Osip Mandel’štam: Ottave

Il verso sta alla carta come
Cupola al cielo deserto.

 

Osip Mandel’štam
Traduzione e nota di Elena Corsino
In “Anterem“, numero 74 (giugno 2007)

 

Восьмистишия
OTTAVE

 

I

Люблю появление ткани,
Когда после двух или трех,
А то четырех задыханий
Придет выпрямительный вздох.

И дугами парусных гонок
Зелёные формы чертя,
Играет пространство спросонок –
Не знавшее люльки дитя.

 

I

Amo il rivelarsi della trama,
Quando dopo due o tre o
Anche quattro pesanti respiri
Viene il sospiro che tende.

Come archi di vele in corsa
Le forme verdi che qui lo spazio
Delinea, giocando nel dormiveglia –
Non sa il bimbo della sua culla.

 

*

 

II

Люблю появление ткани,
Когда после двух или трех,
А то четырех задыханий
Придет выпрямительный вздох.

И так хорошо мне и тяжко,
Когда приближается миг,
И вдруг дуговая растяжка
Звучит в бормотаньях моих.

 

II

Amo il rivelarsi della trama,
Quando dopo due o tre o
Anche quattro pesanti respiri
Viene il sospiro che tende.

E com’è dolce e mi è grave
Il sopraggiungere del momento
E d’un tratto la tensione dell’arco
Risuona nel mio mormorare.

 

*

 

III

О бабочка, о мусульманка,
В разрезанном саване вся, –
Жизняночка и умиранка,
Такая большая – сия!

С большими усами кусава
Ушла с головою в бурнус.
О флагом развернутый саван,
Сложи свои крылья – боюсь!

 

III

O farfalla, o musulmana,
Tutta nel tuo sudario intagliato, –
Di vita piccina e di morte bambina,
Quanto è grande – tutta qua!

Coi lunghi baffi, pungente, s’è nascosta
La testa nel mantello bianco.
Vessillo è il sudario spiegato,
Richiudi quelle ali – ho paura!

 

*

 

IV

Шестого чувства крошечный придаток
Иль ящерицы теменной глазок,
Монастыри улиток и створчаток,
Мерцающих ресничек говорок.

Недостижимое, как это близко –
Ни развязать нельзя, ни посмотреть, –
Как будто в руку вложена записка
И на нее немедленно ответь …

 

IV

La minuscola appendice del sesto senso
O l’occhietto sincipitale di lucertola,
I chiostri di chiocciole e valve di conchiglia,
Delle vibratili ciglia il farfuglio.

Com’è vicino l’irraggiungibile –
Che non si può slegare né guardare, –
Pare di tenere in mano uno scritto
Al quale, subito: rispondi…

 

*

 

V

Преодолев затверженность природы,
Голуботвердый глаз проник в ее закон,
В земной коре юродствуют породы,
И как руда из груди рвется стон.

И тянется глухой недоразвиток,
Как бы дорогой, согнутою в рог,
Понять пространства внутренний избыток
И лепестка, и купола залог.

 

V

Vinto il suggellarsi della natura, l’occhio
Azzurrofermo s’è inoltrato nel suo principio.
Le razze impazzano nel cuore della terra,
E dal petto come dal ferro rompe un grido.

S’avanza il non-cresciuto sordamente
Come per il corno di un camminamento,
Comprendere l’esubero interno dello spazio
E’ della cupola e del petalo il pegno.

 

*

 

VI

Когда, уничтожив набросок,
Ты держишь прилежно в уме
Период без тягостных сносок,
Единый во внутренней тьме,
И он лишь на собственной тяге,
Зажмурившись, держится сам,
Он так же отнесся к бумаге,
Как купол к пустым небесам.

 

VI

Quando hai distrutto le bozze
E tu tieni saldo nella mente
Un verso privo di tristi glosse,
Unico nel buio dell’interno,
Che solo per interiore trazione,
Strizzando gli occhi, si regge,
Il verso sta alla carta come
Cupola al cielo deserto.

 

*

 

VII

И Шуберт на воде, и Моцарт в птичьем гаме,
И Гете, свищущий на вьющейся тропе,
И Гамлет, мысливший пугливыми шагами,
Считали пульс толпы и верили толпе.
Быть может, прежде губ уже родился шопот
И в бездревесности кружилися листы,
И те, кому мы посвящаем опыт,
До опыта приобрели черты.

