Per costringere la morte tra due accenti

è questa la stagione di rinascere in ogni luogo
e, silenziosi, trascinare nei sandali
la breve eternità di una foglia,
una carezza

Francesco Marotta

 

Per costringere la morte tra due accenti
(L’angelo amaro degli assenti)

 

un altro giorno di sabbia senza impronte
scivola tra le dita, prende fuoco alla luce ostile
che instancabile danza dove più esile invecchia la luna –
la notte non ha più segreti
e i suoi doni rivelano al corpo
l’estraneo chiarore che avvicina ossa e ombre
in un abbraccio, un colore indefinibile che ama il freddo
come il mattino le rose cresciute sulla lingua –
il tempo che credevi privo di esistenza
compone la sua opera, conserva nel palmo
neve che profuma al tocco dell’aurora,
e intanto tu guardi il letto, il bianco del lenzuolo
aggrumarsi in macchie di calore, tendersi lacerarsi
fino a che il cielo si abbassa all’altezza dello sguardo

(il dolore naviga nella stanza
come una vela inquieta in uno stagno immobile,
cade dagli occhi, squama la pelle sul labbro
e la voce brucia, raggelata, come una stella
nei sogni del vento –
a casa, perdute nel lontano,
le mie carte parlano al silenzio parole che non conosco,
si affidano all’angelo amaro degli assenti
perché ancora un’eco rimanga – una lenta
nostalgia del mondo
mentre la morte gioca a nascondersi nei nidi del sole)

 

*

 

insondabile come un respiro
che si tiene alle sue radici – il ricordo
il tuo nome di donna vi trascorre
esala profumi d’oasi nel dolore del presente –
tra sonno e veglia, il papavero che mi brucia nelle vene
schiude immagini di un dolce morire
davanti agli occhi – e io avverto
la stretta delle tue mani docili tra le pieghe del vento
e sulle palpebre un frammento di terra,
reliquia di un rito dove tra polvere e passi
corre paziente verso l’esilio l’acqua spoglia del mio fiume

(un fiotto di sangue più greve, mentre un alito di brina
matura in pieno sole
il miraggio delle tue labbra al fondo delle ore,
dice che niente mi aspetta oltre il silenzio
e la cenere, che appassirà nel gelo di una fiamma sopita
il tempo strappato alla vertigine
per incantare l’alba col chiarore del tuo corpo –
eppure basta il battito di un’ala dietro i vetri
la pietà di un ramo che si protende su una fonte vuota
per credere ancora che oltre il confine estremo
canta una luce che non ha tramonto
una stagione senza nascere e sfiorire –
e allora penso, al di là di ogni certezza, che niente ha fine
anche se il corpo sciama in gocce d’ombra,
che non si perderà nella memoria muta delle sabbie
la bellezza dei tuoi fianchi dilatati, il frutto del tuo ventre
che lievita al richiamo paterno della voce,
l’onda sottile che dolcemente ti attraversa
e fluttuando in lenti voli tra il seno e l’inguine
disegna il suo cammino verso il giorno,
esplora le lune e gli astri
che daranno pupille e respiro alla sua carne,
sospinge a riva i primi albori di una nuova vita,
rovescia il nulla in semine di suoni)

 

*

 

mia madre – tu le assomigli, la riconosci
nel lampo assolato di ginestra
che invita la tua mano alla carezza, al gesto
fraterno del ricordo –
è stata lei che ti ha voluta al mondo,
mi afferrava i capelli quando ancora non ti cercavo
e li scuoteva forte
fino a farli sanguinare neve, come sanguina
il desiderio più grande sulle labbra di una donna –
è stata lei che ti ha inventata
in una notte passata a riordinare storie echi passi
a raccogliere l’ultima voce, il silenzio di fiamma
della figlia morente
nel breviario dei suoi dispersi anni –
e già la tua presenza mi gonfiava il ventre
sentivo il tuo respiro salirmi fino in gola
fermare il battito del cuore
per ascoltare l’aurora che ti preme, ti chiama alla luce
tra le pagine dell’aria –
io piscio fumo bevo eiaculo bestemmio, a volte
nel buio
piango diamanti d’oasi
sul leggìo migrante delle sabbie,
semino versi nei giorni
per costringere la morte tra due accenti –
e tu sei qui, tra le mie braccia –
ignara
dell’eternità trascorsa nel mio petto

 

*

 

ho il mio nome – ed è quanto mi lega alla vita
ho solo acqua per cancellare la sua esilità
dalle mie ossa, le sue radici inquiete
e il lento naufragare di inchiostri sul mio ciglio –
ho solo te, che mi salvi gridando
parole che diventano chiare a lume di assenza –
non rimarrà ricordo
dell’ora che ci vede al bivio dei nostri cammini
tra pause di luce e carezze tenaci, i piedi
immersi nel gelo di un lento mutare
e il tuo volto notturno
che si distende fino all’ombra estrema – accorato
un transito di stelle sul verde amaro del tuo corpo – trasparente

spighe fiorite da quel lume – un’acerba distesa di venti
fra i tuoi capelli e la mia mano,
parole che annottano nel respiro
come fondali d’infanzia, nient’altro che acque di un fiume
a ritroso nel transito aurale dei sogni –
la sorgente riposa in canti distesi d’esilio
illuminata a tratti dagli echi che dischiude,
nomade è lo sguardo che l’amore appena consumato
ha impresso sulla sabbia del foglio
come un sentiero – il tempo che trascorriamo
uno dentro l’altra
vicini
lontani
per sempre

 

*

 

