Quella scrittura laica e libertaria


(Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani)

Domenico Sabino

[La sofferta esistenza di Amelia Rosselli, figlia dell’antifascista Carlo, orfana a 7 anni per mano fascista, poetessa sensibile, morta suicida a 66 anni. A distanza di vent’anni, torniamo a parlare di questa poetessa.]

Quella scrittura laica e libertaria

Sono un’esperta di questi viaggi.
Anne Sexton

Pier Paolo Pasolini è stato il primo, in una nota a ventiquattro poesie pubblicate sul “Menabò” nel 1963, a porre in risalto la straordinaria lingua poetica di Amelia Rosselli (1930/1996), interpretata sulla base del lapsus freudiano, inteso solo come errore linguistico, non come manifestazione dell’inconscio. “Uno dei casi più clamorosi del connettivo linguistico di Amelia Rosselli – principia Pasolini – è il lapsus. Ora finto, ora vero: ma quando è finto, probabilmente lo è nel senso che, formatosi spontaneamente, viene subito accettato, adottato, fissato dall’autrice sotto la specie estetica di una «invenzione che si fa da sé». […] Tuttavia, io direi che più che di specie culturale (e lo sono) i lapsus della Rosselli, sono di specie deologica”.
Quella della Rosselli è una metalingua totalmente sganciata dagli automatismi, con una sensazione di dedizione al proprio vissuto culturale. Una scrittura libera e libertaria quella di Amelia Rosselli nata a Parigi il 28 marzo del 1930 e morta suicida l’11 febbraio del 1996. Suicidio avvenuto esattamente trentatré anni dopo quello di un’autrice da lei tanto studiata, tradotta con passione e considerata la più grande poetessa anglo-americana: Sylvia Plath (1932/1963).

Schizofrenia paranoide e depressione
Amelia nasce a Parigi dall’inglese Marion Cave e dal militante antifascista Carlo Rosselli, ucciso col fratello Nello in Francia nel 1937 dai cagoulards su ordine di Mussolini e Ciano. Un episodio tragico che segna tragicamente la vita e l’opera dal punto di vista psicologico ed esistenziale di Amelia. Nel suo stile ravvisiamo quella traccia di dramma collettivo e “i temi della Nevrosi e del Mistero” come scrive Pasolini. Ciò si evince da tali versi: “[…] O vita breve tu ti sei sdraiata presso di me che/ero ragazzina e ti sei posta ad ascoltare su/la mia spalla, e non chiami per le rime […]”.
Difatti, la Rosselli soffre di schizofrenia paranoide e depressione, sin dalla giovane età è tormentata da ossessioni persecutorie – crede di essere seguita dai servizi segreti che hanno lo scopo di ucciderla – e da dispercezioni visive e acustiche, dapprima sporadiche, poi a partire dalla metà degli anni Sessanta diventano ricorrenti e minacciose, fino a dominare completamente il suo quotidiano.
Nel 1969 le viene diagnosticato il morbo di Parkinson. L’esistenza di Amelia Rosselli è fatta di spaesamento, sradicamento, fughe, lutti, ciò per far intendere che scrivere e vivere sono una cosa profonda, e spesso coincidono se segnati da una tragedia. “L’immaginazione torturata si tormentava/gli idilli nascevano e si tramutavano in fantascientifico dubbio o nausea/e l’amore era un gioco di scacchi. Il fantasma che regnava nella casa vuota/il fiero dedicarsi ai combattimenti tutto prendeva una piega imprevista/se il dolor di capo ricominciava”.
Incessantemente alla ricerca di un’appartenenza culturale e identitaria mai acquisita vivrà fra Inghilterra, Stati Uniti, Parigi, Londra, Firenze cui approdò nella primavera del 1948 per trasferirsi definitivamente pochi mesi dopo a Roma nei primi anni 50. Sono gli anni in cui frequenta gli ambienti letterari; conosce, tra gli altri, Rocco Scotellaro, Carlo Levi, Roman Vlad, Luigi Dallapiccola. Amelia conosce Pasolini attraverso il film Accattone, folgorata dalla perfetta sincronizzazione della musica di Johann Sebastian Bach con le immagini.

