L’immagine sul muro

Ici se lève l’aube de l’écriture
qui est mouvement de la pensée vers le silence.

Qui spunta l’alba della scrittura,
che è movimento del pensiero verso il silenzio.

Yves Bergeret

L’Immagine sul muro agisce

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

Lo spazio vive innanzitutto attraverso la sonorità che vi riconosciamo. Le grida confuse dei venditori al mercato che sovrastano il rumore della città. Il fluire del torrente sotto le nuvole fitte. Il sibilo del vento secco sugli altipiani e le falesie di arenaria del Sahara. Il crepitare della montagna nella calura di mezzogiorno che dissigilla le pietre saldate dal gelo notturno. Lo scalpitìo delle greggi negli avvallamenti delle colline aride. Sento sempre sopraggiungere un senso sonoro, talvolta poco distinto, ma permanente nelle sue modulazioni robuste e tenaci. E’ un continuum animistico, oracolare, minaccioso o armonico. Un senso sonoro molteplice, e prima ancora che sia proferita una sola parola. Il continuum sonoro mi lega allo spazio. Occorrono tutte le risorse della scienza fisica affinché in una camera anecoica io possa trovare il silenzio; ma anche in questa sospensione del mio patto sonoro con lo spazio sento levarsi subito il battito del mio cuore e il mio corpo che lavora sotto pelle.

In questo continuum circola la vibrazione sonora della parola. Nello spazio non posso uscire dal mero soddisfacimento, non posso uscire dalla paura che infliggo o che subisco se non sento la voce dell’altro; l’ascolto mentre mi interroga e le rispondo. Allora si instaura il dialogo. Così nasce la persona. Purtroppo molto spesso lo spazio mi riporta il grido di minaccia o di dolore, l’ordine secco che si impone e non saprebbe tollerare obiezione, il mormorio arrogante che ordina. Ma in ogni caso lo spazio raggiunge la pienezza del suo essere se è in primo luogo vibrazione vocale di noi tutti; se è tutti noi. Nell’ampia e profonda circolazione del nostro frastuono. Della nostra festa o del nostro pianto. O della nostra pace.

Io nasco nello spazio. Nasco perché sono nello spazio, cioè nel suono dell’altro. Nella sua mutevole vocalità. L’oralità è spaziosa e spaziale. Da una bocca a un orecchio. L’oralità è sostanzialmente iniziatica, cosa inammissibile per i non-iniziati dal momento che la memoria non è un supporto visibile né udibile. Capita che lo spazio non acceda alla vita se non enunciato dal canto polifonico che lo fonda, quello dei pigmei Aka, quello dei Dong in Asia del sud-est, quello degli Huli della Nuova Guinea, quello delle Donne anziane dei Toro Nomu dogon di Koyo.

Una mattina succede che qualcuno, senza rompere veramente né con la comunità dei suoi parenti né col continuum sonoro, prenda una leggera materia colorata nel cavo del suo palmo o sulla punta di un dito; e sotto una tettoia di roccia, o in un locale in mattoni di argilla, posi una linea, un tratto. Qui improvvisamente il flusso sonoro dello spazio esita, si sottrae, si impenna, si allontana ma senza tuttavia tacere. Da questa linea colorata, da questo tratto visivo nasce uno sconvolgimento della relazione con lo spazio. E nasce per prima cosa un’immediata distanza. Una sospensione del continuum sonoro dello spazio. Tutto si fa silenzio.

Questo tratto silenzioso nomina. Nomina qualcosa nello spazio che colui che pone il tratto sente, designa, e che forse vuole anche catturare grazie alla potenza tranquilla e muta di questo segno. Questo elemento dello spazio è invocato, esortato, pregato, tenuto a distanza, placato, dominato, neutralizzato e finalmente, man mano che il tratto si precisa, nominato. Qui spunta l’alba della scrittura, che è movimento del pensiero verso il silenzio.

Nello stesso tempo, colui che ha preso un po’ di fango grigio nella sua mano e l’ha deposto, disteso, fermo e preciso, come un balsamo sul muro al fondo della stanza, sperimenta l’importanza e l’audacia del suo gesto: la fiera evocata, l’antenato raffigurato, l’accoppiamento celebrato non si ritraggono. Il segno visivo ha il potere di stabilizzare e regolare lo spazio. Il posatore del segno nasce come uomo responsabile per sé, per i suoi parenti e per tutta la comunità: sa assumersi tranquillamente il rischio di dialogare in silenzio con lo spazio. Fin dall’inizio e sotto gli occhi di tutti egli installa il segno fuori dal segreto iniziatico che l’oralità sussurra all’orecchio. Il tratto che nomina agisce in due sensi: nomina qualcosa nello spazio e nomina chi inaugura l’atto di scrittura.

