La misura della soglia


(Immagine di Stefano Bernardoni)

Francesco Marotta

 

La misura della soglia
(nov./dic. 2005)

 

1.

il labbro, le labbra

 

come si svuota questo nevoso

come si svuota questo nevoso
cielo, quando fiorisce
dall’aria
qualche parola ebbra e
si accosta alle labbra, un soffio
che la voce
può rovesciare in canto, un solco così
profondo nella sabbia come oltrarsi
ora nel silenzio

 

*

 

non più divisa in nomi da ardere

non più divisa in nomi da ardere
mentre vortica lungo le correnti
lieve una vela fiammante
di segni, anche
la luce pensata nella dura cenere
autunnale, quell’unico
canto alla prua, quanto resta
annodato a reticoli d’alghe
all’ombra di una mano che attinge
un po’ inclinata
sulla crosta dell’onda, e immobile

 

*

 

spento nel silenzio di lacrime stella

spento nel silenzio di lacrime stella
l’ultimo grido
del giorno, il suono
declinante si diffonde
affonda
nell’ultima luce e l’eco
è un calice che ancora riversa
il blu fondo di un intimo gioco
dentro un corpo disposto a parole
che tardano agli occhi
rapprese

 

*

 

s’inarcano le ombre che fioriscono

s’inarcano le ombre che fioriscono
invalicabili e
sul ciglio del tuo stellato
labbro cicatrici di parole, sillabe
di gemme remote, qualche
segno di neve sul vetro
getta l’àncora millenaria
senza il lievito di altre solitudini
in cui specchiarsi, forse canta
tracce di cose viste
udibili
in questo grumo di macchie che sanguina
nell’iride

 

*

 

nella casa che beve ricordi

nella casa che beve ricordi
e fumo azzurrato di
parole che scortano il giorno
al suo sepolcro d’aria, le pietre
si chiudono come labbra intorno al calice
profondo di soli fermentati, che
è della luce questa fonte di memorie
gorgogliante al di là degli sguardi
segreta vertigine d’acqua

 

*

 

negli specchi della notte mirando inutili

negli specchi della notte mirando inutili
rovine, forse l’immagine
del proprio volto come
accade nel senso di una
parabola postuma, dissolta in
disarticolati crocevia
di voci, parvenze
che slontanano simili a
stormi al passo quando l’acqua
scioglie litanie di lune
in bilico su azzurre rupi invernali

 

*

 

quando sussurra in altra immagine

quando sussurra in altra immagine
l’istante scalfito
da una lampada che
la mano appresta per leggere
l’età già ammantata di notti
o quando sulla riva sconosciuta
approda la verdeggiante
vela, quella crepa florescente
che si alimenta di fuochi, navigabile
rimane solo l’estremo
specchio di cielo
dove immergersi con quell’ultima
luce passata attraverso crune di sillabe
e cenere

 

*

 

nell’ora che emerge

nell’ora che emerge
unica tra vuoti di mondo
gli alberi naufragano nella
traccia piena d’occhi di
stelle fatte solo d’autunno e
lingue spente a ogni immagine
di luce, anche a te
morso da foglie vanescenti
acqua e fuoco ricamano addosso
un mantello di notti e lo sguardo
vagante rivive come
una conchiglia
svuotata di labbra, tempestata
di onde

 

*

 

dissolto al respiro che transenna

dissolto al respiro che transenna
cristalli di parole, tracima
dal labbro spine
lucenti tra sabbie assetate di
passi, questo giorno che nel silenzio
predica solchi gravidi d’echi e
semi imprecisati di sorgente, questo
giorno che innerva il sonno
senza lune dentro
voragini aperte da lame di domanda
di preghiera

 

*

 

increspato di enigmi

increspato di enigmi
nel nulla che si annuncia sotto palpebre
di luce, l’oblio
dell’evento che già fummo, carne
attraversata dai silenzi
affilati di dio, dal suo occhio
nudo che stordisce mentre
trascorre in respiri di radici, mentre
detta segni all’alba, fuochi alla luna
insonni edere alle rovine
notti alle notti perché
più alto risplenda
l’astro che batte l’ora del migrare

 

*

 

traduce il respiro in un libro

traduce il respiro in un libro
di sogni
creati al lume di
occhi senza sonno, strappa
tatuaggi d’astri
alle fontane, lacrime
alla polvere
l’idioma di cui crepita
il silenzio

 

*

 

laddove fluttua inalberata parola

laddove fluttua, inalberata parola
lunare sopra prodigi
che il mare schiuma
in voci di deriva, non resta
che l’acqua per accostare
il transito di mondi
sciamanti in altre immagini, non resta
che il labbro del silenzio
per salpare verso le sorgenti
del cielo, sfrondando l’onda da
canti trapassati
in cenere

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