La lingua offesa


(Jolanda Insana, foto di Dino Ignani)

Marco Ercolani

Jolanda Insana
(La lingua offesa)

Poeta sperimentale e classica, Insana inventa nel corso degli anni una sua inconfondibile poesia “barbara”, fitta di neologismi e torsioni sintattiche, aspra per ritmi e fonie, per “fendenti fonici” (come testimonia il titolo di una sua raccolta). Il lettore è obbligato a percepire la sua forte energia materica, a ribellarsi senza commozione, attraverso i suoi versi sarcastici e sacrali: «non amo non amerò l’idolo che amano». Di Insana resta intatta, in ogni libro, l’ebbrezza, dionisiaca e collerica, di donna che «guarda in faccia e si delizia del frammento».

«La lingua disorientata va a tentoni e risospinta
da ogni canto]
s’inarca s’inalbera s’allunga
si ritrae e sbatte
torna a riaffacciarsi e rientra di corsa
saggia gli anfratti e inciampa negli spigoli
si sgraffia e scappa
non trova riparo e si taglia
perché non sa dove sloggiare
tanto è indemoniata»

Insana scrive: «E se non credo nell’ispirazione, in senso romantico, credo però in una forte tensione, che muove a dire, che tende le parole fino a farle esplodere, a farle significare di più… Mi piacerebbe dimenticare che le parole abbiano senso, per scoprirne il corpo (col suo peso colore spessore e volume), il suono (non dico musica), il riecheggiamento di altri suoni, di più suoni… e così covo la parola e aspetto che si schiuda». Ma la sua attesa non è certo paziente: più spesso appare risentita e offesa, contro le storture del mondo, per le quali la sola medicina, peraltro insufficiente, è la parola. «Dire finisce per essere un male-dire, se il dire tocca il reale, la vita e i suoi scoscendimenti e abbruttimenti. Sicuramente io non amo le belle parole come non amo le anime belle. Le parole le ripropongo, le ricompongo, me le invento, quando non le trovo. So che la parola è manchevole, è insufficiente, mi tradisce, viene meno, sposta il significato. E invece è forte il desiderio di «abbrancare l’inabbrancabile», dove l’inabbrancabile è l’indicibile. Di qui il corpo a corpo con le parole».

Jolanda Insana è un nome fondamentale nella poesia contemporanea. Ha trovato consenso e ammirazione, a partire da Giovanni Raboni, il primo sicuramente a riconoscerne la grandezza e lo spessore sin dalla sua prima raccolta del 1977, Sciarra amara. Ma la sua poesia non costruisce un canone: resta eretica, “a parte”, costruendo un percorso poetico assolutamente originale e sé stante nel panorama italiano degli ultimi trent’anni. Scrive ancora l’autrice: «C’è questa lotta per raggiungere la parola – lottiamo sempre per raggiungere qualcosa -, perché la parola non è tutta suono e nella sua sonorità trascina senso, spesso comunicando più significati. E questa lotta risulta anche nei miei titoli: Sciarra amara, Fendenti fonici, Coltellate di bellezza, solo che qui sono sciabolate, fendenti di suono. In genere il poeta non s’interessa unicamente al linguaggio della poesia, della tradizione poetica, ma sperimenta tutti i linguaggi, da quelli alti a quelli bassi, gergali e aulici, puri e impuri, devoti e demoniaci, medicamentosi e cronachistici, e così via. È così che il poeta s’inventa la propria lingua. Io amo gli accordi di suono e timbro per creare partiture foniche. Amo i blocchi ritmico-sonori, la corporeità della parola, la sua forza».

È il fuoco di una ironica, amara vicinanza, a colpirci come un fendente, in questa poesia. Insana abita i suoi versi in modo corporeo, fra spasmi ossimorici e frammenti visionari. «Non c’è grandezza senza traccia del fango originario» (Angelo Gatti). La sua voce urla scongiuri, denuncia nefandezze, traversa la realtà trasfigurandola in invettiva o lamento sacro. È classica e nitida, e usa il materiale barocco della lingua per ridurlo all’osso della verità poetica.

«comunque le parole significano tutto
e mi parlano dal centro
non di fuori né d’intorno».

La sua parola non è mai neutra, la traversa la vita e la storia, individuale e collettiva, il puro e l’impuro della vita, e soprattutto lo slancio, l’energia, il desiderio. Le sue parole trascinano senso in modo non univoco: ogni parola vibra nella durata fonica e nell’ampiezza semantica; un significato ne contiene altri e altri li sottintende, così da creare cortocircuiti, spiazzamenti, slittamenti.

