Strakult, 5

Danilo Pinto

Dall’Arancia Meccanica alla Nuova Epica Italiana

A Clockwork Orange. Nella parola work
un progresso che diventa destino.
Un solo marciare da Metropolis, come
in pillole un cagnetto sentenziava.
E un altro tizio, che si faceva
chiamare come un eroe di Moby
(non certo il dj pelato, jeez) sparava
a raffica il suo nostalgico, balalaico
“morte al Grande Ripieno.”

Come nella storia dell’anatra, l’uccello
dalle piume di Rothko Tano d’Arimatea,
io venni per dare la stura alla vendetta
del Santo Inquisitore. Nella casa ampia
dello scrittore empio, malafedele, tronfio,
e di sinistra per sua gran burbanza, e scaltro
e radical chiccoso, io venni coi miei drughi
letterari, a fare scempio. Calci e pugni
d’arancia meccanica, svuotamento
di vesciche e di frigo. E di scaffali, pieni
di copie dei Wu Ming, e di empie
e sodomitiche Nuove Epiche Italiane.
Via! Con un calcio al cuorculo del vulcano,
come se Lowry, rinascendo da una pozza
di whisky, fiatasse l’ultimo folle grido…

Dove credi di andare, noi drughi gridammo
all’indirizzo del tronfione sfatto, che
poveretto non poteva più muovere
le dita sui suoi tasti. Meno sentenze
scritte, anzi nessuna più. Si fornirà
di un ipod per sentenziare…

E ora a Bologna, senza perdere tempo…
Ci aspettano i cinesi con la esse che
sibila, e la prosopopea che scarica
i marons glassati d’ogni lettore vero,
che in letteratura voglia il sangue
d’un Giuda, non il Pomì del Tanzi
misfattesco. Questa è la gente
che fa i romanzi nel laboratorio:
un pezzo io, un pezzullo tu,
e assembliamo compagni – come
operai hongkonghesi su per la cappa
aspirante del profitto. Parliamo orsù
di mondo altro: siamo epici a New York,
nel Colorado, 54 volte 54. Poi, siano
epici i giallisti – ma quelli che ci sono
utili; e gli editor-scrittori, anche se
d’epico non hanno scritto una favon
béate
. Il tutto, col condimento Star
del giallista TV, con l’etichetta nera,
che in Abissinia bella, nel furore del fuoco
della guerra, ci piazza il serial killer.
(Ma la guerra non è già un omicidio seriale?)

Siamo impazziti. Ai confini d’ogni realtà,
l’epica ingrassa mentre la realtà ha pochi
cantori. Forse Luisito Bianchi? Forse pochi
burloni di verità? Epico è l’Hitler di quel
tale schizzato, che prende il Fest e ci
sceneggia sopra, coi personaggi che son
statue dei Kraftwerk? Siamo ridotti a questo?

L’epica scaturisce dalla strada, dal sangue
nostro; Salgari epico non l’era, e i suoi nipoti
ancor meno. Prima si sputava sul “genere”,
oggi lo si impasta con le lamentazioni
massimali. Decidetevi, cari amici scrittori,
abbiate faccia per parlare di ciò che capita
a voi, e alla società. Scrivete libri coraggiosi,
coraggio: se l’epica ci sarà sarà ancor meglio.

Ma fate, voi, il gioco dei padroni. Quelli
che dite di colpir dall’interno. Come se
un ingranaggio potesse stronfiare una
macchina! Ce ne vuole, compagni!
Come diceva Holden, “buono per i merli!”
(Che ci credono.)

Chissà! Il tempo del buon raccolto arriverà?
Non può durare sempre questo scempio.
Non possono stravivere i libri dei zelighisti,
devono esser bruciati, all’indice del cane!
Perlomeno tassati d’indifferenza!

