Doveri dell’esilio

Nanni Cagnone

 

Dunque
era eccessiva
la giustizia che volevo.
Non provai compassione
per l’armonia di quel regno
in cui con uguale ardore
si uccideva si finiva
di uccidere, si credeva
che pietas fosse
ignorare.

 

 

Testi tratti da
Nanni Cagnone
Doveri dell’esilio
Genova, Il Cobold – Night mail, 2002

 

Sale e diventa
scende e diventa,
si oscura.
È questa la forza
che volle lentamente
non agire?

Lingua del presente,
forma che manca
dopo tutte le forme.
Potessi almeno lasciarvi
un colore imperfetto.

 

*

 

Pesante contorno,
oltre il quale
si schierano
gli altri del sogno,
con dolce pretesa
incerto domandare.

Cerco uno tra voi
che sappia dirmi
cosa fanno i verbi
che raggiungono.

 

*

 

Riposa –
passa dietro
l’esperienza.

Tu-frammento,
riaperta figura,
non puoi temere
confini.

 

*

 

Ingrandite
finché sole, irreali,
rimasero indietro
distinte figure.
Si staccò dal seguirle
il loro segreto – ombre
nel vuoto chiarore,
nascoste nel vuoto
come solide assenze.

Esiguità, pensose
fuorviate prove,
denti nella cenere.
Non è strano
urtare-oscillare ombre,
credere più grande
colui che non si volge?

 

*

 

Non la moderazione,
che muove nei vuoti
in modo da non ferirsi,
ma la regola degli amanti,
che si cura dell’unica
giustizia possibile
quando c’è di mezzo
il desiderio –
questo esperimento
che ci fa mancare.

 

*

 

A chi abita
non lontano dai frantumi,
una cintura ricamata.
A chi stenta
perché troppa la polvere,
uno stordirsi di foglie.
A noi, il buio
dell’ultima riga.

 

*

 

Quando l’intero
si srotola in un punto
di nessuna salute,
per rendere felice
il non invocato dio
dei grani di polvere,
e in sua ariosa
radicata culla
smentire tesori,
noi acerbamente
diamo inizio
a silenziosi giochi
del respiro.

 

*

 

Non lo dirò –
in tessiture di notte
è custodito,
ben intrecciato
il mondo dei cinghiali
tra le primule,
e il nemico come linfa
entro le foglie,
scivola per sogni
incontro
a risanate vertigini
nel riparato buio
culla di colori,
e foschia di nostri passi
verso un grano
che nel fuoco
unisce stagioni.

Ascolta la tua collina
– nessun altro –
che fa crusca e cenere
per molti millenni.

 

*

 

Non c’è tempesta
attenta a questa barca.
Non c’è onda – laggiù –
che oltrepassi il mare.

Guarda tra le zolle.
Diventano mai pietre,
le ossa?

 

*

 

Chiudetevi
a chi vuole innalzarsi
sulla pagina già scritta.

Quanto a me,
non saper nulla
di chi
si slega dal sonno.

 

*

 

Si è spento.
Perché crepita allora,
abitato dal fuoco,
dovendo piegarsi
alle proprie rovine?

Fine – ingenua
tra ingenue parole.
Per sogni
non si dice.

 

*

 

L’acuto e il veemente,
sebbene incostanti,
non danno pace
al loro contrario.

Colui,
nascosto nel disegno
dando ascolto
alla conversazione
del pieno del vuoto,
aspetta la sua ora –
il culmine impersonale.

 

*

 

E queste parole – abiti
in guardaroba incustoditi,
rubati per farne stracci
da spingere in bocca
a chi potrebbe gridare –
anche queste parole
lo sanno: non c’è
una patria del dire.

 

*

 

Sguardi screpolati,
incredula andatura.
Non poter offrire
né legando rifiutare.
Ostinato parlare
quando una bufera
porta via la voce.
Dei nomi rimasti,
solo quelli
appartenenti.

Doveri dell’esilio.

 

*

 

Interno
salvaguardante esilio,
notturnità e silenzio
nessun raccolto.

C’è l’uscita non esco,
riprendo senza timore
il mio esercizio –
piume
che suonerebbero
tamburi.

 

Nota di Marco Ercolani

Ogni artista si raccorda con le leggi infinite che non conosce, con «lo spazio eccentrico dei morti» (Hölderlin), e con niente di meno. Nanni Cagnone reinventa questo raccordo in Doveri dell’esilio (Nightmail, 2002.) «Cose che/ non consultano parole./ Parole che internamente/ non possono raggiungersi». Le parole si raggiungono solo attraverso il turbamento della visione. Ma il turbamento non si oppone alla chiarezza: è la chiarezza della visione. Nessun linguaggio esprime la veggenza ma ne insegue i frammenti. «Se dicessi:/ questa regione/ è la mia via, questo/ foglio stropicciato/ fra le dita, mi perderei…».

