Una buona azione

[I santi, come tutti i devoti e i beoti credono (a maggior ragione ne sono convinti i devoti beoti ), sarebbero animati da una naturale propensione al bene che li spinge costantemente alla ricerca del caso disperato, della sciagura in atto o incombente sui quali esercitare la virtù taumaturgica e salvifica della loro presenza in loco al momento giusto: dei veri professionisti della tragedia.
Praticamente, la loro esistenza, per dispiegarsi secondo canone e dottrina, ha bisogno che il male si compia e si dia in tutte le sue forme e sfumature – se no, a che pro la
necessità della loro intercessione, la sostenibilità della loro invenzione che si tramanda, immutata nemesi di libertà e coscienza, di generazione in generazione?
Se le cose stanno così, non somigliano queste figure all’interminabile pletora di
pœti civili e democratici che aspettano la tragedia, quasi la invocano, per fare sfoggio, attraverso le loro innate virtù verseggiatorie, del tanto di amore e bontà di cui il loro animo è ricolmo e trabocca?
Ma, per nostra fortuna, ci sono santi e santi (così come ci sono poeti e
pœti) e noi ci siamo scelti proprio quello giusto, l’unico, uno che il bene non lo fa per vocazione o per mestiere, ma se ne macchia nel modo più (in)naturale possibile: involontariamente.]

Una buona azione

(Dalla Biografia in versi del poeta sacro Mario Lo Tasso,
a cura di Dinamo Seligneri, coadiuvato da Matteo Lo Tasso,
(in)degno figlio di cotanto padre.)

     Pochi lo sanno (ed è per questo che lo scriviamo) ma nel 1974 Mario Lo Tasso si macchiò quasi involontariamente di una buona azione che ebbe non poche ripercussioni sulla sua vita di artista e su quella di altre persone anche non artistiche che però fino ad allora avevano mostrato un incrollabile attaccamento alle cose della vita e un sensibile orecchio per le sue sottili e alle volte perniciose vibrazioni.
     Professore di educazione tecnica di stanza a Campobasso Mario notò che in classe l’alunna Monica di solito giuliva e di tempra spensierata aveva il cuore gonfio e ispessito dal dolore. Il suo rendimento scolastico decresceva a vista d’occhio, le risate che come marosi si infrangevano sulle povere facce dei muri della classe avevano cessato ormai d’essere in tempesta e  per piantarla qua co’ sta manfrina anche alla mensa la ragazzina mangiava solo uno sputo di minestra e ‘na mezza mela di quelle tristi, gialle, che sembrano essere state colte dall’albero dell’ospedale.

     All’inizio, essendo egli poeta per quanto sconosciuto la cui fama era molto di là da venire, aveva ancora un sistema di pensare terroso, un po’ terra terra, e pensò come tutti che la fanciulletta avesse mosso i primi passi sull’irto e spinoso sentiero dei giovani amori. Ah, Monica, e tu sei innamorata, ettu non vuoi più studiare, ettu non vuoi più mangiare, ettu pensi sempre allo sposino… quante pagnotte di cattivo amore dovrai ancora masticare carina mia prima di diventare donna ecc ecc ecc su questo noioso crinale (quanto sono noiosi i poeti prima di diventare famosi!).
     In questa maniera Mario cercava di tirar su la povera fanciulla la quale senza saper né leggere né scrivere si era bella messa lo scotch sulla bocca e non voleva parlare più,  rispondeva con lontani sorrisi e uno sguardo trasognato più ebete che affascinante.
     Vennero i colloqui quelli che mò li chiamano incontri scuola-famiglia. Purtroppo i professori di educazione tecnica, anche se poeti famosi (nel postumo certo) non sono molto cacati dai genitori per i quali questa materia non conta tantissimo, e poi i professori di educazione tecnica prima non c’avevano la laura mò non lo so. Lo Tasso aveva un registro pieno di quattro, specialmente a Monica gliene aveva schiaffati ‘na marea, anche se a matita perché non voleva mai bocciare nessuno, però pure la mamma co’ na figlia tanto asina e smemoriata dall’amore si poteva fa vedè na volta tanto.
     Non finì di pensare questa cattiveria che eccoti pararsi annanzi al nostro poeta sacro proprio la madre di Monica che ancora più abbattuta e frastagliata della figlia, col giallo attorno agli occhi,  stava là ad aspettare n’altra sentenza nera sul rendimento della propria figliola che parava ormai a tutti i maestri studentessa dappoco.