No, fine!… Siamo alla fine, Parigi brucia, Milano
è una puttana d’afa e riflusso di sangue,
Roma è quella che è, un arcipelago basso
d’un impero mai stato. E il tempo no,
non arriverà. E’ la fine, siamo nel pozzo,
ipnotizzati dal pendolo del market.

I drughi in realtà sono già stanchi
prima di cominciare; siamo in ribasso:
cercheremmo la pace. Son stati solo
sogni, anzi begl’incubi. E sì, son sogni
rabbiosi, quelli di distruzione. Vorremmo
-a dirla tutta, vera, ed anche pura- solo onestà.

Sappiamo che mai ci sarà. Che il mondo
letterario, come l’altro, è pieno di poco,
e di fascisti dalla camicia bianca, e di quelli
che, ignavi, nemmeno si ungono di sudore
le mani. Sono loro a mandarci all’assalto,
per le guerre sante di tutti gli orrori.

Sappiamo che questo mondo letterario,
come l’altro, è spesso fatto di poco.
E ogni tanto di verità feroci
che presto dimentichiamo per paura.

 


(Danilo Pinto in un celebre ritratto del suo amico Andrea Varola)

 

Qualche notizia biobibliografica

Danilo Benedetto Pinto è nato a Pennabili, nelle Marche, allo scoccare della mezzanotte tra 24 e 25 dicembre 1969.

Lasciata la scuola dopo la licenza media, senza averne ricavato, a suo dire, praticamente niente («sapevo appena apporre la mia firma e contare fino a dieci; l’unico titolo di studio che potessi vantare, in pratica, era il mio certificato di battesimo», dirà in un’intervista a cuore in mano rilasciata poco tempo fa a Cristina Bonetti, redattrice delle pagine culturali di un noto quotidiano frou-frou), verso i sedici anni si imbarca come mozzo su una nave da crociera e gira il mondo in lungo e in largo per circa cinque anni. All’occorrenza, sa improvvisarsi chansonnier de chambre per allietare le serate delle ricche e annoiate turiste e, soprattutto, si rivela un ottimo intrattenitore quando, andata letteralmente in fumo la sala di proiezione cinematografica di bordo, organizza un cineforum senza immagini, mimando e recitando tutte le parti di tutti i film di Lino Ventura, di cui è un grande ammiratore fin dalla prima infanzia. L’esperienza marinara gli serve, oltre tutto, per maturare la conoscenza di parecchie lingue: oggi ne parla correntemente sette (tra cui arabo, tedesco, ungherese e norvegese).

Ma è durante una vacanza, un breve ritorno a casa da uno dei suoi tanti viaggi, che accade l’avvenimento che trasformerà radicalmente la sua vita (e, perché no, anche la nostra). Infatti, recatosi in pellegrinaggio a Tortona, non si sa bene per quale arcano motivo (lui stesso ricorda che, già pochi giorni dopo il suo arrivo al paese natale, «di notte, nel sonno, udivo strane voci che mi invitavano a visitare tale località, della quale ignoravo perfino l’esistenza e l’ubicazione; soprattutto, mi pareva di riconoscere quella, inconfondibile, del mio amico Julius, un altro mozzo, annegato in circostanze mai del tutto chiarite al largo delle Bermude» – cfr. l’intervista citata ), s’imbatte casualmente in un guru della letteratura che bazzicava la zona in cerca di nuovi adepti e che lo invita, col fare, e col dire, di chi sembrava conoscerlo da lungo tempo, a seguire una sua conferenza. Pinto ne esce letteralmente (e letterariamente) stravolto. Abbandona al loro destino di solitudine, soprattutto notturna, le turiste in gita permanente per gli oceani, si trasferisce a Bologna (che diventa, parole testuali, «la patria della mia seconda nascita» – cfr. ancora l’intervista citata) e si tuffa in dieci anni di “studio matto e disperatissimo”, alla fine dei quali si ritrova con due lauree (Lettere Classiche e Matematica) e con un consistente patrimonio di scritti di ogni genere, migliaia e migliaia di pagine che spaziano nei più diversi campi del sapere, quasi tutte custodite nella sua villa di Capri, dove sta alacremente lavorando a riordinarle in vista della prossima pubblicazione, in più volumi, presso una prestigiosa casa editrice di respiro e ambizioni europei.