Una lingua del bio, del privato, labirintica
Tra gli anni 40 e 50 si dedica allo studio del violino, del pianoforte, della composizione, dell’etnomusicologia che unitamente alla scrittura che la accompagnerà per tutta la vita, resero unica la sua poesia. Studia e commenta Dino Campana, Sandro Penna, Boris Pasternak, James Joyce, Emily Dickinson, Ingeborg Bachmann e si dedica a studi letterari e filosofici. Il nomadismo renderà unica la scrittura poetica e apolide che commistiona tre lingue madri: il francese, l’inglese e l’italiano. Il suo trilinguismo irrompe con una scrittura in cui le norme di una lingua combattono con quelle delle altre due, fino a creare una quarta lingua anomala e sovversiva.
Una poetessa e artista poliedrica che ha usato nella sua produzione letteraria un idioma tripharium. Le interferenze linguistiche, le parole ibride, i calchi sintattici, appartengono alla lingua della Rosselli che è una lingua del buio, del privato, labirintica e priva di codici. L’alterazione del linguaggio, reinventato, contaminato da sgrammaticature, sregolatezze e fusioni di parole lo ritroviamo in Variazioni belliche, opera poetica del 1964: “Se nella notte sorgeva un dubbio su dell’essenza del mio/cristianesimo, esso svaniva con la lacrima della canzonetta/del bar vicino. Se dalla notte sorgeva il dubbio dello/etmisfero cangiante e sproporzionato, allora richiedevo/aiuto”. Nonostante i problemi di salute collabora con varie riviste, tra cui «Botteghe oscure», «Civiltà delle macchine», «Nuovi Argomenti». Nel 1969 pubblica Serie ospedaliera, scritta durante una degenza in un ospedale psichiatrico. È l’opera in cui la poesia di Rosselli raggiunge il climax della propria straordinaria tensione formale. L’autrice riporta sulla pagina uno spazio di radicale alterità linguistica ed esistenziale. L’intera opera poetica – da Documento (1966-1973), a Primi scritti 1952-1963, da Impromptu a La libellula, fino a Sleep. Poesie in inglese. – è pervasa da un’instabilità psichica, accentuata dalla triplice identità culturale e linguistica scissa da sempre nell’anima e nel corpo.
Compie un’operazione di liberazione del linguaggio, attua un modus autentico di descrivere la propria alterità, di parlare di persecuzioni, di denunciare un’esclusione sociale espressa anche attraverso l’eliminazione dalla comunicazione. “I fiori vengono in dono e poi si dilatano/una sorveglianza acuta li silenzia/non stancarsi mai dei doni. […] Mi truccai a prete della poesia/ma ero morta alla vita. […]”. Versi esemplificativi carichi di solitudine, silenzio, morte e logicamente autobiografici.
Pier Vincenzo Mengaldo così definisce la lingua della Rosselli: “Un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un’attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale”. Infatti, vista la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, si può sostenere che quello della Rosselli sia stato un suicidio gradualmente preannunciato nei suoi versi. “I miei occhi che non s’aprono, dal/sonno o dalla tortura, ed invece eccoti/ qua, a scegliere un’altra via: la medicina/per non addormentarti. […] Con la malattia in bocca spavento […]”. Il mondo è una ferita lacerante, un errore, un nonsense. Un lento distaccarsi dal mondo che tanto l’aveva fatta soffrire e appassionare: “Il mondo è sottile e piano:/pochi elefanti vi girano, ottusi”.