Scrivere è sprofondare nel silenzio senza perdere le parole che lo evocano. «Riposa/ passa dietro/ l’esperienza.// Tu-frammento,/ riaperta figura,/ non puoi temere/ confini». L’arte non raccoglie e non dissemina. Non comprende confini, li inventa. «Interno, salvaguardato esilio,/ notturnità e silenzio/ nessun raccolto.// C’è l’uscita non esco/ riprendo senza timore/ il mio esercizio –/ piume/ che suonerebbero/ tamburi». Il suono della poesia è quello di un tamburo percosso da una piuma. Ma in quel suono inudibile c’è qualcosa che oltrepassa le vibrazioni percepite. «Ma c’è nel desiderio/ un rumore di precipizio,/ un supplizio accanto,/ come/ diminuendo di una foglia/ un ramo».

Ci sono verità che si ammirano dopo, come immagini o figure, e prima come soprassalto. La chiarezza è un dono ingannevole della parola: prima della chiarezza c’è questo soprassalto che turba, che sporca. Ogni poesia è fulminea distruzione del mondo, assoluto esistere del testo. Ma il poeta non si accontenta di questo assoluto. Come scrive Henri Michaux: «Non trova le notti sufficientemente nere. Vorrebbe opacizzarle ancora». Cagnone ha questa tentazione: farsi invadere dalla possibilità di annerire le sue notti, e sospendere qualsiasi certezza. L’arte è, per il poeta, un’imboscata, dove il cacciatore è quello che è sempre stato: la preda.

Quello che conta non è il rovesciamento surreale delle cose ma l’agguato al già detto, l’incursione obliqua. L’arte tollera eccessi non relativi. È qualcosa che la apparenta alla follia. È inesistenza, e insistenza. «Le parole che conosco/ non ricominciano».

Se un sogno è segreto allo stesso sognatore, può essere ancora sognato. Trovare la propria finzione e difenderla come un’emozione naturale è il compito più difficile. Ogni vero sguardo non divaga, non confluisce. «Questo è un tempo/ per cuori piccoli./ Tieni dietro il ventaglio/ le tue iperboli,/ muovi con cura il polso».

Scrivendo, il poeta si allontana dalla condizione chi era stato prima di quelle parole, e condivide le parole di Robert Walser: «Sapere tante cose, aver visto tante cose, e non avere nulla, ma proprio nulla da dire».

Il poeta sale in cima al cratere con un piccolo specchio, ritorna trasfigurato o sfigurato dalla luce, non bruciato. La pertinenza del testo è saper modulare il fuoco. Le perfezioni sono attimi scintillanti, non lunghi narcotici. E la poesia resta il desiderio di un gesto impossibile, come per un morto il minimo movimento della mano. È un lampo riflesso in uno specchio, anche se il fulmine, prima o poi, frantumerà lo specchio. «Lingua del presente,/ forma che manca/ dopo tutte le forme./ Potessi almeno lasciarvi/ un colore imperfetto».

Lo scrittore ha, come unico dovere, la coscienza delle proprie visioni. Perché la sua parola esista, deve nutrirla il buio. E appena dopo, perché riprenda a non esistere, deve ritornare lo stesso buio, ma arricchito da quella nuova, anonima risonanza – la voce del poeta, che scrive per prepararsi a scrivere in qualche impossibile giorno. «La poesia è la salvezza erotica delle cose: le conosce come non-finite e ne prosegue il desiderio». Disorientare il presente resta la sola legge di sopravvivenza. Se è vero che «un grido di troppo mette tutto in pericolo» (Louis René de Forêts), di quel grido, da cui è impossibile sciogliesi, il poeta è portavoce assorto, sonnambulo. «Quanto a me,/ non saper nulla/ di chi/ si slega dal sonno». Non “saper nulla” è la condizione dell’invasamento. La scrittura poetica è la trascrizione di chi, temporaneamente, si sveglia e riferisce. Ma riferisce solo per restare avvinto più a lungo a quel sonno. «Il poeta, quando è preso da enthusiasmòs, ha in sé un altro dio, e a questo soltanto deve rendere conto. Egli è un credente, non un sacerdote, e infatti – diversamente da quest’ultimo – è profano per sempre».

(Tratto da qui)

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6 pensieri su “Doveri dell’esilio”

  1. Caro Marco, le tue parole sono un cono di luce – pur se radente, la sola con cui ci si possa accostare alla sua poesia – sull’opera di Cagnone. Che piacere leggerti.

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