Intanto, è già annunciata, quale succoso anticipo, la traduzione italiana della tesi con la quale ha conseguito il Ph.D. in Scienze Matematiche presso l’Università di Sárospatak (relatore il Chiarissimo Professor Franz Doch Gebrochen): Übersetzung von Sonetti von Dante Alighieri in logarithmischen Gleichungen.

Verso la metà del prossimo mese di settembre, inoltre, dopo la solita, faticosa sequela di relazioni e seminari in giro per la penisola, relazionerà finalmente sulla ricerca (in via di traduzione anche questa) che gli vale un secondo Dottorato in Scienze Umanistiche Comparate presso l’università di Trondheim (relatore il Chiarissimo Professor Parvo Olaf Stoltenberg): På den seksuelle moral av Italias viktigste forfattere i skjønnlitteratur i odor andropausa.

Nei ritagli di tempo, infaticabile com’è sempre stato, il nostro Danilo Pinto, Benedetto solo per gli amici e gli intimi, sta completando, insieme a Cristina Bonetti (che intanto ha abbandonato definitivamente l’incarico presso il famoso quotidiano, per calarsi anima e corpo nella nuova, esaltante avventura: e come darle torto!), la traduzione dell’opera omnia del grande poeta, nonché suo (e un po’ anche nostro, nevvèro) carissimo amico, Jean-Michel Vitrolles.

 

***

 

La parola agli esperti
(Il dibattito)

Francesco Sasso

Lasciata la scuola dopo la licenza media
verso i sedici anni si imbarca come mozzo su una nave da crociera e gira il mondo in lungo e in largo per circa cinque anni.
e si tuffa in dieci anni di “studio matto e disperatissimo”, alla fine dei quali si ritrova con due lauree (Lettere Classiche e Matematica)

accipicchia, cinque anni per una laurea e cinque per l’altra fanno dieci anni di “studio matto”… senza fare le superiori, poi, è una figata!

 

Francesco Marotta

Egregio Sasso, la prego: i tempi narrativi sono i tempi narrativi. E poi, mi scusi se glielo faccio notare: lei dimentica il cepu…
A venti anni suonati si può benissimo dare l’esame di diploma, come privatista. Lei pensa che, dopo l’illuminazione tortonese, Danilo avesse bisogno ancora di frequentare qualche scuola, di quale che sia ordine e grado? Suvvìa, non mi cada anche lei, che è un resistente nato, nell’italico costume di invidiare et, ergo, denigrare i geni. Danilo è Danilo, non si discute (oltre tutto è l’anagrafe che lo attesta): e il suo “italian clockwork orange new epic” è lì a dimostrarlo, al di là di ogni possibile dubbio.
Poi, vedrà, mi saprà ben dire, già con l’uscita del primo volume dell’opera omnia…
La aspetto al varco, nèh.
Mi stia bene, egregio. E, in qualità di redattore di LPELS, goda del grande privilegio di avere queste primizie qui. Ce le invidiano tutti, e non sa quanto.
Grazie, Danilo, a nome di tutti noi, per averci scelti!!!

 

Francesco Sasso

Egregio poeta Marotta,
Noi, infatti, non possiamo credere che una qualche partecipazione a Cepu (con o senza Sgarbi) non sia il sintomo di un cambiamento troppo sottile nella struttura narrativa per venir sorpresi. Noi possiamo ritenerlo a quella guisa che si ritiene una pia credenza; ma, sebbene con svariantissima convinzione, noi abbiamo la conoscenza certa, che la biografia del nostro sommo è, suvvia, a dir poco im-bara-zzante.
Questo si potrebbe dimostrare assai facilmente. Né la fede in Lei, né la comune amicizia sono in grado di rimuovere le montagne degli anni ed dei “orange new epic”- oppure di uccidere un bacillo poetico che è in noi tutti, ma lo spirito può benissimo agire sopra lo spirito… ne convengo.