Profondo interesse per Silvia Plath
La forza dirompente della poesia, il lavoro impervio sulla lingua di Rosselli sconvolge modelli e forme della tradizione, realizza uno splendido rebus innovatore ed eretico. Ciò la porta a elaborare una profanazione del logos, una lingua dove l’interdetto, lo shock e il limite sono il punto di partenza della scrittura, lo spazio nel quale il lemma significa, ha il suo terrificante peso di verità. Le ferite psichiche e i riferimenti alla propria esperienza esistenziale di cui è carica la poesia rosselliana rivela evidenti forti analogie tematiche e stilistiche con la scrittura di Sylvia Plath. Il profondo interesse della Rosselli per la Plath emerge dal suo incessante impegno di studiosa e traduttrice, confluito con la pubblicazione nel 1985 del volume Le Muse inquietanti e altre poesie, che sottolinea le affinità tra le due scrittrici. Un esempio di ‘identificazione proiettiva’, per dirla in chiave psicanalitica.
A sottolineare tale ‘identificazione proiettiva’ compariamo due frammenti poetici delle poetesse.
Sylvia Plath: “[…] Morire/è un’arte, come ogni altra cosa./Io lo faccio in modo magistrale, lo faccio che fa un effetto da impazzire/lo faccio che fa un effetto vero. Potreste dire che ho la vocazione. […]”. “La donna ora è perfetta/Il suo corpo/morto ha il sorriso della compiutezza,/l’illusione di una necessità greca. […] Siamo arrivati fin qui, è finita. […]”.
Amelia Rosselli: “La vita è un largo esperimento per alcuni, troppo/vuota la terra il buco nelle sue ginocchia/trafiggere lance e persuasi aneddoti, ti semino/mondo che cingi le braccia per l’alloro. […]”. “E morire per te è vano: ma più vano ancora/questo dissimulare una parvenza di vitalità/quando mi scacciasti dal borgo, i tuoi occhi/affratellati. […]”. “Contiamo infiniti cadaveri. Siamo l’ultima specie umana./Siamo il cadavere che flotta putrefatto su della sua passione! […]”.
In entrambi i casi la scrittura scaturisce da una necessità di cicatrizzare un dolore originario, terribile e profondo. Sensibilità acute i cui versi toccano al contempo vertici e abissi di estremo sentimento umano e ne rimangono per la vita e per la morte incantate. Sono versi che lacerano la psiche e le carni. Il mal di vivere, il desiderio di morte, vacilla e si trasferisce, come in una trama; si propaga ed echeggia per sempre. Amelia (come la Plath) non può vivere senza scrittura come non può vivere senza riconoscere la violenza inquietante che la pervade e senza misurarsi con essa; solo un’intelligenza critica, cosciente malgrado ciò, mai paga di sé come la sua, si appassiona a districare nodi nevralgici tra i più difficili e delicati che i fili della mente umana possano costruire. L’Io nei versi rosselliani è emarginato per opera della società repressiva, tuttavia intraprende continui tentativi di attraversamento di questo limite ricercando una relazione con l’altro, individuo o collettività che sia. La sua è una scrittura in cui sperimentare con la vita si permane imprigionati.
L’opera di Amelia Rosselli è l’angelo e il demone di se stessa. A vent’anni dalla morte – la data del suicidio segna un legame profondo con quella di  Sylvia Plath – i sui versi luminosi e di singolare potenza si collocano nella costellazione tumultuosa del Novecento, segno peculiare nel panorama letterario italiano e non solo. Una voce/lingua visionaria essenziale anche se in perenne contraddizione come ogni utopia che si rispetti: “Cercatemi fuoriuscite”.
Uno scherno sconfinato alla vita che come un suono sordo squarcia e fa pulsare l’oscuro, mediocre, monotono, meccanico quotidiano di condannati a vivere.

 

Breve bibliografia di Amelia Rosselli

Opere e scritti
Variazioni belliche, Garzanti, Milano 1964
Serie ospedaliera (1963-1965), Il Saggiatore, Milano 1969
Documento (1966-1973), Garzanti, Milano 1976
Primi scritti (1952-1963), Guanda, Milano 1980
Impromptu, San Marco dei Giustiniani, Genova 1981
Appunti sparsi e persi (1966-1977), Aelia Laelia, Reggio Emilia 1983
La libellula, SE, Milano 1985
Sonno-Sleep (1953-1966), Rossi e Spera, Roma 1989
Diario ottuso (1954-1968), IBN, Roma 1990
Sleep. Poesie in inglese, Garzanti, Milano 1992
Le poesie, Garzanti, Milano 1997
Una scrittura plurale. Saggi e interventi critici, (a cura di Francesca Caputo), Interlinea, Novara 2004
Lettere a Pasolini 1962-1969, (a cura di Stefano Giovannuzzi), San Marco dei Giustiniani, Genova 2008
L’opera poetica, (a cura di Stefano Giovannuzzi), Mondadori, Milano 2012
October Elizabethans, San Marco dei Giustiniani, Genova 2015

Traduzioni
Sylvia Plath, Le muse inquietanti, Mondadori, Milano 1985
Emily Dickinson, Tutte le poesie, Mondadori, Milano 1997

Tratto da:
A – Rivista Anarchica
anno 47, numero 418, estate 2017

 

***

 

Marc de’ Pasquali

“La straniera”

