Correva l’anno 2006

Lazzaro Visconti Pera
(dal Chiapas)

correva l’anno 2006

correva talmente veloce che, a un certo punto, come in risposta a un segnale convenuto, fingendosi esausto per il sovraccarico di combattenti comuniste “dure e pure” che aveva dovuto imbarcare a partire dalla primavera (la proda, la rutella, la faust’a, la massima, la vaternostra, la binda, la melandra, l’intina, l’amata, la mastella, la parisa, la schioppa, la d’antona, la pecorara e tante altre irriducibili trotzkiste), decise di punto in bianco, senza nessun preavviso e senza nessuna ragione apparente, che era il caso di dare le dimissioni prima della scadenza sindacale del 31 dicembre

non appena mi resi conto che il tempo si era davvero fermato e che non ne voleva più sapere di riprendere la marcia, provai un senso di irrefrenabile gioia infantile e una convinta vicinanza e solidarietà con chi, pur votato a sicura sconfitta (qualcuno molto in alto avrebbe prima o poi messo in riga lo schiavo ribelle e riavviato il meccanismo globale), si spendeva in un estremo romantico tentativo di sovversione silenziosa, capace comunque, sia pure nel breve, di mandare in vacca ogni forma di concertazione, ogni millenaria convenzione e le relative politiche padronali di controllo dell’esistente

ma in seguito scoprii che la realtà era ben diversa e che lo schiavo ribelle altro non era che un miserabile servo prezzolato

infatti il 2006 incrociò le braccia, e il fatto non avvenne per caso, a montecatini terme il 26 novembre, a poco più di un mese dalla fine del turno regolamentare, con un’azione dimostrativa da tempo concordata, come ebbi modo successivamente di accertare, con l’oracolo di arcore e l’orrido di macherio: una rappresentazione teatrale, a forti tinte magico-realistiche, passata (im)meritatamente agli annali della repubblica di vaticalia, rubricata alla voce “eventi memorabili

fu un botto così inaspettato e fragoroso che i suoi effetti mutageni sul paesaggio umano, politico-sociale e culinario della nazione sono avvertibili ancora oggi: chi non ha mai dovuto sorbirsi, mane e sera, magari controvoglia, magari senza assaggiarli direttamente nemmeno col fucile puntato alla gola o rigurgitandoli subito dopo l’ingoio, i salzini alla padana, i grulli alla genovese, le meloni all’amatriciana e i piccoli cazzari alla fiorentina, tutte pietanze elaborate con studio ed arte nelle cucine di villa certosa dalla licia, dalla marcella e dalla sandra, scagli la prima scheda elettorale che si ritrova sotto mano

“azzurro” per contratto e, perché no, forse anche un po’ per vocazione (gli anni non sono, almeno all’inizio, tante “bocche di rosa” capaci di suscitare lusinghe e aspettative?), abilissimo nel simulare alla grande un’imparzialità di percorso ormai alienata e una naturale inappartenenza del tutto dismessa e svenduta, perfettamente allineato con tutti i suoi parenti peninsulari dal 1986 in poi, il 2006 si congedò mettendo in scena la morte e la resurrezione in diretta, a reti unificate, del suo “legittimo” proprietario: una cerimonia al tempo stesso suggestiva e impressionante, così sobriamente solenne e solennemente sobria che da allora, soprattutto in alcuni paesi della brianza e sulla costa smeralda, zone particolarmente sensibili ai suoi prodigi e alle sue mirabolanti epifanie, si continua a celebrare contemporaneamente san silvestro e la pasqua in quella data, nonostante il severo monito della (in)curia romana

in quei giorni mi trovavo nella rinomata località toscana, mi ero concesso una pausa di riflessione, avevo bisogno di fare il punto sulla mia vita, soprattutto quella professionale, e prendere una decisione definitiva nel merito: continuare a fare inchieste scottanti, a occuparmi di casi che altri evitavano come la peste e a scrivere articoli che poi venivano pubblicati, invariabilmente, col nome delle firme più prestigiose dei giornali che me li commissionavano per quattro lire; oppure tagliare con tutto e con tutti una volta per sempre, non solo con quel mondo frou-frou che ormai detestavo visceralmente, seguendo le suggestioni di un sogno ricorrente ogni notte che sembrava quasi un invito a cambiare aria

un sogno premonitore, nel quale vagavo con grande perizia e sicurezza tra gli intrichi delle selve del chiapas come uno che si muove nella sua dimora natale: c’ero stato una volta per un servizio sui discendenti degli antichi maya, i lacandones, ma per un tempo troppo breve per ricavarne la dimestichezza con luoghi, persone e linguaggi che mostravo spostandomi da un villaggio all’altro accompagnato unicamente dalla mia pipa sempre accesa, particolare quest’ultimo che mi inquietava non poco visto che non avevo mai fumato in vita mia