     Macché amori, professò, ma qua’ amori… che amori c’ha questa? è na bambina gioca ancora colle bambole. Il problema è un altro, povera creatura, l’amore purtroppo non c’entra. Magariiiii… magariii era l’amore…
     Eh cosa, signora, cosa succede… se non sono indiscreto…
     Il problema professore è mio marito, il padre di Monica. Lei saprà sicuramente che io sono sposata col pittore poeta Pietro Botti…
     Veramente…non  (figuratevi, Lo Tasso non sapeva mai niente, stava sempre a cascare dalle nuvole in tutte le materie).
     E allora ve l’ho detto io ma lei pure… è una grave mancanza.
Mi scusi è che non ho avuto tempo…
     Fa niente fa niente. Il fatto è che da qualche mese a questa parte mio marito di solito buono calmo e tutto, è diventato un diavolo… artisticamente parlando dico. E’ che mò s’è messo a dipingere altre cose rispetto a prima,  ha cambiato genere… prima faceva gli innamorati che si baciavano, i fiori nei vasi del tavolo della sala, la frutta secca, qualche lampione per strada, un baretto, una signorina sulla moterella…. rare volte ma proprio rare rare un pirata o un finto invalido. La sua musa poi, modestia a parte, si dice musa?, ero io ritratta in tante strane pose che mi diceva lui. Marì mittiti cuscì… marì mittit’i colà… Marì pija la scopa, Marì mett’ti la pellicciott’. Mò invece da quando s’è cambiato di cervello dipinge solo uomini davanti alle scogliere… che poi che scogliere ci stanno qua tutt’al più caccosa giù alle Tremiti ma poca robba… e poi soprattutto la mia spina… la mia nota dolente, e la bambina lo vede, lo vede!, è che dipinge gente che si suicida. Impiccati, avvelenati, deragliati sotto al treno… dissanguati dentro la vasca da bagno, uomini colla pietra al collo e colpi di pistola sù’ncoccia (ovvero, in buon italiano, in testa, ndr). Anche a livello poetico, negli ultimi tempi, sta con un altro stile, s’è dato a una scuola più crepuscolare, cavernosa… è foscoliano ormai…. Insomma, professò, noi a casa c’abbiamo paura che questo ci si ammazza… capito? so’ tre mesi che dipinge la gente che s’accide… l’arte non è come i sogni e i sogni non so’ desideri? Eppoi comunque sia sta cosa dei suicidi come la metti la metti na bella cosa non è dai. Noi c’abbiamo il terrore… io c’ho il terrore che mò torno a casa e lo trovo che pende dal soffitto. A quello gli s’è cambiata la coccia… e la bambina l’ha capito e s’è stranita pure lei. Da qui i problemi a scuola e tutto il resto.

     Cara signora, si peritò subito di dire il Lo Tasso con voce impostata e grave, io nel mio piccolo pratico la sacra arte di incoccar rime… e le posso garantire che suo marito i cui lavori io non conosco ma sono sicuro siano pieni di grazia e toni melodiosi e poesia… i suoi lavori stanno attraversando una fase diversa, nuova, benefica ma lei mi deve credere si tratta solo di arte, che non è mai lo specchio di quello che proviamo ma semmai di quello che fingiamo di provare, di quello che simuliamo d’avere e d’essere, di come ci inventiamo… per arrivare al fondo, al termine di noi stessi… o di chi sa che altro. Quindi, calma e sangue freddo, stiamo davanti a un artista, un poeta, lasci perdere questi brutti pensieri.
     Qui Lo Tasso si sentì florido di contenuti e poté terminare dicendo che tra vita e arte (e lui lo sapeva perché era professore di disegno tecnico) c’èra un compasso in mezzo che le divaricava come voluttuose gambe di donna… La signora trasalì dal piacere immaginifico e gli si aprì tanto d’occhi come un uccelletto in amore. Con ciò non si intenda per male. La signora Botti era contenta, aveva capito che il marito dipingeva suicidi non per lui o per strane manie ma per lavoro… come il Lo Tasso che il giorno davanti ai suoi studenti non disegnava una retta sulla lavagna perché lui si sentiva retto o perché desiderava esserlo, ma proprio no, la disegnava per imparare ai ragazzi la retta e così la curva e il cerchio e gli archi e le torri merleggianti… e allora che doveva dire di lui, che era un merlo? che voleva essere un merlo? o una squadratura di foglio? o due linee parallele che non si toccano mai?… che fa allora, Lo Tasso voleva diventare due persone distinte e parallele che non si incontrano mai? Ma chi, Mario? Lo Tasso? Ma quann’ mai…

     La donna si sentiva felicissima. E lo era anche Monica che attaccata al bracciolo della mamma aveva assistito a tutto il discorso col fiato sospeso.
     Lo Tasso con grande soddisfazione fece un largo sorriso alla ragazzina e le passò un buffetto sulla guancia.
     Le donne tornarono a casa contente e rincuorate. Finalmente la poesia sacra, seppure in questo caso decantata oralemente, di Mario Lo Tasso aveva fatto una buona azione… alla faccia dei detrattori della poesia utile agli uomini e al mondo intero!

     Non serve dire al perspicace lettore che in capo a due mesi il povero pittore poeta Pietro Botti posò la macchina su una piazzola di sosta dell’autostrada e si tuffò di sotto dal ponte più alto del centro Italia.

Annunci

3 pensieri su “Una buona azione”

  1. Pecché non la facete anche voi una bona azione, che ve ne andate in vaccanza, come tutti li buoni cristiani, e la smettete una buona volta di sfruculiare la mazzarella de li santi e rovistare nelle altrui vite? Eh, pecché, pecché?

  2. Gentile Afrodisio, un artista come lei dovrebbe ben sapere, o almeno intuire, che la vaccanza spetta di diritto solo a quei blog seri che hanno faticato e consumato l’intero an(n)o a dispensar virtute e canoscenza, a riverir li amichi mettendo in bella mostra le loro mercantie. Quindi la sua, mi perdoni, è una domanda retro-rica, anche se ha il merito non da poco di essere coerente con l’argomento del post.

    Grazie allora per il suo prezioso intervento, è di lettori come lei che abbiamo sempre più bisogno. E, visto che c’è, mi tolga una curiosità se non sono indiscreto: ma lei, con un nome così, esercita o, semplicemente, si esercita?

    g.

  3. Santi del nostro tempo. Mario è tra questi, tra quei santi che la chiesa non riconosce. Che non può riconoscere.
    Grazie infine dell’opera di filologico recupero e della foto che ritrae nella maniera più icastica possibile il topos del racconto. E di una parabola umana. Oserei dire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...