Favole russe in Abruzzo

Dinamo Seligneri

Favole russe in Abruzzo

Io ho sempre avuto questa passionaccia per le strade poco trafficate. Sarà che sono un poeta, perciò un idiota, e non ci posso far niente, quando mi trovo al crocicchio, con la mente in subbuglio, dove giro dove non giro, mbè, signori miei, sempre colà finisco per girare, nelle strade di campagna, magari allungando pure il tragitto, ma che importa… tanto, uno dice tragitto come volendo alludere a chissà quali destinazioni da raggiungere, quali mete da ottenere, ma non aveva forse ragione quello che parlando dell’antico tema del viaggio ebbe a dire che se fosse dipeso solo dalla destinazione, allora tanto valeva non partire per niente?

Passando però per una di queste stradine campagnole un giorno mi ritrovai circondato da un grande traffico… un traffico, si capisce, di pecore in transumanza (un costume per altro assai tradizionale, per noi, qua in Abruzzo).
Facevano molti rumori bestiali, belati schiocchi lamenti ma nel complesso erano belle ed armoniose, forse un po’ sporche ma questo è normale per una pecora che non è mai in realtà tutta bianca bianca.
Eppoi erano pecore in viaggio. Dovete tenerne conto.
Io le guardavo contento nonostante il mio ritardo sulla destinazione si aggravasse e ridevo qua e là con gli occhi come quando sono rasserenato; ridevo per lo strano modo che hanno questi animali di essere sempre distratti, distratti in una maniera elegantissima, all’italiana, una maniera di trascinarsi dietro ad un potere più che mai sporco ma all’apparenza (!) battibile, quasi nullo e leggero, aereo, consuetudinario, come il vizio del fumo. L’egemonia del pastore.
Ad un certo punto sentii un rumore più forte degli altri – non escludo, scusate la maleducazione, un fragoroso peto – e il gregge si fece avanti in un modo scomposto, non verso di me ma per i lati della strada. C’era nell’aria come una strana energia che proveniva dal centro. Qualche pecora allora si lasciò scivolare dentro ad un fosso come dei soldati nella prima guerra mondiale, mentre un gruppino di altre quattro o cinque trottò con una corsa snella verso un sentiero più ardito che menava al cavalcavia dell’autostrada; io andavo dietro con lo sguardo a questa bislacca ribellione che si propagava dal centro alla periferia del gregge e da dentro la macchina non sapevo che fare, un po’ contento per l’imboscata al pastore un po’ in doglianza con lui.
Qualcuno dietro di me, che stava in coda, si mise pure a clacsonare perché forse qualche pecora gli aveva incornato la carrozzeria della macchina.
Il pastore probabilmente era alle prime armi, non lo so, ma proprio non riusciva a pararle tutte e i clacson peggioravano il suo imbarazzo. Alla fine riuscì a riacciuffarne qualcuna con i cani che facevano il diavolo a quattro ma il folto del gruppo si era dato alla macchia. Pensai – ma senza esserne un intenditore – che non c’era oramai più nulla da fare. Le pecore erano andate.
Avevo assistito ad una ribellione pecorina e non potevo più dire sprezzante che il tal de’ tali o il talaltro era una pecora, in cuor mio quella metafora non funzionava più: gli avrei fatto un complimento… pure se, a ben pensarci, lo sapevo solo io e qualche altro clacson in coda con me che anche le pecore, eddài oggi eddài domani, si possono ribellare alla loro realtà.
(Ma gli scrittori lo sapranno?).

***

Certo, la questione è complessa e non è facile dire le cose stanno così o cosà e bisogna sempre fare tanta attenzione. Come tutti sanno, infatti, ci sono tante possibilità per mettere (o far finta di mettere) ribellione in un posto, anche nei posti immaginari. E bisogna studiare le cose, non esageratamente ché poi fa male, ma un po’, sì, bisogna studiarle e davvicino pure, sennò non ci si capisce niente.
Allora studiamo un po’ le cose assieme. Tanto per ammazzare il tempo.

