Per il decennale di RebStein, 6

Lucetta Frisa

Ballata degli annegati

Le nostre armi spezzate sul fondo marino
insieme al nome, alle navi e le mercanzie
qualcuno è venuto a prenderle per il museo.
Noi no, noi siamo solo mare ormai, acqua
azzurra, tranquilla, dopo i naufragi, traversata
dai branchi dei pesci che non guardano…
Qui nessuno ha occhi se non quelli senz’orbite
che più non sanno distinguere perdite e conquiste
ora che si è spenta per sempre
quella stranissima sete.
Il porto franco sotto l’orizzonte non è l’aldilà.
Un alto velo ondoso su di noi ci separa
da chi va eretto sulla riva e in questo letto
liquido solo alla notte entra
per lacerare al mattino i sogni e indossare
la solida maschera dei vivi.

Eppure adesso scendono qui gridando
di terrore nuove figure nuove ombre
ma disarmate di nome e merci, ombre
di soli stracci colorati e di pelle scura.
Chi sono? Lo sanno che presto si disferanno
come noi per la fame crudele del mare?
Perché tutto ciò che vive, fluttua, si agita, è crudele.

Staremo qui tutti insieme in un unico tempo
noi, gli annegati di ieri e di oggi approdati
nella stessa onda insormontabile: esonerati.
Esonerati dal pensare quello che per la mente
non è pensabile e dal comprendere
ciò che non si può. La vita insegna
controtempo, nel suo andare e venire
sembra cambiarci ma solo in superficie:
brezza che increspa il mare
per chi da fuori lo guarda
guarda le mappe delle città
e le loro rovine
battute da uno stesso vento.
Noi non abbiamo imparato nulla
che la placenta già non sapesse
là dove sono iscritti gli inizi, i dolori, le strade
interrotte.
La nostra sapienza ora non ha limiti.

Da questo sottomare la terra è intoccabile.
Ma anche per voi, i vivi, rovesciati, dall’altra parte
dello specchio. Non lo sapete? La terra
come il mare è inafferrabile ma da qui
con l’acqua entrata in gola noi vi parliamo liberi
alterando la vostra voce con la nostra entrando
dentro i vostri suoni le luci e il buio – a turbarvi
farvi impazzire.
E forse è questa la meraviglia
dei silenzi nelle stanze, dei bisbigli del vento
delle pause nelle frasi soffocate.
Siamo arrivati da dove? Da una guerra lontana?
Da quella terra che ci ha respinto o da quella
che non ci volle accogliere?
Abbiamo inseguito le scie delle navi
le loro favole profili di nuvole e di folli
di chi prima e dopo e di noi
non saprà dirci nulla di nessun viaggio.

Ora siamo adeguati al mare.
I vivi ancora osservano i riflessi
per coglierne un senso.
Ma se verranno dietro questo sipario
ci vedranno giocare
a nascondere
il nascosto
a rivelare
l’evidente.

Le mareggiate mescolano
acque e mercanzie le sabbie
accumulate fioriscono
in detriti dove si legge
quello che furono la vita e i sogni.
Qualcosa resta, allora? Qualche scheggia
d’ossa mescolate a conchiglie
a ruggine di vecchi scafi un luogo
vago e libero – mostruoso.
Qui c’è la musica per ricoprire
di dolci suoni i fondali di tenebra
la rabbia e il terrore sibilano
melodie sorde
ma per poco
perché il mare si porterà via tutto.

Si può morire in tanti modi. Noi che siamo
qui per troppo amore della vita
cocciuti di sogni e fragili nei dolori,
noi ritornati nel grembo materno
immaginiamo un modo diverso
di morire non piano non mollemente
non sempre pensando a qualcosa o qualcuno
ma esplosi fuori dalla vita espulsi
con un atto assoluto di energia:
è quando nascono creature nuove
e infine appare un mondo non umano.
Il rimpianto è questo strano ritardo: non ancora
pietre, non più animali, dèi, uomini – che cosa?

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2 pensieri su “Per il decennale di RebStein, 6”

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