Però, per quanto può ancora riguardare tutto questo argomento che si potrebbe intitolare “fermezza e sanità, chi non salta è dei wu minghi”, sarà bene che noi dedichiamo ancora un capitolo (o una conferenza) ad illustrarne ulteriori aspetti della po-etica del nostro sommo-Pinto .
E ben a ragione, mi sembra, dal momento che io mi sono proposto di riuscir più utile, che di presentare, a breve e su queste pagine, una completa trattazione dell’argomento: “Danilo Pinto – Lo spirito indivisibile del poeta

E’ mio modesto modo di vedere che ciò ch’io sono venuto sin qui dicendo intorno al modo di “studiare” del nostro, sia ben difficile non riesca di reale utilità, soprattutto a quegli dediti a lavori faticosi ed a quei coscienziosi lettori, i quali si sono formati un tale ideale del loro dovere, che a stento si possono permettere il lusso di una qualche ricreazione mentale; ed io, certo, non mi propongo di ottenere migliore ricompensa di quella di riescir utile a dei lettori di questo genere e, se posso, dispiacere agli autori.
Vostro Francesco

 

Cristina Dottor Bonetti

Egregio Dottor Sasso,
mi permetto di intervenire, senza nulla voler togliere al Dottor Marotta, per il semplice motivo che la nota biobibliografica di Benedetto gliela ho dettata io, al telefono, sulla base di conoscenze dirette vagliate in loco una per una, di prima mano. Capisco il suo stupore, che all’inizio è stato anche il mio, ma ciò che è scritto corrisponde esattamente alla realtà dei fatti. Il nostro è troppo timido per parlare di sé in pubblico, ma visto che ormai lo frequento da anni, non ho problemi a rendere note e, nel caso, a ribadire, verità che andrebbero conosciute da tutti: ne verrebbe, se non altro, un po’ di prestigio all’annacquata e bistrattata genialità italica, scuola tutta compresa. Benedetto si è diplomato ai primi di luglio del 1991 in uno dei più antichi e prestigiosi licei marchigiani, superando con il massimo dei voti tutte le prove preliminari e poi gli scritti e il colloquio finale, durante il quale ha parlato, per tutta la durata, in greco classico. Le basta fare una semplice ricerca, è tutto agli atti: se vuole, le mando una copia della ripresa dell’avvenimento, fatta da alcuni devoti scrittori cineamatori della Val Curone; con sottotitoli, s’intende. Il loro intento era quello di procurare prove tangibili dell’infallibilità del metodo del guru, ma a noi è rimasta una prova inconfutabile della genialità innata del nostro Benedetto.

Da parte mia, se devo proprio essere sincera, avrei trovato più *im-bara-zzante*, nel senso di poco credibile, il particolare relativo alla sua capacità di riprodurre, da solo, un intero film, dialoghi compresi, interpretando tutti i ruoli, scena per scena. Ma le assicuro che anche questo imbarazzo sarebbe destinato a cadere nel nulla, e a lasciare il posto a un estatico stupore, se qualcuno avesse la fortuna di vedere in diretta uno solo di questi eventi: io ho assistito varie volte, repliche comprese, alla *proiezione* di Ultimo Tango a Parigi, sempre arricchita dalla colonna sonora integrale, fino al punto che in una occasione mi sono messa a cercare Gato nella stanza dove l’epifania si realizzava…
Ma non voglio annoiarla oltre. Le faccio invece una proposta: perché non viene con noi a Trondheim il mese prossimo? Potrà unire l’utile al dilettevole e recuperare, anche lei in loco, di prima mano, i particolari che le servono per arricchire il saggio che ha in preparazione. Che ne dice? Ce lo fa un pensierino?