 

VII

Schubert sull’acqua e Mozart fra stridi d’uccelli,
E Goethe fischiettante per il viottolo rampicante,
E Amleto pensieroso a passi timorosi
Contavano il battito della folla e credevano.
Forse già prima delle labbra nacque il sussurro
E là dove non era legno turbinavano le foglie,
E coloro ai quali consacriamo l’esperienza
Prima dell’esperienza assunsero le forme.

 

*

 

VIII

И клена зубчатая лапа
Купается в круглых углах,
И можно из бабочек крапа
Рисунки слагать на стенах.

Бывают мечети живые –
И я догадался сейчас:
Быть может, мы Айя-София
С бесчисленным множеством глаз.

 

VIII

Nuota la zampa dentellata
Dell’acero in angoli a cerchi,
E con macule di farfalle
Possiamo istoriare pareti.

Ci sono moschee vive – e noi
Lo capisco soltanto adesso,
Forse, siamo Hagia Sofia
Dall’innumerevole moltitudine d’occhi.

 

*

 

IX

Скажи мне, чертежник пустыни,
Арабских песков геометр,
Ужели безудержность линий
Сильнее, чем дующий ветр?
– Меня не касается трепет
Его иудейских забот –
Он опыт из лепета лепит
И лепет из опыта пьет…

 

IX

Dimmi, architetto dei deserti,
Geometra delle sabbie d’Arabia,
Che sia la sfrenatezza delle linee
Più forte delle raffiche dei venti?
– Non mi interessa il fremito
Dei suoi affari giudei –
Lui plasma l’esperienza dal balbettio
E il balbettio dall’esperienza sorseggia…

 

*

 

X

В игольчатых, чумных бокалах
Мы пьем наважденье причин,
Касаемся крючьями малых,
Как легкая смерть, величин.
И там, где сцепились бирюльки,
Ребенок молчанье хранит,
Большая вселенная в люльке
У маленькой вечности спит.

 

X

Noi che beviamo da spinosi boccali
Esiziali l’ossessione delle cause,
Con i nostri uncini, come morte lieve,
Tocchiamo le minime grandezze.
E là dove si aggrappano gli sciangai
Il fantolino serba il silenzio,
Nella culla della piccola eternità
Dorme vasto l’universo.

 

*

 

XI

И я выхожу из пространства
В запущенный сад величин
И мнимое рву постоянство
И самосознанье причин.

И твой, бесконечность, учебник
Читаю один, без людей, –
Безлиственный, дикий лечебник,
Задачник огромных корней.

 

XI

Ed io me ne vado dallo spazio
Nel giardino incolto delle grandezze,
Lì strappo l’apparente costanza
E del sé la coscienza delle cause.

Infinità, leggo il tuo abbecedario,
Solo, senza la gente, – senza pagine
Il libro selvatico dei tuoi medicamenti,
Abbaco di radici possenti.

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44 pensieri riguardo “Osip Mandel’štam: Ottave”

  1. ho confrontato la versione qui sopra con quella della vitale-adelphi. non conoscendo il russo, non mi pronuncio. posso pronunciarmi su altri fatti, incontrovertibili:
    – il volume raccoglie 11 ottave per un tot. di 84 versi.
    – esso è il frutto di un’operazione della traduttrice, non avendoci mai pensato l’autore, il quale men che meno pensò al titolo.
    – comperando il libro col 15% di sconto, la raccolta viene a costare 10 centesimi a verso.
    – la vitale non cita la traduzione della orsino uscita 10 anni fa sul menabò.
    db

    scusate uscita su anterem. c’è lavoro per riponi!

    1. Borso, non tirarmi sempre in ballo. Vuoi sapere cosa penso, penso come Denis Roche “la poésie est inadmissible”. Allora, se vuoi qualche dritta sula poesia contemporanea, soprattutto di area francese dagli anni 70 in poi, sono qui per servirti. Per il resto non so proprio di cosa dibatti, di ottave russe. Bene, tutto il rispetto per il russo Mandelstam e per la sua vita e la sua poesia. Ma la traduzione la fa apparire spesso poesia per educande. Come si fa oggi a scrivere “il fantolino” o a fare il Pascoli. “Delle vibratili ciglia il farfuglio”. E poi, semmai dal petto il grido “erompe”… non “rompe”? Che ne dici db?

