Il ragazzo prodigioso

Dinamo Seligneri

Il ragazzo prodigioso

Il paese è in musica per le bande.
Ne vengono tante da tutte le nazioni del mondo per una gara musicale che si fa qua ogni estate, la sera, su una piazza fresca. E’ un festival che attira tanta di quella gente internazionale che la popolazione deve rispolverare quel po’ di inglese che ha imparato a scuola e per le vie si sente spesso vociare un italenglish di non sempre chiarissima decifrazione… scì scì yes to yes gudda jobb, bella gobba, my friend, where you from? Canadà?… my zio Robberto go to Canadà after the war… go with ten lire… return without lire e without pantalons.
Mannaggia a voi!
What do you do in Canadà with my zio Robberto?

Qualche anno fa un ragazzo combinò un vero prodigio durante questo festival; ogni anno ci si aspetta un numero simile ma purtroppo non si è più ripetuto.
Chi c’era c’era.
Chi non c’era… ci penso io.

Il ragazzo prodigioso si chiama di soprannome Patanello, lavora come tappezziere e trattorista ma è famoso per amare le donne in là con gli anni – oggi si dice che ama le milf – e poi ha un debole per le comete.
In verità il suo soprannome al bar del crocevia campagnolo che di tanto in tanto frequentavo e in cui lui letteralmente troneggiava era Lupo, perché tutte le persone con cui parlava le appellava di Lupo “oh Lupo… Lupo!”, ma poi col tempo il suo soprannome s’è aggiornato nel non più fantasioso Patanello, a causa del babbo che si chiama Signor Patana.
Lo chiama per nome diretto, Mattia, solo una forestiera, una romagnola, istruita e disponibile alle ripetizioni, che passa per filosofa e mangiatrice di uomini di giovane età.
We dico a te, Mattia, vien qua ché te le fazzo vedere io le comete…
E Patanello va, timido, pieno di voglie.