Il posatore di segni nomina e attraverso questo tratto serenamente audace tocca il potere animistico di ciò che nomina. Tattile per sua natura, il segno è performativo. Agisce. Ha allontanato il rumore creando un’apertura senza trascendenza in cui il silenzio rinforza il continuum animistico del pensiero simbolico. Allontana e unisce simultaneamente. Unisce nella lontananza, proprio come fa la scrittura.

Un secondo tratto che nomina viene posato sul muro. Poi un altro. Infine appare una campitura uniforme ben definita. Poi un’altra ed ancora un’altra, senza che il procedimento cancelli i tratti precedenti. Nasce allora l’appropriazione attiva dello spazio attraverso l’organizzazione visuale che si risolve in qualcosa che è quasi sempre una sorta di scacchiera dipinta sulla parete. Capita che nella scacchiera il tratto qui e là ricompaia. Così nasce l’immagine. Un’immagine che è sorella della rete che l’ornitologo tende sulla collina nei pressi di uno stagno per catturare gli uccelli migratori, applicargli un anello alla zampa e rilasciarli, al fine di interrogare e studiare la loro vita. L’immagine è una traversata sospesa dello spazio, una traiettoria immobilizzata in un silenzio perpetuo.

L’immagine dipinta sul muro disorienta e stabilizza la tumultuante proliferazione animista dello spazio. Essa dà forma all’energia operante, creatrice e nello stesso tempo distruttrice, dello spazio; mette sull’avviso chi la guarda sul muro. Offre una guida per la vita, istruzioni per l’utilizzo dello spazio nei suoi pericoli e nei suoi splendori e nella giustificazione di questi ultimi. Raffigura nel suo mutismo il racconto mitico che spiega la turbolenza dello spazio e le attribuisce un senso. Calma l’agitazione dello spazio e l’angoscia di chi si mette a guardare l’immagine.

L’immagine sul muro si rivolge a tutti quelli che vi passano davanti e la vedono. Nel caso si trattasse di un mosaico steso sul pavimento, essa si espande sotto gli occhi dei visitatori e gli sfrega i piedi. Qualora fosse un affresco sulla parete del chiostro, essa richiama alla vita un episodio del grande racconto mitico orale che sta alla base della costruzione stessa dell’edificio. Se fosse profusione di pietre scolpite sul portico d’entrata, essa appoggia la sua sostanza simbolica sulla nuca di chi varca la soglia. Se brilla sulla vetrata nella luce cangiante delle stagioni e delle ore, fa di nuovo rivivere, attraverso la vibrazione cromatica, l’azione archetipale di un eroe, di un santo o di un dio fondatore. Essa distribuisce senso. Scioglie ogni esitazione e riavvia un cammino nell’opacità del mondo.

Questa immagine per tutti su dei grandi supporti pubblici è una sedimentazione della parola collettiva mitica che la comunità invia come risposta al bordone opaco e turbolento del continuum animistico dello spazio. Questa grande immagine è la cristallizzazione visuale della risposta allo spazio: è un contenitore di parola. Questa parola mitica, muta in quanto immagine, chiede tuttavia di ritornare all’oralità della comunicazione: l’iniziato se ne incarica. Al popolo analfabeta medievale il chierico legge il racconto raffigurato sulla vetrata. La lettura di questa immagine diventa una “lezione di morale” alla quale il fedele, attratto dalla performatività del timpano o del rosone, si riferisce per orientare la sua vita.

Le grandi immagini pubbliche, lungi dallo scomparire con l’alfabetizzazione generale della popolazione, dislocano tuttavia la loro azione performativa, o meglio ne moltiplicano i campi. In Francia le grandi pitture delle sale consiliari comunali edificate nella seconda metà del diciannovesimo secolo accompagnano l’alfabetizzazione repubblicana della popolazione. Lo stesso dicasi anche della statuaria pubblica.

Ma, parallelamente, lo sviluppo della produzione industriale degli oggetti, che trasformano profondamente il continuum sonoro e simbolico dello spazio, genera il proliferare di manifesti pubblicitari nei luoghi maggiormente frequentati per invogliare chi li guarda al consumo compulsivo dell’oggetto celebrato: un vero e proprio decadimento etico. Si potrebbe anche credere che il ricorso incessante, anch’esso compulsivo, alle immagini degli schermi del computer e dello smartphone tenda a cancellare l’utilizzo dell’immagine murale; ma quest’altra forma di degrado della personalità, una vera immersione in un buco per topi senza fondo, nei fatti non sottrae niente alla potenza della grande immagine collettiva, che la si ritrovi su uno schermo gigante o anche sul muro di un antico palazzo o nel rosone di un transetto gotico. Il pensiero simbolico che lo spazio veicola, anche per la persona più alienata, non si sradica mai.