    2. Il punto è che tu sapevi benissimo chi è Emilio Picco, traduttore non solo di Arno Schmidt, ma anche di Helmut Heissenbuttel. Per me è chiaro che ti sei servito anche della sua traduzione per il “Leviatano”. Non è vero? Vedi, sto lavorando, metto a confronto le traduzioni… Così, in futuro, se ti verrà in mente di ampliare i “Testi” di Heissenbuttel, dedicherai un pensiero al suo vecchio traduttore…

  2. ti do qualche dritta per diventare un buon traduttore: non buttar via niente, quindi anche la traduzione in sawili trovata per caso in una bancarella di pontremoli può servire. . sul tavolo di lavoro, accanto all’originale, francese inglese tedesco scandinavo greco laltino spagnolo portoghese e via andare. al centro, solo tu e l’autore. su, comincia, vedrai che ti troverai bene.
    per coerenza però dovresti prima stanare in rete o sottocasa la vitale, e sputtanarla per non aver citato la orfino (non come con me, che ho le pezze giustificatve e te le le ho applicate dappertutto – sii implacabile, sii implacabilmente postmoderno) db

    ps. dimenticavo ovviamente: italiano e russo, almeno. e sopra tutto (cioè sopra autore e traduttore) veneto

    1. A me di sputtanare la Vitale non frega niente, come non frega niente delle traduzioni pascoliane di Mandelstam. Come non frega niente di chi sta fermo agli schemi classici della poesia ottocento-primo-novecento. Non so se sono un discreto traduttore, se non altro non sono influenzato dal bergamasco, dal veneto, o altro. Ma sono un discreto lettore. Avere tempo metterei a confronto le tue traduzioni di Arno (che a volte mi paiono molto faticose, almeno da leggere) con quelle francesi di Riehl, ad esempio. Detto questo, io non ho niente contro di te, nessun conto da regolare. Ma se ho da fare critiche, le faccio. E quando le faccio, non sono mai per partito preso. Non mi frega niente se tizio è un professore universitario. Hai le tue pecche, come tutti. Per me il passato esiste anche relativamente alle traduzioni. Non ci sono soltanto io e l’autore, ma ciò che è venuto prima di me, se considero la traduzione qualcosa di importante. Da Berman a Klossowski, molto si può imparare su questo lavoro. Non imparo dalle tue quattro frasi buttate là. Mi dispiace, ma lezioni da te sulla traduzione non ne prendo. Qui sopra tu hai scritto “notevole”, per te, non per me.

  3. https://www.alfabeta2.it/2017/07/23/osip-mandelstam-codice-della-terra/

    “Superando la fissità della natura / il durazzurro occhio ne penetra la legge: / nella crosta terrestre impazzano le rocce, / dal petto sgorga un lamento minerale”. (Serena Vitale)

    Vinto il suggellarsi della natura, l’occhio / Azzurrofermo s’è inoltrato nel suo principio. / Le razze impazzano nel cuore della terra, / E dal petto come dal ferro rompe un grido. (Elena Corsino)

  4. C’è una bella differenza tra ‘rocce’ e ‘razze’, e nel testo in questione si parla di ‘razze’, ‘razze che impazziscono’, ‘come pazze’. Forse la Vitale pensava a Roche quando ha tradotto.

    ‘Dal petto rompe un grido’: può piacere o non piacere ma è correttissimo (Osip amava Dante, e a Dante piacerebbe sicuramente, anche se non ha la stessa autorità del ‘circolino’ alfabeota).

    1. Che una traduttrice Adelphi scambi razze con rocce? Oltretutto traduce “Nella crosta terrestre” quindi utilizza il verbo “impazzare” nel senso di “tumulto delle rocce”. In francese nessun traduttore confonderebbe “race” con “roche”. L’ampiezza semantica del verbo “rompere” in Dante è una cosa (vedi enc. dantesca Treccani); altro è questo uso poco comune, si cade nell’affettazione. Non voglio difendere Alfabeta o lo scritto di Antonella Anedda. A me pare tutt’altro che mediocre.