Patanello è un ragazzo agricolo colle labbra a becco di papera e la testa grande come un cocomero; l’età non è precisa, può essere di ventitré, ventiquattro, forse trent’anni… ma nessuno la sa con precisione. Qualcuno sostiene non sia mai stato registrato all’anagrafe o che il babbo se ne sia ricordato tardi, quando il figlio era ormai in età da moglie (o da suocera).
Patanello è stato un grande ripetente della provincia. A scuola si dice abbia fatto tutte le classi almeno tre volte, accompagnando ragazzi e ragazze di tutte le età.
Uno dei motivi della sua popolarità è proprio questo, chè è andato in classe con tutti, anche se non ha mai superato il record del fratello di mio nonno che fece sette anni la prima elementare, non arrivando mai alla tanto agognata seconda. Poveraccio. Per far la guerra però lo chiamarono lo stesso, andava bene pure se era un asino, e ci lasciò quasi una mano, sopra una mina.
Patanello invece nemmeno il servizio militare che quando è arrivato lui l’avevano tolto.
Se qualcuno gli chiede dove s’era nascosto da piccino, ché non lo vedeva mai nessuno, risponde che era in una bella stalla moderna, riscaldato dalle vacche, a cercare nel cielo le comete.
Di tendenza immaginosa, pane di follia e miraggio di campagna, il nostro è il primo e unico figlio del succitato e rispettato Signor Patana, una sorta di sceicco delle campagne, un cowboy, un omo antico e ruvido. Rimasto vedovo presto s’è dato agli amori internazionali, riaccompagnandosi con una donna dell’Ucraina, Elvira, che faceva le faccende nelle case dei proprietari terrieri della zona. Qualcuno dice che Elvira sia un trans: in effetti possiede una voce molto forte e profonda, un pomo di Adamo sviluppatissimo e un fisico macilento. A queste voci, Patana fa orecchie da mercante. Parla poco in generale a dire il vero, e più che vantarsi della bella casa che si è costruito o delle distese di terreno che si è comprato via via nella vita, si vanta dell’intervista che qualche anno fa col suo italiano zappante ha rilasciato ad una troupe televisiva che girava uno speciale per Linea Verde. Io però che Linea Verde lo vedevo in famiglia la domenica a pranzo questa puntata non ho mai avuto il piacere di vederla.
Chissà che fine ha fatto.
Qualche estate fa Patenello era in giro per il paese e non si sa come rimase incantato da una melodia che seguì fino alla sorgete. In paese c’era perlappunto il festival delle bande musicali con sul palco delle majorette dell’este europa e del nord e anche dell’italia che ballavano, ragazze molto giovani sul piano anagrafico e sul palco facevano il loro numero ruotando attorno a un bastoncino che lanciavano in aria o si lanciavano tra di loro (più le volte che cascava che quelle che lo pigliavano), e così accompagnavano la musica delle bande musicali.
La serata prometteva bene e c’era come sempre tanta gente, Patanello si sedette su una seggiola in mezzo alla popolazione e si mise ad ascoltare composto ed educato il concerto ma non poteva fare a meno di atteggiare le labbra a becco di papera a mo’ di movimento ciucciativo dell’aria, come se invitasse qualche donna all’avventura ma là non c’era nessuna avventura da invitare, era semplicemente il movimento di bocca di Patanello che probabilmente da piccino non aveva succhiato dal seno materno e ora sopperiva ciucciando l’aria. D’altronde eravamo tutti abituati ai suoi movimenti abboccanti e non ci facevamo troppo caso.
Le bande suonavano divinamente e le majorette ballavano (non proprio divinamente ma per essere uno spettacolo gratis, ballavano più che bene); ad un certo punto, suonavano divinamente di qua, ballavano più o meno divinamente di là, ad un certo punto la musica non si sentì tanto più. La banda ci dava dentro ma i suoni non arrivavano propriamente dappertutto… c’erano delle macchie di pubblico che rimanevano come dire scoperte, senza musica… mentre altre ce l’avevano, come quando va via l’acqua o la luce, che nella contrada di Colleranesco ce l’hanno e nella contrada di Case di Trento no. I fonici e quelli della consolle dietro che regolavano ogni cosa non riuscivano a capire più nulla, si sbracciavano, alzavano e riabbassavano, accendevano e spegnevano, resettavano e riattivavano il volume degli strumenti; i musicisti suonavano ancora più forte, e la cantante arrivò praticamente ad urlare. Le majorette saltavano con i bastoni ancora più in alto… ma niente: la musica era diventata come sorda. O assordata. Chè ci aveva assordati tutti.
Poi all’improvviso come se fosse una cosa normale si vide che tutte le note, i suoni, la musica dell’orchestra si condensavano in una specie di flusso etereo, di fiume sonoro dei colori dell’arcobaleno che scorreva denso sopra a qualche testa e andava a finire tutto quanto verso la bocca ciucciativa di Patanello che a guardarlo colla bocca faceva un po’ come un coniglio o come una pompa che risucchia tutto il mare del mondo e intanto che il fiume sonoro arrivava verso di lui Patanello si gonfiava come un pesce palla ma non scoppiava, anzi, si alzava e pur non volendo stare al centro dell’attenzione in quel modo faceva praticamente una specie di magia, cioè che le note che a getto continuo gli entravano dalla bocca, allo stesso modo, piano piano, un po’ storpiate e dimagrite, come dire convertite, gli uscivano via via dalle altre fessure. Da una parte gli entrava insomma e dall’altra gli usciva, un po’ come le lezioni dei maestri quando andava a scuola. Patanello, ormai nell’incredulità generale, continuava come involontario a ciucciare le note e a fare come un macinino del caffè con queste note in entrata e in uscita dal naso, dalle orecchie, dal sedere, dall’ombelico, dalle ferite, dalle sbucciature, dai pori o dalla carne smagliata… e i suoni che uscivano da lui quelli sì che si sentivano ed erano come dire ancora più belli e dolci e deliziavano la platea come un filtro musicale meraviglioso e alla banda gli dava ancora più gusto suonare per vedere come cambiavano le cose e come la musica era tutto un fluttuare e vivere… A qualcuno venne in mente come sarebbe stato bello se Patanello si fosse puppato tutto il paese e tutto il mondo e tutti i suoni e le parole e i racconti sgradevoli e li avesse filtrati secondo un altro verso, più bello, più dolce e davanti a quel belvedere di sogno qualche signore schierato per la conservazione e la difesa dei suoi privilegi già tremava che un ragazzo agricolo potesse innescare una rivoluzione come dire sordomuta, puppando gli universi, i suoni avversi, i racconti falsi e ipocriti, le serietà inutili e le baracconate fasulle, ma non c’era purtroppo da aver paura, ché questa era veramente una cosa mai vista e ascoltata, una cosa che succedeva una volta tanto o mai… un’allucinazione di piazza innescata dal genio onirico di Patanello….
A quel punto, tutto finì. Si fece come buio. E noi rimanemmo là, imbambolati, sopra le nostre seggiole, ad ascoltare la banda che continuava a suonare, con le loro note che ormai arrivavano nel modo più tradizionale, e Patanello che guardava le gambe delle majorette senza capire.
E poi non successe più nulla.
E le bande andarono via.

