La terra del mio poema

Verde la terra del mio poema, verde e alta…
Mi appare dal fondo del mio abisso…
Sei straniero, nel tuo significato.
Ti basta essere là, solo, per diventare tribù.
Ho cantato per pesare lo spazio sprecato
nel dolore della colomba,
non per spiegare ciò che Dio dice all’uomo…

 

 

Mahmud Darwish
محمود درويش

محمود درويش
MURALE

A cura di Fawzi Al Delmi
Milano, Epoché Edizioni, 2005

 

Ecco il tuo nome,
disse una donna,
e scomparve nel cunicolo sinuoso…

Vedo il cielo laggiù, a portata di mano,
e l’ala di una colomba bianca mi porta
a un’altra infanzia. Non sogno
di sognare. Ogni cosa è reale.
So che abbandono me stesso…
e m’involo. Sarò ciò che diventerò
nell’ultimo firmamento. E ogni cosa è bianca,
il mare sospeso sul tetto di una bianca nube
e bianco il nulla nel cielo bianco dell’assoluto.
Sono e non sono stato. E sono solo, sul limitare
di questa bianca eternità. Giunto prima della mia ora,
non un angelo apparso per dirmi:
“Che cos’hai fatto, laggiù, sulla terra?”
E non ho udito l’esultanza dei giusti,
né il lamento dei peccatori. Sono solo, nel biancore,
solo…
Nulla mi addolora sulla soglia della resurrezione,
non il tempo né i sentimenti.
Non sento la leggerezza delle cose né il peso
dei tormenti. Non trovo a chi domandare:
Dov’è, ora, il mio dove? Dov’è la mia città
dei morti e io, dove sono? Non c’è il nulla,
qui, nel non-qui… nel non-tempo,
e non c’è esistenza.

Come se fossi già morto prima d’ora…
So cos’è questa visione, so che
sto andando verso l’ignoto. Forse
in qualche luogo continuo a essere vivo
e so ciò che voglio…

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò un’idea. Nessuna spada la porterà
alla terra desolata, nessun libro…
Come pioggia su una montagna spaccata
allo spuntare di un filo d’erba,
non vincerà la forza
né la giustizia smarrita.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò uccello, dal nulla trarrò
la mia esistenza. Ogni volta che le ali bruciano
avvicino la verità, rinasco dalla cenere. Sono il dialogo
dei sognatori, ho rinunciato al corpo e a me stesso
per completare il primo viaggio verso
il significato, che mi ha bruciato dileguandosi.
Sono l’assenza. Sono il celeste
fuggiasco.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò poeta
e l’acqua asservita alla mia percezione. Metafora per la
metafora
la mia lingua, non dico e non indico
un luogo. Il luogo, mio peccato e mio alibi.
Di là provengo. Il mio qui balza
dai miei passi all’immaginazione…
Sono colui che ero, colui che sarò,
mi crea e mi abbatte lo spazio esteso,
infinito.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Un giorno sarò vigna,
che l’estate mi sprema fin d’ora
e i viandanti bevano il mio vino
alle lanterne del luogo zuccherino!
Sono il messaggio e il messaggero,
la posta e i piccoli indirizzi.

Un giorno sarò ciò che voglio.

Ecco il tuo nome,
disse una donna,
e scomparve nel cunicolo del suo biancore.
Ecco il tuo nome, imparalo bene!
Non variare nemmeno una lettera
e non curarti delle insegne delle tribù,
sii amico del tuo nome orizzontale,
mettilo alla prova con i vivi e con i morti,
insegnagli la corretta pronuncia con gli estranei
e scrivilo su una parete della caverna.
O nome mio: crescerai quando crescerò,
mi porterai e ti porterò,
lo straniero è allo straniero fratello.
Cattureremo la femmina con la vocale lunga votata ai
flauti.
O nome mio: dove siamo, ora?
Parla! Cos’è l’adesso, cosa il domani?
Cosa sono il tempo, il luogo,
il vecchio, il nuovo?

Un giorno saremo ciò che vorremo.

Il viaggio non è iniziato né il cammino concluso,
i saggi non hanno raggiunto l’esilio
né gli esiliati la saggezza.
Non abbiamo conosciuto fiori se non i papaveri.
Andiamo dunque, sul più alto dei murali:
verde la terra del mio poema, alta,
parola di Dio all’alba la terra del mio poema
e io sono lontano,
il lontano.

In ogni vento, una donna si burla del suo poeta:
– Prendi la direzione che mi hai donato,
la direzione infranta,
e rendimi la femminilità,
non mi è rimasto che contemplare
le rughe del lago. Prenditi il mio domani,
rendimi il passato e lasciaci insieme.
Nulla, dopo di te, se ne andrà
o tornerà.

– E tu prenditi il poema, se vuoi,
in lui non ho che te.
Prenditi il tuo io. Completerò l’esilio
con i messaggi che le tue mani hanno affidato alle colombe.
Chi di noi è io, per esserne la fine?
Cadrà una stella tra scrittura e parole,
il ricordo spargerà i suoi pensieri: siamo nati
al tempo della spada e del flauto,
tra i fichi e fichi d’India. La morte era più lenta.
Più nitida. Era la sosta dei viandanti
alla foce del fiume. Adesso, invece,
tutto dipende da un pulsante elettrico.
Nessun assassino ascolta le sue vittime,
nessun martire dà lettura del proprio testamento.
Da quale vento sei giunta?
Dimmi qual è il nome della tua ferita e saprò
su che strade ci smarriremo due volte!
Ogni palpito in te mi fa male, mi riporta
a un tempo di leggende. Mi fa male il mio sangue,
il sale… e mi fa male la vena.

