Per il decennale di RebStein, 9

Francesca Cannavò

I mercanti di Pace

Merce preziosa, la pace; la pace è fatta di corpi vivi e belli e felici.

Forse un tempo, all’inizio dei tempi, le miniere erano piene di pace e tutti i popoli erano occupati a scavare e nutrire le loro civiltà del frutto del loro lavoro, con tutta la loro fatica quotidiana.

Forse, a quel tempo, le stille di sudore sulla fronte degli uomini sapevano di miele profumato ed i bimbi giocavano sui prati alla pace degli uni sugli altri, le ragazze giovani vi si agghindavano le trecce, era diffusa la moda di spolverarsi il volto con briciole di pace che profumavano intensamente di luce di sole e di luna, a seconda dell’orario.

Ai tempi della pace non v’erano giorni di festa, né divinità da celebrare, nulla da sacrificare, né tavole imbandite a saziare coscienze, le preghiere venivano rivolte alle dita: dieci le leggi da onorare e rispettare, una per ogni dito, da recitare a mani giunte a rinchiudere zollette di terra umide, all’alba del giorno, giusto per non smarrire l’origine.

La Pace fluiva da meandri inviolati , motore delle funzioni vitali primarie di quel popolo primigenio, era elemento indispensabile al respiro, non saziava pance né poteva accumularsi nei forzieri, nessuno poteva servirsene oltre quella funzione, cosi che ognuno ne attingeva secondo il proprio bisogno quotidiano.

Il respiro del mondo era limpido, non conteneva scorie malefiche, tutti godevano buona salute e la civiltà prosperava armoniosamente, le costruzioni umane dedicate al riparo ed alla procreazione erano dotate di solide pareti e tetti trasparenti, le altre, quelle destinate alla comunità erano costruite su piattaforme indeformabili sulle quali venivano erette pareti di vetro; il livello appena sollevato dal piano stradale consentiva un facile accesso a chiunque e non v’erano cancelli.

Ognuno godeva delle proprie diversità e di quelle altrui, i muri erano tappezzati di specchi in modo da moltiplicare gli sguardi e le visioni.

Tutt’intorno piazze e strade accompagnate da giardini ed alberi consentivano il movimento ed il confronto, il mormoriccio e le voci più decise. Non ci si ammalava per strada e gli ospedali erano luoghi dove si curavano i malati e non le malattie.

I bambini facevano scuola insieme ai maestri, indagando il sapere con attenta curiosità, si raccoglievano le storie di tutti in grossi libri sparsi per le città, in modo che ciascuno non vi si perdesse dentro .

I libri di quelle storie non furono mai ritrovati, persi nei tempi che vennero.

Le voci raccontarono, poi, fino quasi a sfinirsi e diventare flebili, ma conservando appena la forza di raggiungere il tempo della carestia, gli eventi che scatenarono l’irreversibile asfissia di cui ancora soffre il popolo che venne dopo.

Quel singhiozzo singulto che è divenuto il respiro dell’inizio.
Narrano, le voci, che un popolo oscuro e malaticcio, venuto da chissà quale altro mondo oppresso, e che sicuramente aveva esaurito le proprie riserve di pace, trovandosi ridotto all’asfissia totale, avesse mandato, dapprima in avanscoperta, delegazioni di vecchi potenti, barbuti e claudicanti, molto bassi di statura e di sguardo bieco, nel tentativo di prelevare pace per respirare; successivamente moltitudini schierate e uniformate da pesanti ed orride vesti, vista la debole resistenza degli uomini di pace, sciamarono infiltrandosi nelle miniere ancora fertili.

La pace cominciò a scarseggiare, gli invasori ne assumevano più dei loro bisogni, i respiri cominciavano a divenire rantoli, i volti emaciati, le energie vitali risparmiate al minimo.

Ognuno divenne fame di altro, ognuno voleva più respiro; le mani divennero ladre, nei giardini e nelle piazze furono innalzati simulacri da onorare per ottenere grazie e privilegi, si costruirono palazzi enormi, presidi di entità onnipotenti che nessuno aveva mai visto prima, negli ospedali non si curava più nessuno e la gente cominciò persino a desiderare di morire un po’ prima.

Per strada gli sguardi si incontravano con paura ed ostilità, cominciò a scarseggiare la fiducia fra gli uomini e presto cominciarono a farsi del male l’un l’altro a coalizzarsi in gruppi, i forti contro i deboli, i diversi più diversi vennero emarginati, molti rinchiusi in appositi luoghi protetti da sbarre e filo spinato.

Le mani non bastavano più né a proteggersi né ad aggredire, così l’ingegno umano fu asservito alla costruzione di strumenti di offesa sempre più efficaci.

Intere popolazioni furono sterminate da altre per appropriarsi dei territori e delle risorse più ambiti.

L’umanità sperimentò così il malessere, i più forti capirono che poteva essere, quel malessere, un magnifico tornaconto per i loro affari.

Qualcuno iniziò a ripudiare la guerra, qualcuno venne in aiuto alla con armi rivestite da pace, insegne scintillanti e giusti proclami, finalmente esaurita nelle miniere, la Pace fu prodotta in serie dall’industria della guerra.

E i mercanti di pace presero i comandi del mondo, tuttora nelle strade si prepara la guerra inneggiando alla pace.

La Pace singulto e singhiozzo dell’ultimo respiro.

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