Cedi la strada agli alberi

Franco Arminio

“La prima volta che ho provato a scrivere una poesia era un pomeriggio di gennaio del 1976. Mi ricordo di aver usato la penna rossa su una di quelle agende in finta pelle che regalavano i commessi che venivano all’osteria di mio padre. Un altro luogo di fitta scrittura fu la Centoventisette verde di Antonietta. In quegli anni in cui l’inquietudine era la mia fosforescenza scrivevo a oltranza, non avevo pavimenti, non dormivo. Il frutto furono alcuni libri con piccoli editori, ma soprattutto una marea di fogli con cui ho riempito diciotto buste nere dell’immondizia e due casse che aveva portato mio nonno dall’America. Poi cominciai a scrivere col computer e fu ancora più facile fare e disfare: una stessa poesia compariva in centinaia di versioni, e alcuni versi migravano per anni da una poesia all’altra in attesa di una soluzione definitiva che non arrivava mai. Alla fine è stato molto faticoso decidere cosa tenere e cosa togliere in questa che considero la mia prima vera raccolta in versi. Eccola, è come un’anguilla sull’autostrada. / È il lampo di luce / che la distingue dal catrame.”

 

Testi tratti da:
Franco Arminio
Cedi la strada agli alberi
Milano, Chiarelettere Editore, 2017

 

L’entroterra degli occhi

Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta
fino a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.

 

*

 

Lettera ai ragazzi del Sud

Cari ragazzi,
abitate da poco una terra antica,
dipinta con le tibie di albe greche,
col sangue di chi è morto in Russia, in Albania.
Avete dentro il sangue il freddo delle navi
che andavano in America,
le grigie mattine svizzere dentro le baracche.
Era la terra dei cafoni e dei galantuomini,
coppole e mantelle nere,
era il Sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina,
un pezzo di lardo.
Ora è una scena dissanguata,
ora ognuno è fabbro della sua solitudine
e per stare in compagnia si è costretti a bere
nelle crepe che si sono aperte tra una strada e l’altra,
tra una faccia e l’altra.
Tutto è spaccato, squarciato, separato.
Sentiamo l’indifferenza degli altri
e l’inimicizia di noi stessi.
Uscite, contestate con durezza
i ladri del vostro futuro:
sono qui e a Milano e a Francoforte,
guardateli bene e fategli sentire il vostro disprezzo.
Siate dolci con i deboli, feroci con i potenti.
Uscite e ammirate i vostri paesaggi,
prendetevi le albe, non solo il far tardi.
Vivere è un mestiere difficile a tutte le età,
ma voi siete in un punto del mondo
in cui il dolore più facilmente si fa arte,
e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate.
Non lo fate per darvi arie creative,
fatelo perché siete la prua del mondo:
davanti a voi non c’è nessuno.
Il Sud italiano è un inganno e un prodigio.
Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola.
Pensate che la vita è colossale.
Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.

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5 pensieri su “Cedi la strada agli alberi”

  1. Almerighi, lei è uno dei dieci poeti-lettori che in Italia comprano i libri degli altri. Anche gli altri 4.999.990 poeti-lettori (ma di se stessi) comprano i libri: i loro, direttamente dall’editore (si fa per dire) al quale hanno appena sborsato due-tremila euro per un centinaio di copie da distribuire agli amici in cambio di una “recensione” (sarebbe meglio una “recinzione”, ma questo è un altro discorso).

    La prego, resista insieme agli altri nove: finché durate, (forse) c’è ancora speranza.

    MS

    1. Non sapevo fossimo solo dieci, comunque, sarà che risparmiando sulle pubblicazioni (io non pago i sedicenti editori per comprarmi i miei libri, eheheh) mi rimangono le risorse per comprare quelli degli altri, ma facciamola girare questa economia!

    1. dipende poi dagli editori; ci sono quelli che nonostante le poche risorse investono nei libri che sanno in partenza che non venderanno, ma volendoli in vita fanno sacrifici per dar loro vita. Poi il mercato culturale italiano è quello che è, ma non siamo tutti uguali.

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