Nella giara infranta le donne della costa siriana
lamentano la lunga distanza,
arse dal sole d’agosto. Le ho viste
sul sentiero della fonte prima di nascere. Ho udito
la voce dell’acqua piangerle nei cocci:
risalita alle nuvole, i giorni tranquilli torneranno.

Ha detto l’eco:
Nulla torna eccetto il passato dei potenti
sugli obelischi del mondo [d’oro le loro tracce,
d’oro] e i messaggi dei deboli al domani.
Dacci il pane quotidiano e un presente più forte,
ché reincarnazione, inabitazione, eternità non ci
appartengono.

Ha detto l’eco:
Sono stanca dell’incurabile speranza,
dei tranelli dell’estetica. Cosa verrà dopo Babele?
Ogni volta che la via per il cielo diventa più nitida
e l’ignoto rivela un fine ultimo,
nelle preghiere si sparge la prosa
e si spezza il canto.

Verde la terra del mio poema, verde e alta…
Mi appare dal fondo del mio abisso…
Sei straniero, nel tuo significato.
Ti basta essere là, solo, per diventare tribù.
Ho cantato per pesare lo spazio sprecato
nel dolore della colomba,
non per spiegare ciò che Dio dice all’uomo,
non sono profeta per attribuirmi la rivelazione
e proclamare che il mio abisso è un’ascensione.

Sono lo straniero con tutto ciò che ho della mia lingua.
Se domino le mie emozioni con la lettera dad,
le mie emozioni mi dominano con la lettera ya.
Le parole, se lontane, hanno una terra
attigua a un astro più alto. Le parole, se vicine,
sono esilio. Non basta il libro per dire:
mi sono trovato presente in piena assenza.
Ogni volta che ho cercato me stesso, ho trovato gli altri.
Ogni volta che li ho cercati, in loro non ho trovato
che me stesso straniero.
Che io sia il singolo-moltitudine?

E sono lo straniero. Stanco della Via Lattea
verso l’amata, stanco delle mie qualità.
La forma si stringe. La parola s’allarga.
E io trascendo i bisogni della mia parola.
Mi guardo negli specchi:
sono io, quello?
Recito bene il mio ruolo nell’ultimo atto?
Ho letto il copione prima di questa messinscena
o me l’hanno imposto?
Sono l’attore
o la vittima che ha cambiato versione
per vivere nel postmoderno,
dopo che l’autore ha abbandonato il testo
e attori e pubblico se ne sono andati?

Seduto dietro la porta, guardavo:
sono io, quello?
Questa è la mia lingua. Questa voce il trafiggere
del mio sangue,
ma l’autore è un altro…
Non sono io se vengo e non giungo,
non sono io se parlo e non dico,
io sono colui cui le oscure lettere dicono:
scrivi e sarai!
leggi e troverai!
Se vuoi dire, fallo,
i tuoi due opposti si uniranno nel significato…
la tua trasparente interiorità è il poema.

Marinai attorno a me e nessun porto.
La polvere mi ha svuotato dei segni e del Verbo,
non ho trovato il tempo per conoscere all’istante
qual è la mia posizione intermedia.
Ancora non ho domandato della vaga somiglianza
tra due porte: l’entrata o l’uscita…
Non ho trovato una morte per afferrare la vita,
una voce per gridare: o tempo accelerato!
Mi hai rapito da ciò che le oscure lettere mi dicevano:
il reale è la conferma dell’immaginario.

O tempo che non ha atteso…
non ha atteso chi ha tardato a nascere.
Fa’ in modo che il passato sia nuovo, è il tuo unico ricordo
di noi, di quando ti eravamo amici,
non vittime dei tuoi carri. Lascia il passato
com’è, né guida né guidato.

Ho visto ciò che i morti ricordano e dimenticano…
Loro non crescono e leggono il tempo
sugli orologi da polso. Mai si accorgono
della nostra morte, della loro vita,
di ciò che ero o sarò. Si fonde ogni pronome,
lui in me, in te.
Né tutto né parte. E nessun vivo dice a un morto:
sii me!

…E si fondono elementi e sentimenti.
Non vedo il mio corpo laggiù, non sento
il vigore della morte o la mia vita precedente.
Come se non fossi io. Chi sono?
Il defunto o il neonato?

Il tempo è zero. Non ho pensato alla nascita
quando la morte mi ha portato in volo verso la nebbia,
non ero vivo né morto,
non c’è il nulla, lassù, e non c’è esistenza.

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3 pensieri su “La terra del mio poema”

  1. L’ha ribloggato su amina narimie ha commentato:
    “Da quale vento sei giunta?
    Dimmi qual è il nome della tua ferita e saprò
    su che strade ci smarriremo due volte!
    Ogni palpito in te mi fa male, mi riporta
    a un tempo di leggende. Mi fa male il mio sangue,
    il sale… e mi fa male la vena.
    Nella giara infranta le donne della costa siriana
    lamentano la lunga distanza,
    arse dal sole d’agosto. Le ho viste
    sul sentiero della fonte prima di nascere. Ho udito
    la voce dell’acqua piangerle nei cocci:
    risalita alle nuvole, i giorni tranquilli torneranno.

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