Che cos’è Carène / Carena

“Sto parlando di stranieri dal cuore tenace e grande
che usciti dal mare verdeggiante di annegati
scalano il pendio
nella direzione opposta al possesso”.

[Presentiamo la parte iniziale del saggio di Antonio Devicienti su “Carène” di Yves Bergeret. Il lavoro sarà pubblicato domani in “Quaderni delle Officine”. Ve ne consigliamo vivamente la lettura. gem-rebstein]

Antonio Devicienti

Che cos’è Carène / Carena
(alcune proposte interpretative)

Carène è un “poème en cinq actes” il cui autore è Yves Bergeret; di tale “poema in cinque atti” esiste una traduzione integrale (splendida) in lingua italiana il cui autore è Francesco Marotta; aggiungiamo che di Carena in Italia si conoscono delle parti anticipate sulla Dimora del Tempo sospeso, ma che la vicenda editoriale dell’opera che, secondo il desiderio dei due autori, dovrebbe comparire con Nota di Yves Bergeret, Prefazione di Francesco Marotta e il testo completo, sia l’originale in francese che la versione in italiano, la vicenda editoriale dicevo è, se posso usare quest’espressione, in una fase d’impasse e che i motivi di tale stallo non sono allo stato attuale chiari. Viceversa Carène ha già avuto una rappresentazione pubblica in Francia ed è in preparazione la sua messa in scena in Sicilia.

E veniamo ora a rispondere alla domanda “che cos’è Carène” dal punto di vista più strettamente  politico, umano e poetico, anche se già Francesco Marotta ha risposto alla questione pubblicando la sua ampia, articolata e partecipata Prefazione la quale è, in verità, una puntuale e appassionata lettura dell’opera e un’inequivocabile riaffermazione della linea editoriale della Dimora.

Da parte mia tengo a sottolineare che l’intera opera di Yves Bergeret ruota intorno a una convinzione che l’autore francese si è formato nel corso degli anni anche grazie ai suoi numerosi viaggi principalmente in Mali e nelle Antille (ma sono molti i luoghi del pianeta in cui egli ha soggiornato): Bergeret rompe e rifiuta in modo radicale la posizione eurocentrica e più latamente occidentale da cui, in modo spesso inconsapevole, la maggior parte degli intellettuali e degli artisti parte; tale eurocentrismo più o meno inconsapevole tende ad avvicinarsi alle culture non europee come se si trattasse di fenomeni esotici e/o pittoreschi, spesso con condiscendenza e riconoscendovi (anche in sede di giudizio estetico) e quindi accettando soltanto quegli elementi ritenuti simili ai propri, non comprendendo o addirittura rifiutando quello che non viene riconosciuto come affine; Bergeret non ha remore a definire un tale atteggiamento come colonialista, reputa esausta e stancamente estetizzante una cultura che si rapporta in tal modo alle culture non europee e compie un passo decisivo e di rottura: da parte mia vedo infatti nella versione di Carène approntata per la stampa in forma di libro e anche nelle parti dell’opera già pubblicate qui sulla Dimora una sorta di spartito, una traccia di quello che, invece, l’opera veramente è e vuole essere; cerco di spiegarmi meglio: quello che si legge è strutturato sui ritmi dell’oralità e va pensato rappresentato in relazione a luoghi e tempi molto precisi, detto da voci diverse, magari accompagnato anche da suoni e rumori e da immagini e pitture, performance abituale per Yves Bergeret che tende a strappare la scrittura in versi dalla carta e dalla lettura mentale e privata per riportarla a una dimensione comunitaria e dalle molteplici dimensioni sia spaziali-temporali che sensoriali (luogo, tempo, vista, udito…); Yves mette puntigliosamente in atto una scrittura di costante lucidità, ma che molto deve all’oralità cui l’autore si è accostato soprattutto durante i suoi ripetuti soggiorni nel nord del Mali nel villaggio di Koyo presso la comunità dei Toro Nomu e alla concezione animista di quel popolo, ma anche ai suoi appassionati studi delle culture e letterature creole. Si comprende così agevolmente perché l’opera sia scandita in cinque “atti”, tre dei quali sono legati a un luogo determinato e a un anno preciso: l’atto primo, intitolato “Cavallo-Prua” è legato al Battistero di Poitiers e all’autunno del 2015, il secondo (“Cantiere”) è legato alla Sicilia e al dicembre 2015; il terzo si chiama “Slanci”, il quarto “Sobbalzi” (Sicilia, primavera 2016), l’ultimo “Carena”: Poitiers è il luogo della battaglia in cui, secondo la storiografia tradizionale, Carlo Martello fermò l’avanzata musulmana in Europa e che oggi viene considerata dai più accesi nazionalisti francesi simbolo della resistenza a quella che si ritiene la “invasione islamica” in Occidente e nel Battistero Yves mise in scena due anni addietro questa prima parte di Carène; la Sicilia (e in particolare le città di Catania e di Aidone) è il luogo in cui Yves ritorna spesso per incontrare i migranti che approdano nell’isola, mentre le date, recentissime, dicono l’immediatezza e l’urgenza del poema drammatico che vive, quindi, sul discrimine (difficilissimo perché insidiato dal pericolo della retorica) tra cronaca e parola poetica, là dove la “cronaca” è percepita, però, come un accadere cui l’etica della scrittura non può e non vuole sottrarsi – si sappia, infatti, che tutta l’arte di Yves Bergeret risponde, per convinzione personale e anche sulla scia dell’insegnamento in primis di René Char, a un imperativo etico e politico, alla consapevolezza del fatto che la parola poetica e letteraria più in generale e che ogni fatto artistico non può ignorare e non è indifferente alla sofferenza umana né alla violenza perpetrata contro gli esseri umani.

[…]

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