Diario nullo

Dinamo Seligneri

Come sanno bene i miei affezionati lettori, tengo nota delle mie sventure su di un maneggevole diario nullo. Questo.
M’è venuto di nomarlo così perché sulle sue pagine, in maniera del tutto (o del nulla) involontariamente, si apprende quel po’ che mi succede e quel tanto che non mi succede, o meglio che non vuole proprio saperne di succedermi, che tu spingi spingi ma niente. Non succede. O che tu fai finta di nulla, guardi da un’altra parte, come a voler dire dai su forza, io non ti guardo… succedi!

Ma niente. Non succede lo stesso.
Io non sono razzista e pertanto non me la sento di scrivere solo quello che succede. Dobbiamo allargare il campo dei diritti narrativi, per come la vedo io. Più allarghiamo meglio è ed anche il nulla ha diritto come tutti di non esserci. Senza discriminazioni.

In questi fogliacci non si daranno perciò risposte né tantomeno si porranno domande (solo qualcuna, a dire la verità, ma sporadicamente, qua e là, senza pretese, senza impegno: ci mancherebbe altro che qualcuno mi rispondesse, si scomodasse per così poco… nulla – anche del nulla, infatti, si è scelto di raccontare lo scarto, il residuo; benché, come si vedrà, il nulla non ha nomenclature e vive o non vive di sé e per sé).

Qui si accampano insomma, in maniera del tutto pacifica, il possibile e l’impossibile della vita di un narratore inservibile. Io.

Ciò che viene presentato per la prima volta al lettore italiano (in Russia, nella penisola di Kola o in Ucraina, lato Crimea, o nella soleggiata California, c’è da dire che va a ruba da mesi, ben prima di fatto che io stesso lo scrivessi) è il tomo di Maggio dell’anno di (dis) grazia 2017, il quale per privilegio del lettore è venduto anche sfuso – metti che ad un lettore piaccia quello di Febbraio e non quello di Maggio: perché dovrebbe comprarseli tutti in un’edizione unica?

Edizioni uniche per il momento non ne faccio. Vedremo poi col tempo.
Ci vorrebbe più rispetto per gli altri, a questo mondo, credo. Una volta per esempio le sigarette o gli spaghetti o il sapone la cioccolata ecc si vendevano pure sfusi, a peso, ed anche i romanzi, pure quelli, uscivano prima sui giornali, a puntate, in appendice, poi semmai interi, se proprio erano piaciuti; oggi invece o pacchi da venti o niente. O edizione unica o ti saluto. Che è una cosa, nelle società liberali, che toglie libertà. Che uno sceglie di meno.

Però, non voglio dire niente di questo, perché di certe cose non capisco proprio niente, ancor meno delle altre. Che è tutto dire. O niente.

Dico solo che dovremmo avere più rispetto per le sigarette, gli spaghetti, il sapone, la cioccolata, i romanzi, le persone, gli animali, le cose, le rane, la ruggine, i pipistrelli, le idee. Ci vorrebbe un po’ più di libertà, insomma.

Buona lettura a tutti.

 

Diario nullo

(tomo di maggio)

 

9

Il primo carrello ricolmo d’acqua l’ho visto passare verso le 18:32. Secondo più secondo meno.
Ho subito pensato ad un ristoratore. Eccolo lì che fa la scorta.
Prima del carrello delle 18:32, avevo però visto un anziano per strada – potevano essere le 18:15, 18:17 – con in braccio due fardelli d’acqua minerale da sei bottiglie l’uno, ogni bottiglia poteva fare due litri. Ventiquattro litri in tutto sulle sue due misere braccia.
Aveva la faccia rossa. Cercava di attraversare la strada, poveraccio non lo faceva passare nessuno.

Nemmeno io.

Poi ne ho visti altri, più o meno anziani, più o meno sui ventiquattro litri. Stesse facce rosse. Stessi problemi di traffico. Tutti appesi alle strisce pedonali.

Mmmmm, mi sono detto.