una folla che si riversava per strada, a ondate crescenti, mi distolse dalle mie elucubrazioni oniriche: era ormai sera e uomini e donne di ogni età, occhi arrossati dal pianto e bocche da cui uscivano solo rauchi singhiozzi, guardavano fissamente il cielo mentre un elicottero si levava dal giardino del centro congressi in un tripudio di fari e luminarie e, senza nessun suono percettibile, levitava nell’aria come avesse ali al posto delle eliche, scomparendo lentamente oltre le colline

avvicinai una coppia di mezza età, visibilmente scossa e abbracciata fino al soffocamento, che mi sembrava un vulcano a due crateri sul punto di un’esplosione incontrollata: mi presentai mostrando il mio tesserino da giornalista e chiedendo lumi su quello che stava succedendo; farfugliarono frasi sconnesse in dialetto meneghino, feci in tempo a passargli un biglietto con nome e recapito prima che scomparissero inghiottiti dalla calca che sciamava pregando verso una vicina chiesa

in albergo, mentre apprendevo dai telegiornali gli annessi e connessi dell’evento, il mio istinto da segugio pulsava e scalpitava alla grande e cominciava a subodorare il losco, anche perché tutti i notiziari, nazionali e locali, delle reti pubbliche e di quelle private, ripetevano come un mantra le stesse identiche parole, come se diffondessero il contenuto di un’unica velina scritta da una mano particolarmente esperta, mentre il mezzobusto di turno in video aveva sempre l’occhio inguaribilmente umido e la voce sommessa e rotta: il miracolo era avvenuto e tutto il paese ne era spettatore attonito

il mattino dopo iniziai le mie indagini e nel volgere di un paio di settimane smascherai gli artefici e smontai pezzo per pezzo l’ingegnoso l’artificio: avevo trovato anche un sostegno concreto e una prova inoppugnabile, la testimonianza diretta, da me registrata e poi trascritta, di alcuni attori inconsapevoli della grande recita, un’intera famiglia milanese

preparai l’articolo, con annesse le loro dichiarazioni, e lo proposi prima alla miela poi alla maura e poi anche all’anselma, che erano state a varie riprese le mie datrici di lavoro, pronte ad accaparrarsi a cifre irrisorie il frutto di mesi di ricerche e sempre più che felici di poter attingere a piene mani dai miei dossier ogni volta che conveniva alle parrocchie che servivano

stavolta, a quanto pare, la risposta fu un no secco, senza dare niente più di un’occhiata fuggevole e infastidita all’articolo; quindi mi congedarono e mi misero tutte e tre alla porta in malo modo: folgorate sulla via di damasco, mi fecero capire, utilizzando con poche varianti le stesse frasette monodiche e le stesse metafore stantìe dei neo-convertiti, che se l’unto era stato capace di tanto, era ormai chiaro che si trattava di un uomo dotato di poteri inspiegabili, se non proprio soprannaturali, e che presto o tardi sarebbe ritornato al potere

il loro laicismo da operetta aveva vacillato ed era crollato: “io non credo ma non si sa mai, come dicono al paese; e poi, in previsione del ritorno e del sicuro repulisti, non era proprio il caso di farsi trovare scoperti, col precedente di un articolo del genere sulle proprie “libere” pagine

feci un ultimo disperato tentativo per smerciare la mia mercanzia portatrice di verità, chiesi un incontro alla faust’a per proporle di divulgare attraverso gli organi di partito i risultati della mia inchiesta: la trovai “alonata di mistico silenzio“, come un’alda qualsiasi, senza verso e senza rima, intenta a ripassare la parte della rivoluzionaria da salotto che recitava una sera sì e l’altra pure, tra una tartina e un bicchiere di quello buono, negli studi televisivi dell’orrido: anche lei, messe da parte e chiuse a chiave a doppia mandata la karla e la Vladimira, aveva abbracciato il credo della marcella e della sandra

ma come è possibile, faust’a, ma che cazzo dici? cosa ti è successo? dove si è visto mai uno che muore, risorge in pochi minuti (e i tre giorni regolamentari?) e poi sale al cielo levandosi in volo? cosa ti fumi per credere che un elicottero sia la versione aggiornata del carro di elia?

convertita anche lei, la mitica faust’a, la mia ultima speranza: ormai era la fine

per me invece fu l’inizio, il segno che aspettavo: così raccolsi le mie cose e mi diressi verso il centro, per prenotare il mio ultimo biglietto per un viaggio di sola andata

mentre aspettavo l’autobus che mi avrebbe condotto in aeroporto, vidi sull’altro lato della strada una tabaccheria

fu un lampo: entrai e comprai una pipa

la meta la conoscete

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3 pensieri su “Correva l’anno 2006”

  1. pera, quale sarebbe la prova inoppugnabile? se non la mostri, la tua credibilità è uguale a quella del nano, cioè zero

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