Ecco in definitiva perché l’immagine murale è tanto feconda quanto viva: essa è incessantemente alla ricerca della parola che ne rappresenta il nocciolo di senso e che invariabilmente fugge verso il continuum sonoro. Nel brusio dello spazio, l’immagine è il silenzio di una promessa rinnovata e mai esaudita.

 

L’Image au mur agit

L’espace vit d’abord par la sonorité qu’on y connaît. Le cluster des cris des camelots du marché par-dessus le grondement de la ville. Le roulement du torrent sous les nuages serrés. Le raclement du vent d’harmattan sur les plateaux et les falaises de grès au Sahara. Le craquèlement de la montagne sous la chaleur de midi qui descelle les pierres que le gel de la nuit tint. Le piétinement des troupeaux dans les creux des collines arides. J’entends toujours affluer du sens sonore, parfois peu net, mais permanent dans ses modulations robustes et tenaces. Ce continuum est animiste, oraculaire, menaçant ou harmonisant. Sens sonore multiple et avant même que quiconque ne parle. Le continuum sonore me lie à l’espace. Il faut toutes les ruses de la science physique pour que dans une chambre anéchoïde je trouve le silence; mais dans cette suspension de mon pacte sonore avec l’espace j’entends aussitôt surgir mon cœur qui bat et mon corps qui sous sa peau travaille.

Dans ce continuum la vibration sonore de la parole circule. Dans l’espace je ne peux sortir de la plate satisfaction, je ne peux sortir de la peur que j’inflige ou subis que si j’entends la voix de l’autre; je l’écoute m’interroger et lui réponds. Alors s’instaure le dialogue. Ainsi naît la personne. Hélas trop souvent l’espace porte vers moi le cri de menace ou de douleur, l’ordre sec qui ne saurait tolérer réponse et assujettit, le susurrement hautain qui enjoint. Mais de toute manière l’espace atteint pleine maturité s’il est d’abord vibration vocale de nous tous; il est nous tous. Dans l’ample et profonde respiration de notre brouhaha. De notre fête ou de notre pleur. Ou de notre paix.

Je nais dans l’espace. Je nais car je suis dans l’espace, c’est-à-dire dans le son de l’autre. Dans sa vocalité variante. L’oralité est spacieuse et spatiale. D’une bouche à une oreille. L’oralité est d’abord initiatique, récusable aux non-initiés car la mémoire n’est pas support visible ni audible. Il arrive que l’espace n’accède à la vie qu’énoncé par le chant polyphonique qui le fonde, celui des Pygmées Aka, celui des Dong en Asie du sud-est, celui des Huli de Nouvelle-Guinée, celui des Femmes aînées des Toro nomu dogon de Koyo.

Un matin il arrive que quelqu’un sans vraiment rompre ni avec la communauté de ses proches ni avec le continuum sonore se saisisse d’une légère matière colorée dans le creux de sa paume ou au bout d’un doigt; et sur le fond d’un auvent de roche, ou bien dans une pièce en briques de terre, il pose une ligne, un trait. Ici soudain le flux sonore de l’espace hésite, évite, se cabre, s’écarte mais sans pourtant se taire. De cette ligne colorée, de ce trait visuel naît un bouleversement de la relation à l’espace. Et naît en tout premier une soudaine distance. Une mise en suspens du continuum sonore de l’espace. Le silence surgit.

Ce trait silencieux nomme. Il nomme quelque chose dans l’espace que celui qui pose le trait sent, désigne, et peut-être même veut attraper par la puissance tranquille et mutique de ce trait. Cet élément de l’espace est invoqué, convoqué, prié, éloigné, apaisé, possédé, dépossédé et finalement, au fur et à mesure que le trait se précise, nommé. Ici se lève l’aube de l’écriture qui est mouvement de la pensée vers le silence.

Et en même temps celui qui a pris un peu de boue beige dans sa main et l’a posée, étirée, ferme et nette, comme un baume sur le mur du fond de la chambre, éprouve l’importance et l’audace de son geste: le fauve invoqué, l’ancêtre signifié, l’accouplement célébré ne se rebellent pas. Le signe visuel a un pouvoir: il stabilise et régule l’espace. Le poseur du signe naît comme homme responsable pour lui-même, pour ses proches et pour toute la communauté: il sait prendre le calme risque de tutoyer en silence l’espace. D’emblée et aux yeux de tous il installe le signe hors du secret qu’initiatique l’oralité chuchote à l’oreille. Le trait qui nomme le fait doublement: il nomme quelque chose dans l’espace et il nomme celui qui inaugure l’acte d’écriture.