Che ci sarà il merlo da qualche parte.

Ho fatto un controllo col cellulare, l’ispirazione mi aveva suggerito di andare sul sito del ruzzo d’abruzzi la società dell’acqua e ho trovato una notarella gentile gentile, scritta in tono perfino quasi scherzoso, forse proprio per virtù della sua inverosimiglianza, che vietava alla cittadinanza di bere acqua del rubinetto perché non era conforme – c’era finito dentro qualcosa di tossico – e se proprio non se ne poteva fare a meno allora ci si poteva lavare. Ma non i denti. Solo le parti meno nobili. La faccia per esempio.

Poi la notarella continuava dicendo che, data la situazione irrefutabile degli eventi, a poco a poco avrebbero portato all’esaurimento i serbatoi e la provincia sarebbe rimasta a secco.

Hai capito mi sono detto perché è tutto un arraffarraffa.

C’era veramente sotto il merlo.

Allora ho cominciato a provar gusto alla situazione di emergenza. Ho detto me la devo proprio gòdere a pieno. Vedevo tanta gente correre di qua e di là, gente che attraversava la strada come se la strada fosse diventata di colpo di sabbia, che l’asfalto s’era fatto tutto granelli, con le dune e gli animali e le oasi, i miraggi, i cammelli. C’erano anche gli scrittori quelli bravi che vanno in Africa perché qua da noi non c’è più poesia per loro e bisogna andarla a cercare altrove, dove sta, come il lavoro che in Europa non c’è più e bisogna andare fuori.

Eccolo invece il deserto. La poesia! Le carovane dei Tuareg! A guardare il modo di comportarsi dei cittadini, sembrava non esserci più una borraccia piena in tutta la provincia. Solo corruzione, siccità e fontane rotte.

Avevamo già tutti le labbra secche.

Debbo riconoscere che mi è presa allora una curiosità per le cose mondane, per la storia maggiore o comunque per una storia di serie superiore rispetto a quella alla quale sono abituato io che di solito mi occupo di storia nulla o seminulla – sennò il diario si chiamava diario tutto, no diario nullo.

Già con la testa viaggiavo verso Manzoni, l’epico assalto ai forni. Già vedevo i bancali dell’acqua minerale rovesciati come nuove barricate moderne contro lo strapotere della storia tradizionale.

Ero stregato.

Sono andato in un noto centro commerciale della zona. Volevo vedere da vicino.

Entrando ho visto una signora con un carrello pieno di acqua minerale e bustoni di fragole (che abbiano contaminato pure le mele, mi sono detto… poi invece mi sono ricordate che le fragole sono di stagione).

C’erano anche delle ragazzine, con la pettinatura gialla senape, che tiravano un carrellino urlando invece che pista, acquaaa. Se la spassavano, volando sul carrello. Sembravano delle ragazze molto simpatiche, pronte a non prendersi sul serio. Finché dura…

Quando sono arrivato davanti alla distesa delle casse, che io ero fuori e la popolazione dentro, ho visto che c’era un correre impazzito in tutte le direzioni. Il direttore del supermercato sudava come un pesce braccato dalla lenza e batteva il prezzo delle bottiglie dell’acqua con una tale rabbia e frustrazione che in certi casi, con le persone meno pazienti e – spiace dirlo – meno abbienti, bestemmiava anche abbastanza sonoramente; questo, ho pensato, è un altro dei privilegi di essere poveri, che la gente non è mai falsa con te, non te le manda a dire. Se fai schifo o sei antipatico, te lo dicono in faccia, come si dice. Se sei ricco invece purtroppo hai lo svantaggio che gli altri si intimoriscono oppure che per tornaconto ti tengono celata la verità. E tu non potrai mai capire come migliorarti… come sei visto davvero da fuori (ma di questo i ricchi si fanno presto una ragione. La loro… e amen).

