Per il decennale di RebStein, 5

Marco Ercolani

 

Viaggio d’inverno

[Taccuini trovati dal dottor Wilhelm Svetlin dopo la morte del musicista, dentro la cella del manicomio in cui Hugo Wolf era internato. I fogli, infilati nel materasso del giaciglio, sono databili agli anni 1895-96.]

Sole di chi non trova sonno – stella!

O sento la totale somiglianza fra i suoni della lingua e del canto, altrimenti taccio. La mia musica dipende dalla poesia che scelgo.

Al linguaggio manca qualcosa, è imperfetto, è scritto ma muto; allora compongo lieder per riparare a quel silenzio: pause, intermezzi, berceuses, le infilo nel ritmo dei versi, nella magia delle rime, nei nodi delle frasi.

Oggi mi afferrano note gravi, più basse dell’ultimo tono. Trascrivo un sonetto di Michelangelo che forse musicherò:

Chiunque nasce a morte arriva
nel fuggir del tempo; e ‘l sole
niuna cosa lascia viva.
Manca il dolce e quel che dole
e gl’ingegni e le parole;
e le nostre antiche parole
al sole ombre, al vento un fummo.
Come voi uomini fummo,
lieti e tristi, come siete;
e or siam, come vedete,
terra al sol, di vita priva.
Ogni cosa a morte arriva.
Già fur gli occhi nostri interi
con la luce in ogni speco;
or son voti, orrendi e neri,
e ciò porta il tempo seco.

Nodo scorsoio, la stanza.
Penso sempre ad altro.
Neve strade tenebre voci.
Vivere solo, nella terra. Comporre, da forsennato, lettere e lieder.
Rispondere a lettere, non avere né padre né madre.
Le crome scarabocchiate nella carta.

L’orizzonte: un arco di ferro.
Il ghiaccio copre la terra, gli animali hanno smesso di pascolare.
Da nove mesi solo questo freddo. Questo timbro glaciale.
Volti di viaggiatori e di vecchi fissano la lastra del fiume.
L’erba non si insinua nel ghiaccio.
I rami sono pezzi di cristallo.
Era verde, l’erba? O il colore è stato un sogno della vista?
I  rami del tiglio si muovono realmente.
Ma tutto è buio. Cortile, casa, donna – inghiottiti.
Una raffica, violenta, mi allontana dall’albero.
Riprendo a camminare nella notte, me assente.

Banderuola: fredda d’inverno, rovente d’estate.
Dalle tegole si alza, oscilla nel vuoto.
L’aria la sferza, la flette, la ruota diritta.
Sotto il peso delle nubi sparisce.
Sparite le nubi riappare, sbatte, risuona…

Ho sognato che annegavo e sentivo le note giuste. Sveglio, cerco di ricostruire la partitura a memoria, ma ne ricavo balbettii, cadenze sbagliate, dissonanze. Note che zoppicano, trilli grotteschi. Il fa due ottave più sotto. Frasi guerresche, parole soavi. Re bemolle, la diesis. Un addio arrogante, un canto nostalgico, una bestemmia da taverna. Il doppio canto: tasti e bocca, pianoforte e voce. Ogni lied lo esige. Non ho altro che questa via. Scrivo notte e giorno, foglio dopo foglio. Le estasi mi sfiniscono, come i silenzi. Morire a ogni lied, nella finzione del diminuendo. Magica rima. Dissolvenza. La voce si oppone, secca, alle parole. Se i versi sono glaciali, che la musica avvampi. Si può reggere per ore l’estasi che brucia il cervello, che obbliga alla creazione di un altro mondo? Si può essere forsennato sempre? Ogni infinito esige un limite.

Quando scrivo, non so. Schubert è la mia ombra, il suo viaggio d’inverno. Il genere in cui mi concentro è il lied per voce e pianoforte. Strumento e canto: il doppio suono. Contrarre l’universo nei timbri del pianoforte e negli accenti della voce. Solo estuario. Ho rinunciato a sapere chi sono. Non credo che la vita sia banale o stupenda. So che pulsa. Parlo di lei, non dei corpi che corrono, mangiano, amano. Non dipende da me creare o tacere.

Voglio essere invaso. Rispondere con le note giuste alla chiamata. Disperato, furibondo, balordo, mi preparo sempre, provoco l’ispirazione, assalgo i luoghi perché rispecchino la mia voce. Ma nello stesso tempo urlo il contrario: che non si parli mai di me, che la natura esploda me assente…

Tre colpi oltre la porta.
Non annunciano, come anni fa, orribili volti.
Dicono che devo svegliarmi e scrivere.
Tre colpi. Non c’è niente, oltre il muro. Sono l’illusione di una mano che non esiste, libera.

