Lézard / Lucertola

“Poème, joyeux lézard, donne-nous tes écailles,
elles seront nos sceaux pour nous reconnaître.
Triste lézard, viens manger dans ma paume.”

“Poema, gioiosa lucertola, donaci le tue scaglie,
saranno i nostri sigilli per riconoscerci.
Triste lucertola, vieni a mangiare nel mio palmo.”

Yves Bergeret

Lézard / Lucertola

 

Tratto da: Terre claire, (4)
Carnet de la langue-espace
Traduzione di Francesco Marotta

 

1
La montagne est mon lézard impertinent,
seuls des marionnettistes illuminés aux jambes de vent
en savent tirer les fils.

 

La montagna è la mia lucertola irriverente,
solo burattinai sapienti, dalle gambe di vento
ne sanno muovere i fili.

 

*

 

2
D’un lit de galets,
d’un lit de pierres usées que nous jetèrent
les dieux monstrueux,
je fais surgir la couleur d’un poème.
Le poème est notre lézard impertinent.

 

Da un letto di sassi,
da un letto di pietre consumate che gli dèi perversi
scagliarono contro di noi,
faccio nascere il colore di un poema.
Il poema, la nostra lucertola irriverente.

 

*

 

3
Je peins au sol dans le lit sec du torrent,
la montagne s’enfuit vers le ciel.

Je peins et trace le poème
apaisant la montagne marionnette
farouche et vierge
qui ne veut plus renter en scène.

Je peins et trace le poème
qui attrape la montagne par la jambe.

Ce n’est pas le poème qui crée l’action dramatique.
Non plus la montagne, figurante ou actrice,
funeste et mutique, frivole et dure.
C’est l’entrechoc, l’éboulis, le mouvement
qui crée la pièce, l’arrivée haletante
de l’étranger aux pieds en sang,
l’entrée en scène de la parole autre, échevelée.

 

Dipingo al suolo nel letto prosciugato del torrente,
la montagna fugge verso il cielo.

Dipingo e scrivo il poema
che acquieta la montagna, marionetta
selvatica e vergine
che non vuole più tornare in scena.

Dipingo e scrivo il poema
che afferra la montagna per la gamba.

Non è il poema che crea l’azione drammatica.
Nemmeno la montagna, comparsa o attrice,
funesta e muta, frivola e dura.
E’ l’urto, il detrito, il movimento
che crea l’opera, l’arrivo ansimante
dello straniero dai piedi sanguinanti,
l’entrata in scena della parola altra, scarmigliata

 

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