è lo spazio che occupano – l’anima delle cose
portare alle labbra pazienza e dolore
tracciare solchi sul viso per scrivervi la parola seme
con le sue sillabe di solitudine
e i suoi mancati giorni, l’alfabeto delle stagioni
che, ignari, indossiamo come un vestito di gala –
ed è già tramonto –
in un viola scuro si esplorano gli abiti deposti sul letto
si contano in cifre di vertigine
le ultime flebo consumate, i liquidi miracolosi
che galleggiano nell’aria
come schegge di un mare raccolto in un bicchiere,
mentre ancora si cerca il sesso dell’amata
mezzaluce di domande dimenticate
di risposte disattese

(nella deriva delle pupille assopite
profili incerti in un reliquiario di voci,
la stanza ondeggia, i libri penzolano ingialliti alle pareti
i versi di ieri sul margine in ombra della riva –
a volte ti strappa i ricordi – il silenzio
seguendo il fuoco di un dio senza tempio, inciampando
negli strali del buio, tra le carte della tua assenza
disseminate sul tavolo)

 

*

 

come l’ultimo angelo consumato dalla chiarità dell’aria
come il grido a cui la luce, sgomenta, si abbandona
la mano perde sangue dai pori
tra i tuoi capelli di madre, trascina le tue mammelle alle labbra
perché ancora il corpo bruci
sull’arco più alto dell’ultima eco – creatura
ignara di voli, di voce

(la sera trattiene nel suo acre profumo
l’inquieto vociare del fuoco – lo sento sgorgare
come acqua che si trascina
l’eterno immutabile incanto delle sue impronte di sete –
io attendo – la pupilla assonnata in ascolto
del prossimo lampo, udibile
levarsi di dio dal silenzio, guglia vertiginosa senza paesaggio
e senza notte,
senza)

 

*

 

smarrire il presente – fisso lo sguardo a un’icona ingrigita
e senza fiato frugare macerie di idoli franati
un frangere di flutti contro l’albero
perso nel suo inudibile smarrimento, cento volte risorto
nudo, ammutolito
a disperazione del diluvio che lo tenta
con mani di gemme, di lava, con fiori incomprensibili –
dicevi così era scritto
sulla pagina dove lacrima l’inchiostro
la cecità dell’oasi costretta fra confini di sabbia,
era questo il volere della pietra, non altro
che tessere luce senza fondo – la pura veste dei sogni

(sugli orli del bicchiere naufraga tutta la mia pena
come sentissi risanate le vertebre frantumate in volo
guarito lo stesso cielo che mi ricaccia ad ogni incontro
estremo –
è questa la stagione di rinascere in ogni luogo
e, silenziosi, trascinare nei sandali
la breve eternità di una foglia,
una carezza)

 

*

 

memoria d’amore – verità che lacera i pensieri
in foglie di abbandono e porta autunno
negli occhi dove si acquietano i bagliori,
dove la sete si avvinghia alle mani come un rampicante
e il desiderio è uno stormo di anime al tramonto
un cielo di neve raccolto in gesti lenti, uguali –
nessuna stella si affaccia dal crepuscolo
se il verso chiede alla pagina echi di un lontano canto
gli anni dove la voce si confondeva al vento
il corpo chiaro il latte dell’attesa
il polline dell’alba nelle pupille cieche della notte
la vela che risveglia l’onda e la trascina
verso orizzonti di isole riemerse

(forse non sai il mattino
che ieri vedevi frangere sul volto
come mi assale oggi, lontano dal tuo sguardo
col suo carico di voci di fiori di relitti – non sai
quanti segreti di lampi ribelli all’aria
si adagiano alle palpebre, rischiarano terre di rimpianto –
io raccolgo sillabe
dagli alfabeti di lingue più profonde, le sgrano
in cifre provvisorie di preghiera
alla sorgente dislagata del tuo sonno –
sto aprendo un varco all’acqua del silenzio
che mi cerca)

__________________________
Tutti i testi, tranne il secondo (“insondabile come un respiro”)
sono tratti da “Hairesis“, Terra d’Ulivi, 2016
__________________________

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9 pensieri su “Per costringere la morte tra due accenti”

  1. Buongiorno, bellissime poesie, ma non mi chiaro se sono tutte di Marotta.

    Al fondo del post vi è scritto

    Tutti i testi, tranne il secondo (“insondabile come un respiro”) sono tratti da “Hairesis“, Terra d’Ulivi, 2016 _________________________ … ma sempre sue?? Grazie mille per la precisazione.

    Cordiali saluti, Fede e Claudia

  2. L’ha ribloggato su ilcollomozzoe ha commentato:
    in un viola scuro si esplorano gli abiti deposti sul letto
    si contano in cifre di vertigine
    le ultime flebo consumate, i liquidi miracolosi
    che galleggiano nell’aria
    come schegge di un mare raccolto in un bicchiere

  3. Francesco sei GRANDE! Nient’altro. (Ma ora che ci penso la parola grande è molto inflazionata e quindi ha perso valore. Fai conto che per me ce l’ha ancora,in tutta la sua “grandezza”….)

  4. Proprio la settimana scorsa ho letto il libro “Hairesis” e come sempre la poesia, e la scrittura, di F. Marotta mi prende fin nel profondo. Rileggendolo qui mi accorgo di quanto resti vibrante il verso a più letture. Grazie, Marotta. Nelle sue poesie il dolore – di una perdita, della morte – conserva una speranza, lascia spazio ad una Idea che sembra comprenderlo e lenirlo. Niente risulta vano, anche la paura ha la sua storia.

  5. “io raccolgo sillabe
    dagli alfabeti di lingue più profonde, le sgrano
    in cifre provvisorie di preghiera
    alla sorgente dislagata del tuo sonno –
    sto aprendo un varco all’acqua del silenzio
    che mi cerca)”.
    A breve ti ritroverò ne ” Il poema ininterrotto” curato da Marco. Splendido volume e splendida collana nata da uno dei sogni di Natàlia.
    Nino

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