Un anno per l’elaborazione del lutto di uno dei massimi poeti del Novecento italiano, purtroppo pochissimo conosciuta, trascurata, dimenticata, che solo nella morte famelicamente sbanca invendute edizioni Garzanti tipo Documento 1966-1973 nello spazio di una settimana.
Amelia Rosselli è nata a Parigi il 28 marzo 1930, esule figlia di Carlo fondatore della brigata Giustizia e Libertà (a cui aderì anche Lalla Romano) accoltellato dai fascisti con il fratello Nello. Sua madre, inglese, la portò all’obitorio a vedere i cadaveri del padre e dello zio sventrati. Aveva sette anni. Coi due fratelli fugge in America passando per l’Inghilterra. A tredici anni le muore la madre. Torna in Italia nel ’46, viene aiutata da Carlo Levi. Con il cugino Aldo (oltre all’iniziale del nome composto da un suono emesso dal petto), condivide traumi scrittura povertà, e dal ’92 il miserando sussidio della legge Bacchelli.
La Rosselli si distingueva innanzi tutto per generosità e disponibilità cavalleresca. Esile e stanca, trovava comunque l’energia di presentare poeti nuovi, di partecipare a letture senza compensi e rimborsi, seppur in apnea, a disagio, nervina, dolcemente mai appariscente o indifferente, al contrario delle teatrali furberie e follie quasi arroganti all’Alda Merini, per esempio.
Pier Paolo Pasolini la conobbe al Gruppo ’63 (e l’ll febbraio di quell’anno Sylvia Plath si suicidava, e in quello stesso giorno, in quello stesso mese, la sua traduttrice Amelia Rosselli, inseguendola, la segue nel 1996). Ammirato la presentò a Vittorini che la fece lavorare a Il Menabò, dopo la pubblicazione dell’opera prima Variazioni belliche. Seguono Diario ottuso, Serie ospedaliera (1963-1965), la collaborazione a Il Verri che già fu nel destino di un’altra suicida trascurata: Antonia Pozzi.
Per la Rosselli la scrittura, quanto la musica, è ereditaria; nel suo caso scrivevano la nonna paterna, lo zio, il padre che stese dei saggi di economia per Einaudi. «Con la malattia in bocca» e la potenza di un dio composito, lei leggeva «deciso e conciso» tanti blu blu «verde saliva», tante poesie senza titolo frammiste ai misteriosi gialli di Van Gogh. Suoni dodecafonici dall’accento strano, mezzo straniero, dalle erre accavallanti come i suoi denti… Sognava di diventare un’organista, aveva studiato da direttore d’orchestra, disegnava cerchi e triangoli, forme geometriche colorate, su lucidi, o segni astratti e vivaci, su carta. Ha viaggiato soprattutto all’Est, prima della caduta del muro di Berlino. Apprezzava Antonio Porta che tradusse il suo Sleep. L’hanno codificata ermetica, alla Montale. Le similitudini servono a rassicurare o acquietare pigrizie, nel caso della Rosselli è però irritante. Lei era coltissima, sagace, speciale, prodiga nell’atto coraggioso dello scrivere, introvabile in altri poeti, anche tra i grandi. Come già per la Cvetaeva, anche per lei la parola era suono, e i suoi versi erano concepiti con ritmo senza metrica, una prosodia di dolce e aspra interrogazione in un soffiare idiomatico, nervetto, esclamativo, che controllava con la sua voce (che porteremo sempre in cuore), rigo dopo rigo nella spavalderia del suo trilinguismo (componeva sia in inglese che in francese che in italiano). Una «testa purtroppo troppo chiara», correlata da occhiali ovaloidi o squadrati, da uno sguardo allarmato, che scuoteva insieme a delle manone artritiche, alle due rughe verticali tra le sopraciglia.
Trasparente è una sua foto divenuta copertina in un’edizione SE che contiene il poema La libellula, un tragico girotondo dal sottotitolo Panegirico della libertà (1958). Esiste anche un documentario (che Raitre trasmise in aprile alle due di notte, con molto seguito suppongo). «La mia stralunata morte» vibra «in celle di torture in tutto il mondo»… Lei stando sempre chiusa e isolata, sentiva tutto. E allora, se proprio, l’ossessione della classificazione me la fa avvicendare in qualche paradiso perduto all’oracolare Emily Dickinson.
Libertaria discreta, buffa, simpatica, piena di humour e self control nelle sue rare uscite mondane, nel suo autoricoverarsi in clinica, pativa la malattia degli sbalzi umorali, delle crisi d’ansia, delle depressioni che la facevano ricorrere a cure mediche, depauperandosi e smorzandosi con psicofarmaci (che l’addormentavano anche alle cene), abituandosi ad esistere tra una crisi e l’altra, tra sofferenze isolate e dinamismo vitale. «Essere come voi non è così facile; sembra ma non lo è sembra» (da Appunti Spari e Persi). Poi furono più forti i ricordi, i dolori, le voci persecutorie, le visioni e le alterazioni, l’iterata sensazione di sentirsi ostaggio dei servizi segreti della Cia. E i suoi ultimi dodici anni si riempirono sempre più di silenzi e tormenti, di tentati suicidi, di richieste di aiuto, pure di notte, non solo al ristretto giro di amici (che per lei facevano anche la colletta per il kerosene). Il freddo dei poeti.
«La violenza fa male perché è benevola». E un giorno d’un febbraio bisestile, le urla mentali, l’acre buio delle minuzie ciondolanti, via tutto – davvero, pure la forza di gravità all’ora in cui sempre meno usciva per prendersi un tè e una fetta di torta… Stava per buttarsi dal ballatoio della sua mansardina tapezzata di libri dietro piazza Navona; una vicina, vedendola, la prega di non farlo. Allora lei – gentile, si trasferisce in cucina, accosta una sedia. E dalla finestra del regno dei mestieri, senza dover sentire le sirene dei pompieri o dover badare a scomposizioni in fieri, scende «tra le grandi vie» del quinto piano accompagnata dalle foglie d’un albero lontano.
«Il mondo è sottile e piano: pochi elefanti vi girano, ottusi».

