Sequenza per un corpo senz’organi

Ma / in / realtà
io / volevo / solo / essere
un / uomo

Enzo Campi

Sequenza per un corpo senz’organi

(per Antonin Artaud)

Volete una storia
che abbia del volo e della caduta?
L’avete, è la mia!

Un asino che raglia
all’infinito,
un pavone
che esplode
il suo verso lancinante
in eterno,
un coyote denutrito
che ulula
il suo pianto alla luna,
un serpente
strozzato a morte
dalle sue stesse spire.

No!
Non è questa la storia che volevate.
No!
Non è certo una storia rassicurante.

Nel braccio destro
sono mio figlio,
nella caviglia sinistra
sono mio padre
e nel costato
sono io
o quello che gli altri
pensano di poter riconoscere
di me stesso.

No!
Non è questa la strada giusta.

Vedo mille abissi
aprirsi
davanti ai miei piedi,
vedo mille baratri
in cui ascendere
e consegnare
le ultime forze rimaste
a quello stregone purulento
che s’illude
di essere
il signore della tenebra,
quell’infimo sciamano
che mi trova
così buono e gustoso,
buono da mangiare,
crudo,
salato e sanguinolento,
quell’essere
abortito dallo scroto
di una divinità
franta nell’oblio
e che non ha niente di meglio da fare
se non martirizzare quelli che,
come me,
cercano
l’idea di una coscienza superiore.

No!
Non è questa
la storia che sognavate.
No!
Non è certo
una storia da raccontare ai propri figli.

Una volta avevo sei figlie,
ognuna di loro
era legata a me,
fisicamente,
con cerniere di metallo,
poi mi hanno prosciugato,
poi le hanno prosciugate,
poi mi hanno spolpato,
poi le hanno spolpate,
e i chiodi hanno ceduto,
e le mie figlie
si sono staccate dal mio corpo
e mi hanno abbandonato,
sono state divelte
dall’epidermide
del loro unico padre,
e con la scusa
di lenire il mio dolore
si sono precipitati
a forarmi
con gli aghi del loro sdegno.

Volete una storia
che abbia
del fucile e del coltello?
L’avete, è la mia.

Un fucile di granito
che spara
il suo proiettile di marmo
direttamente nella pupilla
e un coltello dentato
che raspa
l’essenza
direttamente dal midollo.

No!
Non è questa
la storia che volevate.
No!
Non è certo una storia rassicurante.

 

*

 

Nemmeno
in un turbinio di dervisci
ritrovo l’idea del trance
nel quale estraniarmi
e fuggire,
nemmeno Eliogabalo
può guidarmi per mano
lungo il sentiero
che conduce
in quel limbo
dove finalmente
si può dare un senso
a tutto quello che è stato,
a tutto quello
che infine mi sopravviverà.

Nella materia
che si disgrega
un concerto
di organi putrefatti
come bacata melodia
si leva alto
dalle montagne
ove risuona l’eco
del grande sonno.

Non copulo
che con me stesso,
con la folgore
che sfibra il costato,
con la scossa
che dilacera il senno.

Una lingua di fuoco
come la spada di un samurai,
un fallo rattrappito,
specchio al rovescio
del magico bastone
che ho ritrovato
nelle ceneri
di un incubo divino.

Una passeggiata sui carboni ardenti,
è questo il mio supplizio!

 

*

 

Una fiala di morfina
per lenire il dolore,
non chiedo nient’altro che questo.

Si fossilizza il fallo,
si pietrifica il callo
nella vagina fulminata
della vergine del rimpianto,
e sussulta l’arto
nella cancrena
che deride
l’idea di una bara
ove conservare
la dignità del corpo.

Una fiala di morfina
per lenire il dolore,
non chiedo nient’altro che questo.

Si rigonfia il costato,
come pompato, dall’interno,
da un magma di pus incandescente,
dall’esplosione
delle escrescenze
che dirottano
il sangue
verso i testicoli,
come per mortificare
il bianco seme
con la collera rossa
della malattia che cresce,
s’inalbera,
urla…

ma io urlo più forte di lei.

Una fiala di morfina
per lenire il dolore,
non chiedo nient’altro che questo.

 

*

 

Ho perso
lo spirito
su un tavolaccio di legno,
ho smarrito
la coscienza
su un filo di rame
che vibrava impazzito
sulla pelle contratta,
ho dilapidato
il mio seme
in una copula notturna
con quell’essere
che mi definisce
il suo schiavo,
ho rosicchiato
un osso
di cane putrefatto
per placare la fame
dopo che m’ebbero rinchiuso
per dodici notti
col solo sollievo
di un’acqua
messa a marcire
in un secchio
ricoperto
di sterco di vacca.