C’è sempre qualcosa che vorrei conoscere ma che allontano, temendo mi annienti. Per allontanarlo invento la voce. Il pianoforte la veglia e le consente spazio, colore. Se il timbro si fa monocromo, se il grigio sfuma nel bianco dell’acuto o nel nero del basso, sono vicino alla sostanza del suono, alla sorgente della sua forma.
E queste parole che ripete nell’ombra la voce?
Dove cadranno? Dove andranno?
Niente è fermo. Niente è immortale.
Guardate da pesci impassibili, fluttuano in profondità abissali.
Osservate da uccelli indifferenti volteggiano, destinate a dissolversi.
Suoni che tentano di riedificare case, gioie, volti, si spengono dopo aver creato la loro eco…

(per i versi di un lied)
Una lastra dura, gelata, coperta di detriti: il fiume, dopo una tormenta. L’amante si rifugia sulle sue rive e come pazzo incide il nome dell’amata perduta, traccia date nel ghiaccio. Quando verrà la primavera si scioglieranno. Ma per tutto l’inverno quelle frasi resisteranno. Sono là, scritte nei fiumi, incise sui fogli fragili e gelidi che domani si colmeranno d’acqua.

(per i versi di un secondo lied)
Ritorno nella mia città, cammino nella notte. Non riconosco nessuno, nessuno mi riconosce. Una signora dalle mani bianche mi prende per mano. Come un sonnambulo obbedisco, i violini risuonano nell’aria, esseri felici festeggiano qualcosa. Nessuno di loro conosce il mio dolore, non posso restare. Mi allontano da questa musica gioiosa che non mi rispecchia, sparisco nel buio. Sono alle soglie di una porta. Sento un si minore, finalmente: il suono di una stella, chiara ma fredda.

(a una donna amata)
Scriverti, mentre il gelo rallenta i gesti e cristallizza i rami, è restituirti la parola e scioglierti le braccia, è spezzare con te questa superficie ghiacciata e interminabile dove il dolore assomiglia alla gioia, il movimento all’immobilità, l’innocenza alla colpa. Ma il mondo, condannato dal freddo, resta bianco come il foglio che, illuso, ti consegno nell’ora del tramonto, pensando che la musica lo abbia colmato: invece le note sono acini chiusi nel ghiaccio, che solo casualmente sembravano biscrome tracciate sullo spartito. Guardo la lettera che mi hai mandato e non riesco a leggerla. Studio le frasi, le parole, le sillabe; non ne capisco più il senso; reprimo a stento il desiderio di masticare la carta del foglio, di farlo sparire nello stomaco, di occultare nel ventre i suoni delle tue parole. Se fossero disperate, quelle parole, la disperazione sparirebbe tutta dentro il mio corpo.

A volte, immaginando un albero ghiacciato, vedo un uccello, incastrato fra i rami bianchi, che si dibatte, cercando di volare. Io mi avvicino, cerco di fissare la scena, di cantare con un lied lo sforzo delle ali; ma l’uccello rompe la gabbia di ghiaccio e spicca il volo con un urlo chiaro, irridente.

A volte non c’è ancora musica ma la sua forma possibile.
Rima e ritmo: l’eternità di una berceuse.
Sempre sol diesis, fa bemolle. Mai quel si.
Il si strappa la testa.
Guardo il mondo, sogno i suoni che lo cancellano.
Ma niente partitura.
Lascio fluttuare le note prima che siano note.

Una tempesta di vento, nuvole che diventano gorghi, ombre, animali. Le raffiche curvano gli alberi, il cielo va e viene, la terra scompare. Ma gli uomini dormono. Meticolosamente, hanno incubi e visioni. Soffrono di giorno e di notte sognano. Come posso dormire con esseri che progettano e immaginano ancora, dopo la bufera? Niente, come il sonno, simula la serenità della morte. Niente, come l’arte, si accorda all’estasi del sonno. Ma, se dormissi veramente, sepolto dalla neve, non potrei sentire le impossibili dissonanze degli altri universi. C’è sempre, fosse solo per un attimo, il risveglio…

Vado per una strada dove non esistere.
La percorrerò senza tornare.
Non capire folgora il mondo.
Io scrivo musica per non capire.