      1. Nessuno mette in discussione l’autorità in materia di traduzione dal russo di Serena Vitale, ci mancherebbe. Quello che non mi torna, però, è perché non si conceda credito di studiosa e traduttrice, magari citandola, eventualmente anche per contraddirla (cfr. l’interessante commentario su “Borso traduttore di Celan”), ad Elena Corsino: solo perché non ci piacciono alcune scelte lessicali? Solo perché non traduce per una casa editrice famosa e rinomata?
        A me risulta che “Anterem”, la rivista che pubblicò dieci anni fa le traduzioni che abbiamo postato, sia rigorosissima nella scelta e nel controllo delle traduzioni.

        (Il saggio-recensione di Anedda mi è piaciuto molto.)

        m.d.

      2. Si deve avere tutto il rispetto per una rivista come Anterem per la quale parlerei di sobrietà e serietà. Negli ultimi due numeri ci sono ad esempio un Lacoue-Labarthe e un Michaux da leggere. Ciò non deve però precludere la critica. Ad esempio, ho trovato in passato su Anterem una traduzione molto ben fatta di un autore francese, ma c’erano delle parole, soprattutto dall’argot, tradotte male. A meno di non essere uno scrittore-traduttore come Pasolini o Klossowski, o altri, qualsiasi traduttore si sente inadeguato al compito. Occorre essere consapevoli dei propri mezzi e dei propri limiti.

  5. Abbiamo aggiunto il testo originale delle “Ottave”, sperando di invogliare qualche conoscitore della lingua russa a intervenire.
    L’unico confronto significativo può avvenire solo a partire da ciò che il poeta ha effettivamente scritto. Il resto appartiene alla “logica del pollicione”, alto o basso che sia, che forse sarebbe meglio lasciare al mordi e fuggi senza traccia dei social.

    m.d.

    1. Leggendo qui la prima e la seconda Ottava, mi chiedo se non ci sia un errore di trascrizione, le prime quartine sono identiche.

      Alcune “Ottave” sono state tradotte anche da Remo Faccani in “Ottanta poesie”; rimarco: “e in un prearboreo vuoto mulinava il fogliame”

  6. Proprio “terra-terra” (mo’ ci vuole), confrontando le due versioni (in italiano), ne ricavo un senso del genere: visto che la razza umana impazza sulla sua superficie (la crosta), la terra leva dal petto un grido minerale (ferro)…

    (Così, tanto per passare il tempo e senza aver letto le “versioni” adelphiane e, soprattutto, senza conoscere una parola di russo.)

    m.d.

  7. le prime quartine della prima e della seconda ottava sono identiche in Osip. perciò nel mio commento parlavo di 11 ottave per un totale di 84 versi (e non 88 come logica vorrebbe).

  8. difatti Ilya Berstein traduce così:

    Overcoming the rigidity of nature,
    The hard-blue eye penetrated into its laws.
    Minerals riot in the earth’s crust
    And the cry strains at the breast like ore.

    1. Mi pare che Dario riconosca che Serena Vitale traduca bene. Mentre la Corsino abbia travisato completamente. Da parte mia faccio fatica a comprendere le sue traduzioni. Ex: “viene il sospiro che tende”. O altre cose molto leggere.