«non posso evitare il veleno
amando io il pungiglione della vita
e in dosi quotidiane lo prendo
antidoto contro il grande veleno amaro
e così pure avendo ferite aperte sulle mani
tocco le cose e punto i piedi
per spostare la parete massello del falso male
traendo la vita alla sua vita nel piccolo quadrato
che sta dentro il magico quadrato
della forza e del suo giorno».

Quel “magico quadrato” è anche insulto, bestemmia, passione, parodia, sberleffo. Perché «alla poesia non c’è rimedio / chi ce l’ha se la gratta come rogna». Vengono alla mente leggendo Insana poeti impazienti, impuri, scurrili del Trecento italiano, da Cecco Angiolieri a Simone Serdini, non “anime belle” ma poeti trafitti dal dolore. Ascoltiamo la voce di Serdini:

«Sia maledetto il seme e chi’l congiunse
Nel ventre diabolico dov’io giacqui
Difforme assai d’ogni vertute umana;
o biastema di Dio con la quale nacqui
maledetto sia il dì che mi ci giunse
come figura mostruosa e strana!
O vulva adulterata, orrida e vana,
perché non ti serrasti sul dolore,
sì che con teco insieme io fusse morto?
Almen, da poi ch’uscito fui di fore,
perché non fui io disimembrato o storto,
e poi a’ can dato a magiare ‘il core?
Maledetta la luce e lo splendore
che prima mai s’aggiunse a gli occhi miei,
e chi ne fu l’autore
co’ denti ‘l teness’io come vorrei!»

Insana realizza una poesia nobile e altera, che nasce dallo stesso sdegno ma tiene aperte le porte a una “disperata” speranza:

«e non concedo che per una manciata di cenere
per infertilizzare il terreno
un altro si mangi il grano duro da brigante
e usi il fiato per zaffate di lagno
mentre sono intenta a sterrare la gramigna
con le scarpe scalcagnate e la testa stretta in nodi
finché si scolla il mantello e devasta il risveglio».

.

In La stortura (2002), libro fondamentale tanto per l’autrice quando per l’intera poesia italiana degli ultimi anni, l’accento cade sull’immensa difficoltà incontrata dalla parola nel pronunciarsi:

«non c’è altra parola che la semplice parola
ma s’infinse di non sentire
e mi lasciò con le braccia aperte
credendosi il padrone che s’abbuffa di libertà
e sputa servi incatenati
sono qui e non sono ammutolita
e sciacquo il tempo
per acquistare tempo
commisurando le proposte sgradevoli
all’incanto sottile delle sete

[…].

non ho accesso alla parola
e quando con fatica dico fame
faccio vento e non posso masticare
è un’ossessione la bocca
poi che si mangia i denti e fa sputazza»

.

I versi sono sputazza, conseguenza di un male che storce la bocca e impedisce due funzioni legate alla bocca: il parlare e il mangiare. Poiché da sempre la parola è cibo per la Insana, essere colpita da un male che impedisce l’uno e l’altro significa essere colpita nella vita stessa: è una sofferenza fisica quella inflitta al poeta, che comunque trova il modo di essere detta proprio nel raccontare la sua difficoltà: parola e corpo, verbo e uomo, un’unica creatura che lotta contro il decadimento delle relazioni, della comunicazione, dell’isolamento, imposto a chi, cercando la verità, cerca di uscire dalla massa informe sempre pronta ad assentire senza porre mai una sola domanda. Jolanda Insana, invece, non è ammutolita

«il tutto che mi abita è un niente
se lo estrapolo dai suoi contorni certi
e lo scorporo dal fianco che frange il fragile momento
e posso pensare quanto voglio ma non riuscirò a pesare
quanto ardo e sento il male del corpo taglieggiato».

Non è irrilevante ricordare come Insana abbia tradotto sempre, a modo suo, autori classici latini e greci, da Alceo a Saffo, da Lucrezio a Marziale. La sua poesia, pur difficile e scabra, risuona icastica e classica, concedendosi, verso la fine del suo percorso, alcune isole liriche, sempre nella cifra del pudore e della fermezza:

«Il silenzio e tu che cammini
E io che guardo senza vedere la strada
Non incontro nessuno
Spiegami dove comincia la nebbia»

Insana non ha deposto la rabbia con la quale affronta la sua vita in versi; ma, lottando col suo doppio, lo smaschera pacatamente; lo spoglia di frattaglie e fantasticheria: lo mette semplicemente a nudo. Una sua drammatica traduzione dal lucreziano De rerum natura (“L’universo”, VI, versi 1138-1286), è sintomatica dello smascheramento:

«Dentro sudavo sangue di gola nera
e chiusa era la via della voce assiepata d’ulcere,
e debilitata dal male, legata e rugosa, stillava
sangue la lingua, interprete dell’anima […]
E completamente crollavano le forze interne della mente
e tutto il corpo sul limitare della morte».

(Tratto da “Galassie parallele“, inedito, 2017)

 

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