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Il testo è tratto da Diario nullo (Tomo sfuso di Giugno)
di prossima pubblicazione in “Quaderni delle Officine
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6 pensieri su “Il ragazzo prodigioso”

  1. Grazie ad entrambi per l’interesse e l’apprezzamento.
    Francesca, io da qualche anno sono esponente di coda di una retroguardia letteraria chiamata terraterrismo, che lo dice la parola stessa, mira basso basso, terra terra, melma melma.
    Sono lusingato di averti come fedele lettrice ma ti pregherei di non scomodare più gente come Calvino o Chagall di cui dovrei anche ignorare l’esistenza e che in effetti ignoro perché poco poco qualche terraterrista lo viene a sapere subito mi accusano di voler fare il grande di spagna e mettono alla porta e io dico la verità mi sono abbastanza abituato alle nostre riunioni, beviamo il caffè, diamo il cencio a terra, passiamo la scopa per strada, ci diamo delle nullità a vicenda. Stiamo bene insomma.
    Grazie ancora.
    Din

    1. Caro Din, ma allora senti un po’ gli amici tuoi se possono accettare, magari solo come quella che porta qualche vettovaglia saporita, pure me nelle riunioni, che suppongo clandestine. Io infatti sono un po’ più che terra terra, sono sotto. A casa m’hanno detto che ho fondato il tombalismo, perché mi piace studiare certe tradizioni irlandesi e scrivo –
      ma non sempre eh – di morti e sepolcri. A quanto pare sono fondatrice ed esponente unica di questa retro-retroguardia, o meglio sottoguardia, ma magari, sai tu, qualche simpatizzante lo trovo. Ma bada che sono un’allegrona e mi diverto con poco.
      Del resto mi trovo assai meglio in compagnia di gente come voi che non di quella paludata e col birignao che declama versi o tiene concioni accademiche in modo talmente raffinato che, come diceva il nonno mio abruzzese, per dire tre e non aprire troppo la bocca, che fa volgare, dicono: uno, uno, uno (con la u molto chiusa che pare una i).

  2. Cara Francesca, mi piacciono molto sia il tombalismo sia la storia del nonno abruzzese – d’altronde scrivo di morti pure io e sono abruzzese.
    Però Re Rò il tuo ingresso nella nostra retroguardia.
    L’unica regola è che si pratica la samizdat. Porta quindi tanta carta carbone. In alternativa si può imparare a memoria le terronate degli altri e saperle risbobinare a richiesta (io ci ho rinunciato alla seconda seduta – la prima ero assente).
    Un abbraccio.
    Din

    1. Ah, vedi? Pensa un po’. Da quello che dici, comunque, mi pare tu stia descrivendo soprattutto uno scriptorium medievale e la tradizione antica della trasmissione orale, cose entrambe strettamente connesse alla mia amatissima Irlanda. Insomma, un Abruzzo irlandese o un’Irlanda abruzzese. Ci s’aggiusta va’.
      Ricambio abbraccio.

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