Per esempio, pare che lo studente Antonio della scuola dove lavoro io, sempre col suo giacchino leggero addosso, nemmeno fosse uno studente della San Pietroburgo dell’Ottocento, e fino fino come un fiammifero da cucina, pare sia diventato un ribelle e non abbia più voglia di studiare. Pure non facendo nulla però, dicono, fa le fiamme. Specie in matematica.
Durante le lezioni non tira fuori nemmeno più il quaderno e la penna. Se gli dici, dài, Antonio, fai qualcosa, prendi almeno il libro, ti risponde, non posso. Non ho voglia. Ed ammicca a responsabilità laterali. Come se la colpa fosse da ricercare altrove, ma non in un altrove sociale o perlomeno solo sociale (situazione a casa, genitori litiganti, penuria di quattrini, morti dolorose come se ne sentono tutti i giorni); lui è un disertore di qualità diversa, qualità metafisica diremmo, e il suo caso quindi è da ricercare in un altrove metafisico: da lassù Nessuno (o chi per Lui) gli ha elargito alla nascita quella quota di energia che serve per poter fare le cose a regola nella vita. Non è colpa sua. È colpa di chi amministra lassù.
Lui dal canto suo ne prende atto. Che è colpa mia, professò?
Mannò, Antò, che colpa tua… ci mancherebbe altro.

Hanno chiamato i genitori che sono persone intelligenti – e in quanto tali, non ci capiscono nulla.
Più che dirgli anche loro Antonio studia, Antonio fai, oppure lasciarlo proprio perdere, che cosa potrebbero fare? (che poi uno dice perdere come se fosse un male, ma io penso che invece perdere è un verbo assai più bello di quell’altro, che manco mi ricordo più, forse si dice vincere).
E allora, tanto vale… Antonio durante l’ora fischietta. E un po’ fischiettano pure i genitori. D’altro canto, chi li può accusare di avere una parte di metafisica responsabilità se da lassù è sceso tanto poco per il figliolo indolente?
Mica è colpa nostra, professò.
Mannò, che colpa vostra… ci mancherebbe altro.

Io, dal mio punto di vista, sempre che ce l’ho un punto di vista ché io malgrado tutto è una vita che più che vedere svedo o travedo, non so come si dice bene, e se proprio devo dirla tutta penso che a me come dono, da lassù, m’è toccato questo, il dono metafisico dello svedere, anche doppio, o triplo, e perciò dicevo, io Antonio, dal mio modo di svedere le cose, un po’ lo capisco ma chiaramente non gli posso dir nulla. Ecche gli dico?
Il fatto gli è che, oltre a tutto, non credo alla sua ribellione.
E’ facile dire di no alla sua età. Difficile è continuare a dire quel monosillabo negli anni avvenire. E lui negli anni avvenire sono sicuro diventerà il ragazzo e poi l’uomo brillante che promette a piena forza di diventare e che il suo attuale status di scioperato, di sfaticato scolare non può che confermare.
Perciò Antonio un po’ mi annoia… e pure sul lato fischiettare, come su quell’altro assai attiguo, dello svivere (ché c’è pure lo svivere) o dello svedere (ché l’ho appena detto), non è che sia un portento. Anzi. Gli è scarso proprio. Non c’ha la stoffa… e la stoffa indovinate un po’ da dove scende.
Il fatto è che quando qualcuno fa tanto palesemente il ribelle bisogna seguirlo fino all’ultimo per vedere se il punto c’è davvero o è solo un piccolo bluff.
E’ che se ne vedono troppi a giro di tipi così.
Poi uno diventa diffidente.

***

Da piccolo mi appassionai alla storia di un mio compagno di scuola elementare. Questi davanti alla maestra e alla classe tutta raccontò la storia poi divenuta famosa nel mio circolo artistico della pecora che legge. La storia è semplice e la racconto alla svelta, così non v’annoiate: il compagno aveva la madre originaria di un paese di montagna della nostra provincia. Ogni tanto, come si fa per educazione, la madre prendeva per mano i figlioli e il marito (che un po’ burlone e figliolo era pure lui) e se ne salivano a salutare genitori zii e zie rimasti a vivere lassù. La famiglia.
In uno di questi soggiorni il mio amico raccontò che aveva visto senza ombra di dubbio in uno stazzo erboso una pecora tutta bella tosata e colorata di bianco che, seduta su uno sgabello di quelli campagnoli, leggeva con una zampa sull’altra e inforcando un paio di occhiali… leggeva un libro di favole russe illustrate – questo particolare slavofilo, proprio perché così inverosimile, m’è rimasto sempre impresso.
Per quanto piccoli, ne ridemmo allora tutti. Ogni tanto anche le maestre, ricordando la vicenda, facevano delle discrete e sottili battute a riguardo: Maurì com’ sta la pecur che legg? Camp’ angor?   Che sta a legg’ mò?