Tratto da:
A – Rivista Anarchica
anno 27, numero 233, febbraio 1997

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18 pensieri su “Quella scrittura laica e libertaria”

  1. D’accordo sul padre antifascista, ma alla luce di ciò che accade oggi cosa vuol dire,quale reazione avrebbe avuto il padre di Amelia Rosselli
    a tale vista sempre che ci sia qualcosa da vedere,Amelia é sola e tormentata a volte essere bilingue aiuta non in tutto però.Non mi importa del padre antifascista o nazista come non sarebbe importato a lei.
    Amelia Rosselli é un Poeta tanto basta e potrei dire… altrimenti si creano fazioni,ma oggi non si trova niente se non dietro compenso

  2. Egilla, si tratta di una sua convinzione (Non mi importa del padre antifascista o nazista) e di una sua pura illazione (come non sarebbe importato a lei.). Nel primo caso, sono affari suoi, ognuno vede il mondo come gli pare e piace; nel secondo, si tratta di un’affermazione priva di senso, perché lei non ha nessuna prova per dimostrare quello che sta dicendo – infatti è frutto della sua fantasia.

    g.

    1. Io non offendo nessuno, per principio. Uno che non legge, o che leggiucchia, non è un idiota. Succede anche a me, e non mi sento affatto idiota. Solo che, in quel caso, evito di commentare, perché finirei, nel migliore dei casi, per dire sciocchezze, o per fare affermazioni che non c’entrano niente con il contenuto e le tesi del testo in questione.

      Mi stia bene.

      g.

      1. La sofferta esistenza di.. figlia di… la Poesia é al di sopra di questo,se per lei é una scocchezza, questa informazione l’avrei inserita dopo. Non amo la polemica e lei ancora insiste col darmi sottilmente e neanche tanto dell’idiota. Buone vacanze

  3. Te la sei cercata, Almerighi, io ti avevo avvertito. Verranno a prenderti al crepuscolo per portarti da queste parti:

    E come se non bastasse, ti do anche due bruttissime notizie:
    1) oggi hanno fatto salire anche la Rosselli sull’arca;
    2) sono scomparsi tutti i manuali e i bignami di filosofia dalle librerie.

    (In compenso il viagra scorre a fiumi: anche i graduati e i sotto-ufficiali sono estasiati).

    g.

    1. associandola (la Rosselli) per il pessimo gusto di farsi notare ad un’autrice arcaz..che ha perso l’indirizzo della poesia…

      (scusate l’intromissione, cercavo l’articolo del decennale. Saluti a voi e buonissima estate a tutti tutti)

  4. Egill, mi spiega come fa un essere umano che a dieci anni vede il corpo sventrato di suo padre e di suo zio a non chiedersi “perché” e a non portarsi appresso quella domanda per tutta la vita, a non riviverla e a riproporsela in ogni atto, scrittura compresa?