Le poseur de signes nomme et par ce trait calmement audacieux il touche la puissance animiste de ce qu’il nomme. Tactile le trait est performatif. Il agit. Il a écarté le bruit en créant une béance sans transcendance dont le silence renforce le continuum animiste de la pensée symbolique. Simultanément il écarte et rejoint. Il joint dans l’écart: et c’est bien le propre de l’écriture.

Un second trait qui nomme se pose sur le mur. Puis un autre. Enfin apparaît l’à-plat. Puis un autre à-plat et encore un autre, sans pour autant effacer les traits. Naît alors l’appropriation agissante de l’espace par l’organisation visuelle au moyen de ce qui est presque toujours une sorte de damier peint sur la paroi. Il arrive que dans le damier le trait ci et là revienne. Ici naît l’image. Cette image est sœur du filet que l’ornithologue tend sur la colline près de l’étang pour attraper les oiseaux migrateurs, les baguer et les relâcher: pour interroger et comprendre leur vie. L’image est une traversée suspendue de l’espace, une trajectoire immobilisée dans un silence pérennisé.

L’image peinte au mur désoriente et stabilise la bruyante prolifération animiste de l’espace. Elle met en forme l’énergie agissante, créatrice et à la fois destructrice de l’espace; elle informe qui la regarde au mur. Elle offre un guide de vie, un «mode d’emploi» de l’espace en ses périls et ses splendeurs et dans les justifications de ces derniers. Elle figure dans son propre mutisme le récit mythique qui justifie la turbulence de l’espace et qui lui assigne un sens. Elle calme l’agitation de l’espace et l’angoisse de qui se met à regarder l’image.

L’image au mur s’adresse à tous ceux qui passent devant le mur et la voient. Si jamais elle est mosaïque au sol, elle s’étale sous les yeux des visiteurs et frotte leurs pieds. Si elle est fresque à la paroi du cloître, elle réinstaure un épisode du grand récit mythique oral qui agit au fondement même de l’édifice. Si elle est foisonnement de pierres sculptées au porche d’entrée, elle appuie son action symbolique sur la nuque de qui franchit le seuil. Si elle brille au vitrail dans la lumière changeante des saisons et des heures, elle fait à nouveau jaillir par la vibration colorée l’action archétypale d’un héros, saint ou divinité, fondateur. Elle distribue du sens. Elle aguerrit une hésitation et relance un cheminement dans l’opacité du monde.

Cette image pour tous sur de grands supports publics est une sédimentation de la parole collective mythique que la communauté a en réponse adressée au bourdonnement opaque et turbulent du continuum animiste de l’espace. Cette grande image est la cristallisation visuelle de la réponse à l’espace: elle est un dépôt de parole. Cette parole mythique, muette car image, demande cependant à revenir dans l’oralité de la transmission: l’initié s’en charge. Au peuple analphabète médiéval le clerc lit le récit inséminé dans le vitrail. La lecture de cette image fait «leçon de morale» à laquelle le fidèle saisi par la performativité du tympan ou de la rosace se réfère pour orienter sa vie.

Les grandes images publiques éducatives loin de disparaître avec l’alphabétisation générale de la population déplacent cependant leur performativité ou plutôt en multiplient les champs. En France les vastes peintures des salles des mairies édifiées dans la seconde moitié du dix-neuvième siècle accompagnent l’alphabétisation républicaine de la population. Il en va d’ailleurs de même de la statuaire publique.

Mais parallèlement le développement très rapide de la fabrication industrielle des objets, qui transforme profondément le continuum sonore et symbolique de l’espace, suscite les affiches publicitaires dans les lieux publics les plus fréquentés possible pour le dressage de qui les regarde à la consommation compulsive de l’objet vanté: délabrement éthique. On pourrait même croire que la visite incessante, elle aussi compulsive, à l’image des écrans de l’ordinateur et du smartphone tende à effacer l’usage de l’image murale; mais cet autre délabrement de la personnalité par la plongée dans un trou de souris sans fond ne retire en fait rien à la puissance de la grande image collective, sur écran géant ou même au mur d’un palais ancien ou à la rosace d’un transept gothique. La pensée symbolique en espace, même pour la personne la plus aliénée, ne s’éradique jamais.

Voici en somme en quoi l’image murale est aussi fertile que vivante: elle est sans cesse à la poursuite de la parole qui en est le noyau de sens et qui sans cesse lui échappe vers le continuum sonore. Dans le brouhaha de l’espace l’image murale est le silence d’une promesse avancée et rétractée.

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