  9. Visto che il mio lavoro è al centro del dibattito e sta suscitando alcuni interrogativi, ho deciso di intervenire. Non ho ancora letto la traduzione di S. Vitale, ma posso dire che per lei provo molta riconoscenza: fu grazie a lei che mi avvicinai alla poesia russa prima ancora di poterla leggere in originale; dal suo lavoro ho imparato molto. Detto questo, per ogni testo tradotto ho sempre fatto scelte interpretative e poetiche autonome confrontandomi, se mi è stato possibile, con le traduzioni già pubblicate.
    Per quanto riguarda la mia traduzione, desidero soffermarmi sulla V Ottava. Visto che entrambe, S. Vitale e io, conosciamo l’autore e la lingua russa, è evidente che abbiamo operato scelte interpretative differenti che vanno a illuminare diversamente il testo.
    La V Ottava si apre con il movimento di un occhio che penetra la natura (superando la sua compattezza e inoltrandosi nel “suo principio”, nella sua legge – “закон”). I versi che seguono ci dicono di un movimento primordiale (il non-cresciuto) all’interno di un percorso non-rettilineo; il movimento è diretto a, volto verso (“тянется” – si tende, cerca di andare). Lo spazio del movimento non è qui esplicitato, ma lo sarà dopo pochi versi. L’unico spazio nominato è “кора” – “corteccia”, da cui poi “crosta terrestre”, “superficie terrestre”. Questo è uno spazio naturale, anzi, più esattamente, è il centro vitale dello spazio naturale, in questo senso ho tradotto “il cuore della terra”. Questo spazio è marcato da un subbuglio caotico, un “impazzamento” delle forme codificate che esprime il dissidio tra natura suggellata nelle forme (razze) e natura in quanto principio dell’essere. La parola “юродствовать”, etimologicamente da “comportarsi come uno jurodivyj”, cioè in modo illogico, paradossale, come il “folle” di Dio, dà la misura di questo dissidio tutto interiore dell’essere (“cuore” rimanda in parte a questo significato). In questa luce leggo nell’VIII Ottava un’affermazione incredibile che mi ha sempre colpita: noi, io e tu, “Forse, siamo Hagia Sofia”. Da questo spazio di impazzamento, che ha come corrispettivo umano il petto, si sprigiona un grido: il suono inarticolato della presenza dell’essere , e del suo violento moto, che va a sovrastare – anche nella sequenza ritmica – la sordità silenziosa del non-cresciuto che “s’avanza” nel verso successivo.
    In russo “порода”, “razza”, termine usato soprattutto per gli animali, e non per gli esseri umani, ha anche il significato specialistico di “roccia”, che non è di uso comune, direi anzi che sia raro. In italiano si impone una scelta: ho usato “razze”, che mi ha consentito di preservare nella V Ottava i riferimenti al mondo animale, vegetale (in “petalo”) e minerale (in “ferro”) esattamente come nell’originale, in quanto “порода” in russo crea un doppio nesso: uno con il regno minerale (nel termine specialistico), un altro con quello animale (nel significato comune di “razza”) che andrebbe perduto scegliendo il termine scientifico. Qui è tutto il regno naturale delle forme che salta in una “follia” creatrice che si ricompone infine nell’arcuatura del petalo. La vitalità di questi versi (non da ultimo “кора” rimanda in prima battuta all’albero e alla sua corteccia) sono espressione di quell’instabilità antagonistica, di cui ci parla Heidegger, che è il movimento dell’essere. Ed ecco che la V Ottava si chiude con due versi tutti dedicati allo spazio, ma non è uno spazio dicotomico (esterno/interno) bensì uno spazio assoluto, un tutto dentro, uno spazio di “esuberi interni” che possono essere compresi e garantiti dalla (e nella) cupola e dal (nel) petalo, ovvero in quello slancio umano (e più precisamente poetico delle prime due Ottave e della VI) che è teso “al giardino incolto delle grandezze” (XI Ottava) e nel delicatissimo slancio naturale del petalo, così come dell’ala di farfalla. “Com’è vicino l’irraggiungibile” (…), ma non mi dilungo oltre.
    E. C.

    1. Vedi, io non conosco il russo, ma trovo tanto arrampicarsi sugli specchi nel tuo scritto. Le pagine di Mandelstam sui minerali nel libro dedicato a Dante sono forse tra le sue cose più belle. È nella lingua d’arrivo che occorre stare. Dire che in russo “razza” sta vicino a “roccia” non significa niente. Si fa davvero molta difficoltà a collegare quell’ottava alla “follia in Cristo”, allo Jurodivyj. L’impazzare delle rocce è un tumulto, un fenomeno naturale. Spostare l’attenzione dalla crosta terrestre al cuore (centro) della terra porta fuori strada. Ovvero la “crosta della terra” non è volgarmente né la superficie, né soprattutto il cuore. È un guscio, un involucro. «Innanzitutto è il luogo dove si formano e vengono smantellate le rocce, attraverso processi che contemplano scambi di materia con il mantello terrestre….» (ET). Il concetto di razza è un concetto novecentesco che fa male (su di esso si fonda l’ideologia nazi), spostarlo dall’umano all’animale per attenuarne la negatività non serve, ed è lontanissimo dal concetto di “forma”. Nel libro curato da Remo Faccani per Einaudi c’è un notevole commentario, anche su “Hagia Sofia”, sull’onniveggenza relativa ai “molti occhi”. Quello che mi interessa capire è questo. Le Ottave non costituiscono un libro, non hanno quindi quella consecutività e non presentano quei rapporti che tu pretendi dargli. D’accordo “Hagia Sophia” è “Bisanzio” e il “Salos bizantino” è il primo esempio della “follia in Cristo” prima dello Jurodivyj. Ma non c’è alcun parallelo con la V. In ultimo, se avessi dovuto citare un filosofo vicino a Mandelstam avrei citato Hegel e la sua filosofia della natura e non Heidegger (sic). Quindi, per concludere direi che occorre poetare meno per restare fermi ai concetti. Meno voli, meno carezze, meno petali.