    Lei è convinta che la poesia sia al di sopra di “tutto questo”, se no “si generano fazioni”? Bene, è un’idea sua, nessuno gliela porta via, se la tenga. Ma pensi anche che, per qualcun altro, la poesia non ha niente di “metafisico” e non nasce da nessuna ispirazione divina, ma è storia, affonda le radici nella storia individuale e collettiva, è uno sguardo mai pacificato che si fa strumento di lettura del mondo e delle sue contraddizioni. Scrivere è sempre un atto politico (non partitico), è uno schierasi, dire da che parte si sta: sempre. Le assicuro che la Rosselli, come tutti i veri poeti, era ben cosciente di questo, e la sua scrittura nasce proprio per sgretolare certezze e finzioni (anche linguistiche) non certo per “consolare”.

    Buona vacanze anche a lei.

    g.

    1. Quando ho scritto che la poesia é qualcosa di metafisico? che esula dall’esperienza?
      Lei sa per caso sa cosa ho visto io,no e ovviamente non penso proprio sia il caso Lei da un sacco di cose per scontate lo sa? So bene chi é la Rosselli e lo so da me senza altri filtri,non leggo mai le prefazioni,le intoduzioni & affini bell’articolo il suo,certo ma tanto per tornare al punto,ho criticato solo la sequenza,perchè l’attenzione si sposta subito sulla politica non mi dica di no la prego ma,se vuole,faccia pure io credo di aver chiarito
      Mi sfugge il commento della Greco ma forse vista l’ora tarda,potrebbe non essere un male

    2. Concordo in pieno col suo pensiero e, lungi da me tentativi di polemica che, si sa, non servono mai a niente, trovo estremamente violenta quell’affermazione che alla Rosselli non sarebbe importato niente di suo padre ammazzato, visto anche in obitorio. Mai pensato che il nucleo principale della schizofrenia della Rosselli avesse del persecutorio proprio in virtù di quella esperienza traumatica?
      Ogni poeta ha la sua storia, la sua epoca, che canta o controcanta. Credendo ovvia la mia ultima affermazione, forse alla Sig.ra Kartine ha dato fastidio l’uso della parola “antifascista”, ravvedendo in essa un tentativo di politicizzare la poetica della Rosselli, cosa che d’altronde è stata lei per prima a fare.
      L’importante per me è che si rispetti un padre ammazzato e il dolore di una figlia.

      1. Sono stata io a ravvedere come chiunque altro,ma non é questo ho scritto in alto che a sette anni vedi tuo padre sventrato punto!
        Una bambina nulla sa della qualifica degli assassini di suo padre ne della qualifica del proprio padre
        Quando ho scritto che alla Rosselli non sarebbe importato nulla di suo padre ammazzato…qualcuno quì non legge,poi cosa significa antifascista,non portatore del fascio littorio?Questo é l’impero romano e c’é anche oggi muta solo di aspetto la sopraffazione resta.non é astorico
        si deve ricordare il passato remoto per valutare il passato prossimo come il 20ennio e l’attualità

  5. … la poesia non ha niente di “metafisico” e non nasce da nessuna ispirazione divina, ma è storia, affonda le radici nella storia individuale e collettiva, è uno sguardo mai pacificato che si fa strumento di lettura del mondo e delle sue contraddizioni. Scrivere è sempre un atto politico (non partitico), è uno schierasi, dire da che parte si sta: sempre. Le assicuro che la Rosselli, come tutti i veri poeti, era ben cosciente di questo, e la sua scrittura nasce proprio per sgretolare certezze e finzioni (anche linguistiche) non certo per “consolare”…

    Mi permetto di dire che concordo in pieno con gemrebstein; penso sia proprio un concetto “metafisico” e “astorico” di poesia a danneggiare e togliere forza espressiva alla poesia stessa; credo anche che proporre la figura e la scrittura di Amelia Rosselli come è stato fatto sulla “Dimora” ricordi a tutti noi la valenza innovatrice, sprovincializzante e antifascista della sua vita e della sua opera; ma so che per alcuni sono “categorie” queste che tolgono valore e “aura” alla poesia – ma ci siamo accorti di che cosa è accaduto e continua ad accadere intorno a noi?

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