Per il decennale di RebStein, 3

Angela Greco

 

per il decennale de
La dimora del tempo sospeso – RebStein

Dieci anni sono tanti, ma gli affanni non si sentono, ben celati dietro la home page, lì, tra tastiera e tempo sospeso nell’accezione più ampia possibile. Da blogger a blogger conosco bene quelle sottrazioni ad altro ed altri per l’ostinazione – e trascorso un certo numero di anni e consumati i primi entusiasmi, davvero si può parlare di testardaggine all’ennesima potenza – di divulgare quanto crediamo possa aggiungere valore ad un presente malato terminale d’egoismi e protagonismi, attaccato alla flebo della celebrazione dell’individualismo. Un presente, che bracca senza sosta la gratuità e la generosità, mordendo alla gola, mettendo all’angolo tutto un meccanismo virtuoso che potrebbe davvero farci riscoprire Persone.
I primi tempi in cui approdai alla lettura del mondo poetico on line, e parliamo di poco meno di un decennio fa, tra i nomi più accreditati che mi vennero indicati vi era anche questo RebStein, che io immaginavo come un anziano signore chiuso nel suo faro, seduto al suo grande tavolo stracolmo di libri e che, illuminato dalla lucina per me magica del computer, donava senza sosta il suo sapere a quelli come me. Nel tempo ricordo bene anche qualche disavventura occorsa al sito ed una raccolta di firme a cui partecipai con stima e poi una rinascita…Con gli anni la divulgazione telematica ha coinvolto anche me, ma soprattutto il Tempo mi ha insegnato a distinguere – azione da non sottovalutare mai – Persone e Luoghi…

 

*

 

Un tempo tra salmi e sera
edificava appartenenza comune.
La zolla rovesciata nuova di seme
conosceva l’attesa e la raccolta,
buona per oltrepassare l’inverno,
e si distinguevano colori e nuvole
in un gloria sempre a fior di labbra.

Vennero poi altri cieli a devastare il silenzio,
a confondere il giorno appena risuscitato,
ad occupare monocromatici quelle stesse mani
feroci a ribaltare terra su germogli verdechiaro
e sovrapposero alle farfalle voli dai tuoni scuri
nascondendo bestemmia e appiccando illusione
a quel che per grazia ricevuta non abbiamo creduto.

 

§

 

In altre occasioni siamo stati umani
(no, in questa no);
oggi abbiamo preso le distanze.
Non sappiamo più ritrovarci.

Dimmi: ha senso continuare il discorso?

Il risveglio ha ucciso le stelle e lo vedono tutti,
ma è in presenza del buio che si diventa capaci
di vedere quella luce minima di sopravvivenza.

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2 pensieri su “Per il decennale di RebStein, 3”

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