  10. neanch’io conosco il russo, solo i primi elementi di grammatica, l’alfabeto e l’uso del vocabolario. cerco qui di arrangiarmi con questi rudimenti e soprattutto di non pisciare fuori dal vaso.
    природа è natura naturata, natura fisicochimica, intesa qui non certo nell’accezione ad es. di natura umana.
    la prima quartina (penso anche la seconda) è tutta giocata su fenomeno/noumeno, esterno-crosta/interno-magma, molteplice/uno.
    l’occhio (di ghiaccio?) è quello dello scienziato.
    sulla crosta è un proliferare di forme fenomeniche, che la scienza sa capaci d’ingannare. le forme simulano la pazzia, per ingannare l’occhio.
    юродствовать è comportarsi da “jurodivyj”, fingersi pazzo agli occhi altrui.
    impazzare non ha questo senso di fingere ingannando, mentre ce l’ha folleggiare (mi baso sulla Treccani in rete, il Battaglia potrà confermare o meno).

    1. Impazzare, oltre che impazzire, significa “manifestarsi tumultuosamente, scatenarsi”, perfetto per le rocce. “Folleggiare” significa far festa, ecc. L’altro significato “agire da folle” è in disuso. Mi sembra troppo far folleggiare le rocce, ma anche le razze.

  11. 4° verso: и как руда из груди рвется стон.
    letterale: e come un minerale dal petto esplode un gemito.
    dal petto sgorga un lamento minerale. (Serena Vitale)
    E dal petto come dal ferro rompe un grido. (Elena Corsino)
    “come dal ferro” invece di “come ferro” mi sembra furviante.

  12. Io credo che ogni traduzione meriti rispetto. Chi traduce apre un solco che altri esploreranno e approfondiranno, per approssimazioni e tentativi sempre più vicini, mai definitivi, alla natura più profonda del testo oggetto di attenzione.

    g.

  13. il rispetto asoluto va all’autore, il relativo al traduttore.
    ad es.il verso 4: “dal petto sgorga un lamento minerale”. (Serena Vitale).
    a chi il rispetto? all’autore che scrive “come un minerale dal petto erompe/esplode un gemito”, o al traduttore che usa “sgorga”, verbo attinente unicamente ai liquidi, rendendo balorda la metafora?

    1. db direi di no, che “sgorgare” non è solo attinente ai liquidi, “sgorgare” significa anche “scaturire”… “sgorgare dal cuore” (p. est. petto) è espressione quanto mai comune (vedi anche solita Treccani)… visto che poi sopra si parla di “rocce” direi verbo quanto mai pertinente…

  14. Intendevo “questo” tipo di rispetto: senza quella traduzione, tu, molto probabilmente, non avresti mai avuto modo (o sentito il “bisogno”) di approfondire quel “solco”.

    g.

  15. non ci siamo. sgorgare è solo dei liquidi, non dei solidi. per traslato si usa nel senso che l’altro polo, ossia ciò che sgorga, è equiparato a un liquido. una roccia che sgorga fa ridere i polli, e piangere i poeti.

  16. http://www.etimo.it/?term=sgorgare

    impossibile che la vitale non sappia cos’è una metafora; impossibile che non sappia che al v. 4 la metafora è esplicitissima, paradigmatica, pura, in quanto il poeta usa il “come”.
    perché dunque è successo il pastrocchio? semplice, per carenza di attenzione, ovvero di rispetto (da respicio = guardo due volte).
    io cerco di rispettare il poeta, e di conseguenza devo fanculare la traduttrice. tertium non datur.

    1. Ascolta db… le parole come i lamenti sgorgano (anche) dal cuore, dal petto… e anche su “folleggiare”/”impazzare”… non ci sei… e poi basta con queste metafore… prova a pensarla come una cosa del passato… leggi qualche contemporaneo di area francese, e resta fermo al verbo… altrimenti fai come coloro che traducono i classici come si faceva nell’Ottocento…

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