Fuoco, in fondo alle rupi. Bagliore sempre più chiaro. Qualcuno mi chiama, fra le rocce. Oltre la pietra una terra morbida, verde. Il fuoco, ha tre fiamme e arde senza nessun sostegno visibile, fra due  pietre immani che delimitano la gola invalicabile. Non posso avanzare, né retrocedere. Montagna a picco. Guardo fisso l’aria.  Dov’è la donna che ho amato? E quel punto nella valle gelata è la casa che ho perso? Allargo le braccia, come se volessi trattenere quel punto; protendo la testa, chiudo gli occhi e mi tuffo, do maggiore, marcia squillante…

La via è spezzata. Tutto resta dentro di me. Fiammifero spezzato e unghia rotta, biglietto perduto e busta piegata, guscio e penna, sangue e ago, mozzicone e vetro, capelli di donna e peli di gatto, nocciolo di pesca e sterco di topo, filo e chiavi, sugo e polvere, plastica e carta – tutto mi si conficca nel corpo, dall’ano o dalla bocca. Sono diventato tutto un rifiuto, una cosa. Sono un folle che cuce i suoi taccuini nel materasso, che si annoda al letto della cella numero nove del manicomio del dottor Svetlin. Chiuso nella paglia, nell’urina, nel tanfo. Ora dopo ora, a giacere.
Io. Hugo Wolf. Ancora io?

Colpi secchi e sordi, gettati sul vetro, che ogni volta mi spingono a girare la testa per vedere se sul cristallo ci sono delle tracce di sangue, delle strisce rosse. Il vetro è intatto ma il vento cresce di violenza. Il cristallo, col passare dei minuti, si flette. Sotto la pressione di un vento sempre più forte si curva, si gonfia; infine si frantuma con un boato, la stanza invasa di schegge, e io mi siedo al pianoforte e canto con ispirazione precisa.

Un satellite rosso, tagliato da una nuvola; opposto al satellite il pianeta sfuocato, pietroso. Nati simultaneamente sopra la vetta, si spostano uno verso l’altro; ormai sono vicinissimi, la collisione è imminente. Lontano da  quelli, un terzo astro. Una stella, forse una meteora. Sfavilla. Non accenna a spegnersi. Chiudo appena gli occhi. La stella continua a brillare. Tendo le mani. Fisso la luna, il sole, la stella. Che i tre astri si scontrino e si disintegrino, lasciandomi nel buio totale, è l’ultima speranza…

Una taverna. Arrivo, entro, c’è solo silenzio. Le camere tutte occupate. Le stanze che esploro, in alto e in basso, chiuse a chiave. Inutilmente cerco di muovere le maniglie, non rispondono. Toccate, scompaiono. Restano le porte – porte alte e  strette, che diventano bianche; lapidi fredde, su ogni lapide un nome, in ogni tomba un nome; le tombe sono tutte occupate, coperte di fiori, e scaturiscono dall’erba, piene di volti, di parole, di date…

Sognate dai viandanti, abbandonate dai poeti, rimpiante dai re, infettate dalla tisi, stroncate dalla morte, amo le donne che non gemono con movimenti osceni sotto di me, amo le donne lontane. Vive, la terra farebbe meglio a inghiottirle: stupide serve di un’idea del mondo, domestiche caricature della bellezza, fantasmi di una virtù assente. Piuttosto che andare alle loro feste di sazie e fasulle borghesi, mi sventrerei. La donna è altro da questo. Ha senso fottere, avere figli, dormire con lo stesso corpo per trent’anni in un lindo nido borghese, sazi del nostro corpo che invecchia? Ha un qualche senso questa domestica sicurezza? Ogni ordine è molesto. Desidero amare ma oltre di me, cercando quello che continuamente mi sfugge. Non compiango i volti che la morte ha spento giovani, ma le facce condannate a una lunga sopravvivenza. Le rughe sulla bocca, le fosse sotto gli occhi, le guance cascanti, la memoria che muore nella mente, le voci balbettanti, i gesti che si sfanno, come una nota che muore…

A volte, immaginando un albero ghiacciato, vedo un uccello, incastrato fra i rami bianchi, che si dibatte, cercando di volare. Io mi avvicino, cerco di fissare la scena, di cantare con un lied lo sforzo delle ali; ma l’uccello rompe la gabbia di ghiaccio e spicca il volo, libero, con un urlo forte e chiaro, irridente.

A volte non c’è ancora musica ma solo la sua forma possibile. Rimando l’eternità irritante di una barcarola o di una berceuse. Penso, respiro, cammino. Guardo il mondo e sogno le note possibili che lo cancelleranno. Ma non sono ancora pronto a usarle, a farne  una partitura. Lascio fluttuare la musica, non la congelo in note. Non sopporto il freddo.

Camminerò lontano dalle vostre case, dalle vostre notti. Andrò per una via da cui nessuno è tornato. La percorrerò senza indietreggiare. Viaggio, Franz. Viaggio d’inverno.

Io. Hugo Wolf. Ancora io? Qualcosa squittisce. Se entrate nella mia cella, non chiedete il permesso a me.

(1990-2016)

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