La gente usciva dal supermercato sparpagliandosi veloce come tanti rivoli d’acqua. Uscivano da tutti i buchi e ti venivano addosso, come le onde del mare quando fai il bagno, anche se fai il bagno nell’Adriatico che non è tanto bello.

Allora facendomi un po’ di coraggio sono entrato in acqua pure io, risucchiato dalla fiumana.
Era abbastanza calda.

Al banco salumi la signora era con le braccia sui fianchi, senza clienti. La sua compagna affianco arrotava annoiata un vecchio coltello e parlottava da sola.

Sono passato là davanti ho fatto una risata un po’ involontaria, loro mi hanno risorriso come a dire vedi come siamo finite, io allora ho detto il prosciutto mette sete… stasera mi sa che non è cosa… Loro hanno detto ‘nfatti… un altro affianco a me ha detto qua so’ tutti matti altro che prosciutto.

Poi sempre camminando sospinto dall’andamento torrentizio della faccenda sono finito davanti ad un assembramento. Erano gli assaltatori dei bancali dell’acqua. Acqua non ce n’era quasi più, l’unica rimasta quella frizzante che in teoria non voleva nessuno. Io con l’acqua frizzante non mi ci lavo diceva una signora; un altro allora ha detto guarda che per lavarti puoi usare quella del ruzzo. Essì mò mi lavo co’ l’acqua inquinata. E l’acqua frizzante no, e l’acqua inquinata manco… non ti lavare che ti posso fare.

E la conversazione è finita così, anche perché c’era chi più aitante s’è arrampicato sopra uno scaffale, quasi perdendo l’equilibrio, comunque con una certa dose di goffaggine e l’abbiamo tenuto per le gambe, sennò cadeva.
Ormai era rimasta solo l’acqua frizzante e la gente ha cominciato ad afferrare anche quella. Ne hanno rimessa dell’altra ma sempre frizzante e dopo i primi schiocchi e rumorii di bocca e le proteste più o meno insistite ci siamo tutti rassegnati a quel partito. Acqua frizzante.

Con l’acqua frizzante si vola, ha detto un signore per fare una battuta e sdrammatizzare. Ma nessuno ha riso.

Alla fine poi, prendi di qua, prendi di là, era pressappoco il turno mio davanti allo scaffale. Allora, arrivato lì, un po’ per vergogna, un po’ per problemi di testa miei, ho preso solo due bottigliette da un litro e mezzo, totale tre litri. Frizzante naturalmente. Di più di tre litri non mi pareva corretto. C’erano anche gli altri.

Alle casse, il direttore portava le fiamme. Ormai bestemmiava anche davanti ai più abbienti. A me però m’ha guardato proprio male, da poveraccio totale. Nemmeno un fardello pieno. Solo due bottiglie sfuse da un litro e mezzo. Totale tre litri.

Ettu? m’ha detto

Eiio? ho risposto

No dico, ettu?

No dico, eiio?

Solo quesse due?

Di più che me ne faccio… se mi serve ancora la compro domani, mica si sarà finita tutta l’acqua del mondo… poi io non bevo manco tanto.

Hhhm, m’ha detto. Tre euro.

Viviamo tempi assai eleganti, m’è venuto allora di pensare. Le rivoluzioni di oggi, a differenza delle rivoluzioni manzoniane dove si rubava a man bassa nei forni farine pani calzoni e pizze bianche, nei tempi nostri si fa la guerra per una bottiglia d’acqua ma poi alla fine nessuno si sognerebbe di non pagarla, questa bottiglia d’acqua, e dire che forza d’urto per sfondare le casse ci sarebbe. Ma niente. S’è imposta l’eleganza. Il pagamento naturale. E quindi niente: tiro fuori dalla scarsella i tre euro, li metto sul piattino e me ne vo.

Mentre tornavo verso la macchina, ho intoppato una signora che conosco, una signora anziana. La signora era desolata. A mani vuote, vagava come una dannata.

So’ rimasta senz’acqua, mi ha detto. Aveva saputo per ultima la notizia perché non ha né internet né ascolta la radio. Mi dice che al marito malato di circolazione ha fatto prendere le medicine col succo di frutta.

