotto le lenzuola un genio di nostalgia
Questa giraffa resina del tempo
Apolide di me la stanca fretta
Tutta citrulla senza nessun abbraccio.
Tutta ginestra radicarsi al vento
Dove le donne stracciano sottane
Prese dall’ultimo baule. Poi beatitudine
Le gesta di morire rarefatta lavanda
Dado tratto. Difettato pastrano il tuo
Perdere armonie dilette. Qui si sfalda
Il dondolo precoce d’amore
Quando ragazzi i cuori tracciavano
Boom. Mo’ me ne vado in salita
Senza amarmi né migliorarmi anzi
Più sonnolenta che mai. Origine di
Furto ormai divengo gola rancida.
Mi avviene aurora come una caccia
Pessima di sangue negletta ciarla.
Inverno di sasso l’ultima baionetta.

 

4.
Andarsene da sé, non tornare
Dove si sbaglia a rimanere vivi
Nei rintocchi catastrofici dell’urna
E la vacanza con il riso di capriole
Vanesi occasi oramai starsene
Sembianza di sé senza l’ombra.
In breve l’epilettica nottata
Ricorda infanzie infelici
Brani di rotta senza capolinea.
Versi insonni sfrecciano la mente
La calura ottusa delle nottate
Stracciona la fandonia di accattarsi.
Pernotta con le farse la girandola
Rapace del vento che la disprezza
Con tutta la forza di spezzare
Chiunque sieda accanto. Ora sola
Parcheggio le gambe dentro il feto
Spione acrobatico straccio di petto.

 

5.
Erutta vulcanica l’infanzia
Zona dal tedio all’amore di dio
Erutta tutta a pertica l’infanzia
La rotta bigia di non essere amati
Dalla madre immensa che fa da attesa
Sotto il portico del nulla.
Vate nullo padre di rimorso
Quando schiaffoni volavano bassi
E facoltoso il botto contro il muro.
Oggi è ieri ancora una volta
Se i ricordi pessimi di vivere
Sono l’orefice saggio di non vivere.
Dietro il muro con le castagne in tasca
Riconosco il gatto dell’infanzia
Ora negletto spartiacque paniche.
Me di ieri la fandonia del pericolo
Quando cantava la stanza corale
Quella preghiera bella oltre di tutto.
Al mare non vado più perché la darsena
È stata cementata con onta e gemito.

 

6.
Calura e gelo fiaccano chi sono
Sotto calcagni carichi di ruggini
E facilità di perdere. S’inclina
Il busto sul balcone quasi a pericolo…
È fasto di fati giacere di logica
È catapulta il pasto morituro
Dove si brevetta lapide.
Via dal coro e senza scuola
La rinomata partecipazione al nulla
Scheletrica vacillo intorno al collo
Esule di addii funambuli. Natalizio
Lo sguardo ormai per sempre
Dell’ultimo ragazzo rimasto alunno.
Qui s’impera solitudine dentro un no
Catastrofico farabutto di sé.

 

7.
Condoglianze vivissime l’ebete del cielo
Dove dovizia fu la giovinezza
Se fu vissuta oltre l’argine.
È invece apolide il lido di oggi
Dove stoviglia è crosta in ogni dove
E la maretta è simile all’oceano.
Il merlo e la merla inseparabili
Gioiscono un occaso da venire
Scolo di addendo apice di niente.
Morirò nel lutto dell’apolide
Nella rotta minima senza genitori
Né brume di speranze quali siano.
In mezzo alla palude della darsena
Il silenzio non medita niente
Neppure a quando fosti una bambina.
Senza ricordi le primule del prato
Origliano spie senza costrutto
Né parche rendite domani.
Le gerle nel falò d’infanzia
Saluto rughe con mani deformi.

 

8.
Non viene già più la rondine amicale
Calvizie di un dolore senza tempo
Quando giocava col mio talamo
La lingua celestiale di capire.
Impegno e struttura oggi lo scatolone
Dove è nascosto il micio di casa
Invece delle pallottole del suicidio.
A mano a mano torni la vittoria
Dell’esule campestre ridanciano
Contro le stasi delle morti accanto
Stasi attive quanto cori al vento.
È silente l’abaco che non mente
Queste stazioni al coma ferme
Dove la banchina squarta l’orologio.
Sale squarciante dentro le ferite
Che squadroni comandano
A danno di un’elemosina stringente.
Silente coma prendimi diletta
Da dentro il boccale del vin santo.

 

9.
Illudi per me l’occaso vuoto
Questa scaturigine di tufo
Per le baracche.
Approdo di gerundio il carcere
Quando da sola urla l’alba
Con la strega della favola vicina.
Il sillabario sotto il letto si è ispirato
Al rancio del soldato sfiatato in trincea
La bocca spalancata contro il fango.
I confini li brevettano gli assassini
Che capestrano cuccioli di angeli.
Mo’ da adesso non sono più cortese
Con le foto che stracciano l’anima
Con le lavagne di scuole malsane.
Restano in coma i fratelli più giovani
Universale lo stallo si percuote
Dacché la fine è prossima e non viene.

 

10.
Le mille e una notte il mio digiuno
L’enfasi cupa di essere nata
Sotto le gambe del trono.
Si noti l’arcipelago lontananze
La pura rabbia di connettere poco
Falcidiata dalla strenna della notte
Incartata d’oro. Giuro e spergiuro
Una mansarda: amore dove è dato
Piangere l’arcano calcagno di starsene
Servo di sé una palude intera.
Ludo qualora strinsi il mio amore
Scosceso e funesto quanto uno scoglio
Rettitudine di sé contro i marosi
Orgogliosi del mare. Mi è venuta
La voglia di perdere la vita
Con addosso un ferale enigma.

 

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Infernetti per un apolide di Marina Pizzi
sarà pubblicato in “Quaderni di RebStein”, LXI, marzo 2017.
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2 pensieri riguardo “Un ferale enigma”

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