Di giorno,
tra una scossa e l’altra,
dormivo
e non ricordo
nient’altro
che lingue di fuoco
e una mannaia
che mozzava
la mano
con la quale scrivevo,
la mano
con la quale disegnavo.

Di notte, invece,
ero prigioniero
e soffrivo
il debilitarsi del nervo
dopo che mi fu estirpato
un dente,
solo perché
a quell’essere,
travestito da dio,
dava fastidio
il fatto che io potessi
ancora usarlo
per mangiare.

Ma non c’è più niente
per cui valga la pena cibarsi
se non quell’osso
già spolpato
dall’ingordigia
dei vermi.

Non c’è più niente
di cosciente
in questa consapevolezza
di morte al lavoro,
in quest’opera
di frantumazione dell’io.

Non c’è più niente
di umano,
solo bestie conclamate,
solo esseri
che agitano il bastone
che mi hanno sottratto
e con il quale
vorrebbero
deflorare il mio ombelico,
la mia bocca,
io,
che una volta
ero un uomo,
io,
che oggi
sono rinchiuso
in quest’inferno,
nella stanza bianca
dell’inquisizione,
io,
che ho perso
la forza del tuono,
io,
che ho perso
la forza della marea,
io,
che ho perso
la forza del terremoto,
io,
che non riesco più
a distinguere i colori,
io,
io che sputo
su questo trionfo di vuoto,
su quest’accusa tronfia,
su questo dito puntato,
su questo sbraitare di follia,
di presunta demenza,
di raptus incontrollabili,
di spiriti malvagi,
di malie,
di fatture,
di incendi intestini,
di coscienza,
di incoscienza,
io,
io che sputo
su questa gabbia
in cui sono rinchiuso,
io,
io che sputo
su questa forca
dove mi si vuole impiccare,
io,
io che ero,
ero portata del suono,
ero getto di pece,
ero proiettile di carne,
ero geyser d’acquavite,
ero lava ribollente,
io,
io che volevo
solo liberarmi.

 

*

 

Io odio e spregio a vile
il muro della coercizione,
una qualsiasi crudeltà
ostentata, perpetrata,
ai limiti dell’incoscienza
contro una coscienza
surriscaldata,
febbricitante,
ansiosa di essere,
di travalicare
i confini
del convenientemente taciuto,
del mai rivelato.

Io odio e spregio a vile
il dio assente,
il diavolo bacato,
la madre vergine,
le figlie mai nate e più volte morte,
la medicina corrotta,
l’alchimia svilita,
il segreto
che non deve essere condiviso,
la ragione destabilizzata,
la dittatura del potere,
la scossa elettrica,
la lobotomia,
la tortura legalizzata,
la coscienza mortificata,
la morte del pensiero,
il fuoco che avvampa d’intorno
e sottrae il respiro,
questo fuoco malvagio
che risparmia il corpo
e consuma l’anima,
perché il corpo è già morto,
perché il corpo è già stato
trattato
incarcerato
depredato
punito
murato
inforcato
colpevolizzato
impiccato
raspato
strangolato
legato
ghigliottinato
incatenato
sezionato,
trasfigurato
forato
cotto
sfibrato
scisso
tappato
svilito
condannato
sciamanizzato
suppliziato
emaciato
suppurato
arso
fucilato
smembrato
chiodato
svenato
imbastardito
detronizzato
immolato
penetrato
ammanettato
martirizzato
criminalizzato
castrato
sodomizzato
frantumato
violato
ingiuriato
prevaricato
processato
deportato
succhiato
sconsacrato
contaminato
defraudato
arrotato
saccheggiato
svuotato
alienato
rinchiuso
fottuto
ingannato
trapassato
affatturato
cancrenizzato
impastato
squarciato
inacidito
appeso
rivoltato
immerdato
mummificato
eplorato
intorpidito
inaridito
martellato
piallato
gonfiato
crocifisso
sepolto
neutralizzato,
perché il corpo
non ha più nulla da dire,
perché questo corpo
sì è già dato,
perché
di questo corpo
non resta che l’anima
e qualche vago ricordo
di quand’era
poco più di un soldato,
un cavaliere
dell’armata di dio,
un condottiero
dell’armata di satana,
di quand’era
poco più di un guerriero
pronto ad immolarsi
nel trionfo della luce,
di quand’era
poco più di un eroe
pronto a consegnarsi
alla tenebra dell’abisso.

Ma
in
realtà
io
volevo
solo
essere
un
uomo

 

__________________________
Da qui

(Estratti da L’inestinguibile lucore dell’ombra
Samiszdat, Parma, 2009)
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