La saluto, il lavoro immane di traduzione delle opere di Vitrolles mi chiama. E ormai non trovo più il tempo nemmeno per rifarmi il trucco. Mi perdoni, ma devo lasciarla.
Sua Cristina.

 

Francesco Sasso

Illustrissimo Dottor Bonetti
E’ per me un onore dialogare con Lei. Il suo nome è noto agli studiosi di letteratura Sannitica. Oggi riuscirebbe difficile di trovare copia di quel suo notevole libro (“L’influenza della letteratura sannitica sul corpo nella salute dell’ipocondriasis-letterarie italiane”), a la sapienza che vi è contenuta è più che degna di esser ampiamente sparsa in questi giorni, in cui la wu minghi fondazione, per esempio, attira l’attenzione di tutti i professionisti della letteratura a delle verità troppo a lungo abbandonate per essere sfruttate dai ciarlatani.

Nella sua “Anatomia della epica ciociara”, lei descrive magnificamente i due aspetti della relazione che corre tra lo spirito epico in Ciociaria e lo spirito epico dei Sanniti. Tutti sanno che nell’incanto della nuova epica olandese (cft. Francesco Marotta, “Orange new epic”, Leiden, The Peter de Ridder Press, 2008) non c’è efficacia reale ecc., ma solo fantasia ed opinione… “la quale – cito il dottor Marotta a pag. 874 – eccita una mozione degli umori e del sangue; essa allontana la letteratura dal suo punto di partenza vero e proprio”.

Non mi sembra che sarebbe stato saggio per me l’abbandonare il precedente capitolo senza controbilanciarlo con questo, perché noi siamo costretti a riconoscere chiaramente, che la sua influenza e amicizia ci solleva da ulteriore imbarazzo.
Di tal guisa, può darsi che noi abbiamo già raggiunto la meta della nostra presente investigazione.
Gradisca i sensi della mia distinta considerazione.
Francesco Sasso


(Trattamento volontario a cui si sottopongono
i lettori pentiti della N.I.E.
)

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6 pensieri su “Strakult, 5”

  1. Brucio dalla voglia di leggere “Anatomia della epica ciociara”. Mi sto dirigendo per caso a Pennabili, nelle Marche, sapete indicarmi un libraio con cui parlare per avere alcuni dei tomi sopraccitati (non solo l’Anatomia)?
    Ps: sarei naturalmente curioso di conoscere il grande Pinto.
    C’è qualche Cuncetta nella sua vita, per caso?

  2. Dinamo, i testi citati nell’articolo (?) sono come quelli di Melquiades Fermin Herrera, sono presenti in tutte le librerie d’Italia, basta volerli e si materializzano sugli scaffali, a tutto scorno dei librai che nemmeno sanno di averli in negozio.

    Il grande Pinto, a quanto ci risulta, quando non è rintanato nella sua villa di Capri è in giro per il mondo sul suo yacht, speriamo che prima o poi attracchi anche in questo porto. Di Cuncette non ne so niente, anche perché sembra che la Cristina Dottor Bonetti non lo molli un attimo (e come darle torto?).

    g.

  3. Sì, anche a noi è arrivata una voce del genere.
    Personalmente non stento a crederlo: dopo anni e anni di duro esercizio nella riproduzione nota per nota di intere colonne sonore, senza nessun altro strumento che se stesso, la cosa era quasi inevitabile. Lo spirito del “Gato” è potente in quest’uomo.

    g.

  4. A Pennabili ho trovato due librai. Primo libraio e Ultimo libraio. Ho scoperto che sono pure fratelli.
    Da Ultimo ho trovato tutti i libri che cercavo. Alcuni usati. Alcuni freschi di stampa.
    Ora sono immerso nella lettura dell’Anatomia. Sono solo 23.572 pagine.
    A breve ne caverò le gambe,
    grazie delle dritte

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