Per il decennale di RebStein, 2

Flavio Almerighi

Caserma Angelucci

Caserma Angelucci, sorriso di pianura sbagliato, nessuna deriva di rima, solo sbadigli di un’umanità fortemente compromessa col Piano Solo: un po’ come all’Hotel Cascino, vetri rotti e prese d’aria ovunque dentro una città paragonabile a Ravenna, e noi a portare lo stesso basco di panno tutte le stagioni. Si può andare? Dove. Quanto mi piaceva tua sorella, le mani andavano a nozze sotto la gonna, resta un tiglio maestoso coperto di nostalgia insana con queste temperature percepite. Il corpo di guardia veniva traghettato ogni sera e rientrava ogni mattina, salvo decisioni dell’ultima ora da parte dei PPG. Bastò una volta sola per fortuna fu l’anno dopo poco prima del terremoto, era il periodo in cui i Led Zeppelin giocavano coi rasta e i rasta giocano ancora con quattro reduci sciancati.

Presupposto bolognese, simpatici figli di puttana sempre più antipatici, già da molto tempo hanno tagliato i materassi a nonni e genitori. Sarà che nel loro scannatoio fanno almeno cinque gradi in più, sarà per i cantautori fossili da osteria e per i poeti da centro benessere. L’unico dettagliante di dischi vorrebbe andarsene in pensione, cosa fa nel frattempo? La dice lunga, non parla, qualche affare capita ancora. Molte carte da collezione, i silenzi su tutti i delitti, pure i gelati così buoni sono roba rubata. Dopo i primi anni di crisi si son persi trentamila posti di lavoro e molti balordi di strada hanno lo stesso accento di Bologna la dotta, pace a costei e ai suoi figli di mignotta. In molte province del meridione non hanno mai avuto trentamila posti da perdere. La differenza è evidente.

If you need me, call me Rebstein. Capitasse, bastasse schioccare medio e pollice per produrre il tipico, prestigioso, colpetto padronale. Fosse anche prodigioso, la lampada di Aladino diventerebbe un optional. Sarà che oggi brucia un po’ ovunque, anche l’orgoglio, e si sente un gran puzzo di plastica.

 

*

 

scritto

non che vadano bene
un intreccio eccessivo
di sentimento e risentimento,
i colori siano troppo accesi
la musica sbiadita, autunnale
piena di malinconia
carente di abbracci,
oppure troppe rivendicazioni
annegate in fiumi di amicizie
da bar,
un rivedersi lento
dopo l’incendio del bosco
lasciato andare in mezzo
a nuovi incontri;
non trascurare mai il romanzetto
con una signorina
incontrata per caso in tribunale,
stessi ingredienti di un sogno,
le strade mai pronte
a fornire indicazioni.
Finirà che l’uxoricida
indicherà agli sbirri il luogo
dove ha occultato
il cadavere della moglie
dopo averle aperto la testa
come una noce,
è bastato un momento
per distruggere l’onestà intera
di tutta una vita,
mentre padre e figlio
riconciliati da un brutto male,
queste cose succedono
solo per pietà,
usciranno in macchina
verso una passeggiata
non si sa dove

 

club

strumentazione adeguata
ma pesante di carattere,
il cielo al tramonto,
i feriti tutti d’accordo
niente di meglio,
un canto di sirene
per ammazzare l’agonia
la convinzione, un’abbronzatura
se ne va con poche docce
è la ritualità del destino,
mia figlia inventa
un uomo che l’ami
e mi lasci libero,
sarò una bicicletta prestata
mai più restituita
in questo paese onnivoro
dall’aria piena di canzoni
dove le catene vanno giù
non qui, sarà un altro club
nuovi riferimenti, forme e tracce,
stesse innate meraviglie
che dicono tutto in poco spazio
finché la musica tace

 

balliamo un surf senza futuro

la bocca automatica
ha mangiato il dime
non vuole risputarlo,
forse non per vendetta
decisero la riduzione
a due sole scuole di pensiero

c’era chi il metro
era novanta centimetri
chi uno e dieci, è giusto ci sia
un po’ di finta opposizione.

I parolai sparlarono,
le comari strepitarono,
fu una corsa interminabile,
anche adesso sotto le finestre,
tutti a rincalzare coperte,
cantare ninne nanne,
ungere culi,
in cerca di prove indubbie
sul vero metro,

valutare, svalutare:
una troia fu sollevata
in men che non si dica
dalla stalla alle stelle
venne fatta santa,

il lontano cugino Paolo,
ohimè è un po’ sordo,
comprò in ferramenta
un metro da cento
e, come monito,
fu appeso per i piedi
finì che ci trovammo tutti
come i sindacati,

pieni di burocrati e pensionati
balliamo un surf senza futuro

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2 pensieri su “Per il decennale di RebStein, 2”

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