Alla fine, non dovrei dirlo perché funziona l’eroe negativo no quello positivo e gentile, ma mi sono sentito come un dovere morale di darle una bottiglia delle mie e così ho fatto.

Totale acqua riporata: 1 litro e mezzo.

Sono tornato a casa che era quasi ora di cena. Mentre camminavo verso il portone ho sentito una risata provenire dall’aia. Ne parlerò più partitamente un’altra volta, ora non c’è molto tempo, dirò solo che attaccata al muro esterno di casa mia, vicino ad una delle porte di servizio, sul muro che dà propriamente sull’aia, c’era una pietra gigantesca, tutta bianca, qualche tempo fa. Una specie di pietra lunare. Secondo gli antichi di casa questa pietra parlava. Ricordo che mio nonno, quello soprannomato Picciafoco per le sue doti di far inferocire con sarcasmo e strafottenza gli altri rupestri della contrada facendoli più spesso azzuffare tra di loro, ci faceva proprio dei discorsi – lui che ha sempre parlato tanto poco – e mi aveva abituato anche a me a parlarci (o meglio ad ascoltarla) e devo dire che in effetti ero piccolo ma la pietra parlava pure a me. Non rispondeva sempre a tono, magari tu le dicevi oh come è allora la questione? e quella rispondeva cecè!… come un uccello. Oppure tu le chiedevi come andrà il mio amore? Ella si fidanzerà con me?

E quella diceva ehhhhhh, imitando mio nonno.
Ma delle volte diceva anche delle parole tipo “pressappoco” oppure “all’incirca” perché era una pietra lunare scettica, usava insomma parole che mio nonno essendo semianalfabeta non capiva e io che andavo verso l’alfabetizzazione di massa orecchiavo, ma non capivo manco per niente. Altre volte metteva pure zizzania tra le donne di casa. Una pietra lunare Picciafoca, diciamo.
Ad ogni modo, quando facemmo la rielaborazione edilizia della casa, che fu ristrutturato tutto, nonostante le proteste di mio nonno e le proteste mie che ero dalla sua parte, la pietra fu rimossa e lanciata chissà dove. Forse fu addirittura donata al cimitero del paese.
Da allora in casa c’è un’assenza. L’assenza della pietra lunare. E ogni tanto quest’assenza parla. In realtà però non parla, ride. Ride di noi. Ghigna. Avverto del sarcasmo e della irrisione. All’inizio era un riso severo, burbero. Ora a poco a poco s’è allentato. Somiglia più ad una risata lontana, ma piena. Una risata sincera. Delle volte una nenia di campagna.
Più passa il tempo, però, più si affievolisce e mi dispiace.
Di solito quella risata annuncia qualcosa.
Staremo a vedere.

A casa si cenava. Ispirati dalla situazione provinciale, per una volta, abbiamo provato a parlare a tavola noi della famiglia invece di litigare o far finta di ascoltare il tg3 e in merito all’emergenza ci siamo scambiati dei racconti abbastanza annoiati e smozzicati, spesso inconclusi come succede da me dove nessuno rispetta il turno della parola e c’è sempre una stranissima attitudine generale alla divagazione comico-grottesca per cui non si finisce mai la novella che s’era iniziato a raccontare, e poi sono andato a dormire. Dopo il caffè.

Abbiamo bevuto solo acqua frizzante oggi. Anche l’insalata è stata lavata con l’acqua frizzante. E i denti, pure i denti, li abbiamo lavati (chi li lava) con l’acqua frizzante.

All’inizio fa brutto ma poi uno s’abitua.

Fosse l’acqua frizzante il problema.

Con l’acqua frizzante, ha detto uno, si vola.

 

__________________________
Diario nullo (tomo di maggio) sarà pubblicato integralmente
in “Quaderni delle Officine”, LXXVII, giugno 2017.
__________________________

Annunci

3 pensieri su “Diario nullo”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...