La porta aperta

Ai pensé à l’escale, à l’exil
et à la racine suspendue dans le vide
quand le torrent ravage la berge.

 

Versione e adattamento del testo
Collages-sons di Yves Bergeret, tratto da
Carnet de la langue-espace.

 

Ho attraversato l’Europa
dai fiordi norvegesi e dalle pianure del Caucaso.
Portavo con me, nelle tasche, i resti e le matrici
dei biglietti di recite teatrali
che si rappresentano da trenta generazioni.
Ritornato sulle mie montagne
a lungo silenziose prima delle guerre di religione,
prima della transumanza interminabile delle migrazioni
ho preso un foglio resistente, delle forbici,
tanta colla.

Ho soffiato sulle creste e le valli,
sui sentieri e i fienili.

Ho sentito tra le crepe nelle rocce
la risposta di pellegrini e migranti,
di scolari e comparse,
di separati e di vergini.

Ho pensato a uno scalo, all’esilio
e alla radice che rimane sospesa nel vuoto
quando il torrente devasta l’argine.

Ho seguito il grido a distesa della rondine
che a volo radente sfiora la morte, il campanile
e la banderuola, il sole che si confonde al suo passaggio.

Ho ascoltato la disputa violenta dei patriarchi,
i suoni del festino sull’Olimpo,
le voci nella taverna del porto
e le grida sulla barca che si rovescia.

Ho ascoltato frammenti di un racconto
a tratti miserabile
per altri versi epico.

Allora ho ricoperto di colla
il retro sgranato dei vecchi biglietti di teatro
e li ho disposti sul foglio compatto,
prima gli aranci e i rossi, a creare fondi di lucida gioia,

poi i beige e i grigi
per ricordare che la vita ammassa nuvole ambigue
anche sui campi e le montagne

e al centro un singolare cratere quadrato color ocra
perché la vita lascia sempre la porta aperta,

anche tra le macchinazioni più subdole,
le alleanze artificiose, i proclami e le reazioni,
i camuffamenti e gli opportunismi,
la vita lascia sempre la porta aperta

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