D’altronde questo mio amico era talmente stracciato come studente quanto inventivo come idiota che spesso portando all’isterismo il corpo docente prendeva ceffoni sulla nuca e busse in testa a non finire, ed era preso a modello di tutte le nefandezze umane e scolastiche: volete addiventare come Maurizio eh… volete fare la fine sua? Allora continuate così; e certo quella della pecora che legge non era destinata a rimanere solitaria fanfaluca tra le sue labbra. Ed infatti di pari passo con gli schiaffi altre fanfaluche vennero al suo arco (la macchina che si guida da sola, le trasferte in braccio dei grandi ultrà della curva, i fasci di marchi risalenti alla seconda guerra trovati in un tombino da sua padre ecc ecc) ma nessuna, credo io, tanto bella come quella della pecora che legge le favole russe.
Insomma, l’amico prometteva di diventare ma in realtà, come detto, già era un perfetto idiota ed era sempre lì a sbadigliare e non voler far nulla. Uno di quelli capitati a scuola per sbaglio, che fischiettano e svivono in maniera eccellente ovvero in maniera del tutto inconsapevole, senza calcolo, senza darsene nessun pensiero, senza voler sfidare proprio nessuno, essendo quella la loro natura, la loro natura metafisica, pura ribellione iscritta nel corpo, calata scrio scrio da lassù, gratis, alla nascita.
Egli era, insomma, uno di quelli che hanno ricevuto ben poco sale in dono e vane sono allora le botte dei maestri e le cinghiate dei padri: alla natura, come al cuore, non si comanda e questo sia maestri sia padri lo sanno da soli e infatti non picchiano invero per raddrizzare o correggere (‘zzo correggi!) quanto per sfogare la loro invidia d’esser nati colla razione media di sale, insufficiente tanto all’idiozia quanto alla genialità e buona semmai ad entrare, con qualche spintarella, o rimanere, per incastro, nella medialità estetica borghese.

Perciò, alla bontà della sua vocazione di nullatenente mentale, di essere svivente, alla bontà della sua ribellione, che vi devo dire, c’era (e secondo me c’è ancora) proprio da credere.
D’altronde come si fa a non credere a uno che vede la pecora che legge?

Eppure… eppure oggi lo so seduto alla sua brava scrivania a fare il direttore scolastico in una delle nostre più celebri province. Direte: bene! la scuola ha proprio bisogno di idioti come lui! Ed è vero; ma è altrettanto vero, cari lettori, che quando lo seppi direttore, confesso che tutto me ne rallegrai, ché la scuola ha sì tanto bisogno di idioti ma che siano idioti veri dico io, e vieppiù ha tanto tanto bisogno di idioti veri che sappiano vedere le pecore che leggono (chissà che poi queste pecore non leggano meglio di quanto facciamo noi con tutto il nostro tanto sventolato amore per i libri la letteratura la scrittura ecc ecc ecc?).
Già mi immagino uscire dal suo edificio scolastico fiumi di pecore che leggono tutti i libri, non solo i russi, guidate dal mio amico dentro un frac strappato, come un grande direttore d’orchestra, un grande lettore d’orchestra, altro che direttore di scuola o pastori! un direttore d’orchestra sarà diventato! e io non vorrei far altro che tornare piccino piccino per andare nella sua scuola e leggere pure io negli stazzi, su uno sgabello campagnolo, una gamba sull’altra, tutto tosato e colorato di bianco, qualche bel libro di favole russe illustrate.

***

Ma poi, chi può dirlo, forse anche questa è solo un altro sogno o meglio un’altra favola di ribellione della migliore (?) tradizione russa abruzzese.

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