Osip Mandel’štam: Ottave

Il verso sta alla carta come
Cupola al cielo deserto.

 

Osip Mandel’štam
Traduzione e nota di Elena Corsino
In “Anterem“, numero 74 (giugno 2007)

 

OTTAVE

 

1

Amo il rivelarsi della trama,
Quando dopo due o tre o
Anche quattro pesanti respiri
Viene il sospiro che tende.

Come archi di vele in corsa
Le forme verdi che qui lo spazio
Delinea, giocando nel dormiveglia –
Non sa il bimbo della sua culla.

 

*

 

2

Amo il rivelarsi della trama,
Quando dopo due o tre o
Anche quattro pesanti respiri
Viene il sospiro che tende.

E com’è dolce e mi è grave
Il sopraggiungere del momento
E d’un tratto la tensione dell’arco
Risuona nel mio mormorare.

 

*

 

3

O farfalla, o musulmana,
Tutta nel tuo sudario intagliato, –
Di vita piccina e di morte bambina,
Quanto è grande – tutta qua!

Coi lunghi baffi, pungente, s’è nascosta
La testa nel mantello bianco.
Vessillo è il sudario spiegato,
Richiudi quelle ali – ho paura!

 

*

 

4

La minuscola appendice del sesto senso
O l’occhietto sincipitale di lucertola,
I chiostri di chiocciole e valve di conchiglia,
Delle vibratili ciglia il farfuglio.

Com’è vicino l’irraggiungibile –
Che non si può slegare né guardare, –
Pare di tenere in mano uno scritto
Al quale, subito: rispondi…

 

*

 

5

Vinto il suggellarsi della natura, l’occhio
Azzurrofermo s’è inoltrato nel suo principio.
Le razze impazzano nel cuore della terra,
E dal petto come dal ferro rompe un grido.

S’avanza il non-cresciuto sordamente
Come per il corno di un camminamento,
Comprendere l’esubero interno dello spazio
E della cupola e del petalo il pegno.

 

*

 

6

Quando hai distrutto le bozze
E tu tieni saldo nella mente
Un verso privo di tristi glosse,
Unico nel buio dell’interno,
Che solo per interiore trazione,
Strizzando gli occhi, si regge,
Il verso sta alla carta come
Cupola al cielo deserto.

 

*

 

7

Schubert sull’acqua e Mozart fra stridi d’uccelli,
E goethe fischiettante per il viottolo rampicante,
E Amleto pensieroso a passi timorosi
Contavano il battito della folla e credevano.
Forse già prima delle labbra nacque il sussurro
E là dove non era legno turbinavano le foglie,
E coloro ai quali consacriamo l’esperienza
Prima dell’esperienza assunsero le forme.

 

*

 

8

Nuota la zampa dentellata
Dell’acero in angoli a cerchi,
E con macule di farfalle
Possiamo istoriare pareti.

Ci sono mosche vive – e noi
Lo capisco soltanto adesso,
Forse, siamo Hagia Sofia
Dall’innumerevole moltitudine d’occhi.

 

*

 

9

Dimmi, architetto dei deserti,
Geometra delle sabbi d’Arabia,
Che sia la sfrenatezza delle linee
Più forte delle raffiche dei venti?
– Non mi interessa il fremito
Dei suoi affari giudei –
Lui plasma l’esperienza dal balbettio
E il balbettio dall’esperienza sorseggia…

 

*

 

10

Noi che beviamo da spinosi boccali
Esiziali l’ossessione delle cause,
Con i nostri uncini, come morte lieve,
Tocchiamo le minime grandezze.
E là dove si aggrappano gli sciangai
Il fantolino serba il silenzio,
Nella culla della piccola eternità
Dorme vasto l’universo.

 

*

 

11

Ed io me ne vado dallo spazio
Nel giardino incolto delle grandezze,
Lì strappo l’apparente costanza
E del sé la coscienza delle cause.

Infinità, leggo il tuo abbecedario,
Solo, senza la gente, – senza pagine
Il libro selvatico dei tuoi medicamenti,
Abbaco di radici possenti.

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