Cominciava così…

[Cominciava così, con la traduzione in tedesco, ad opera di Stefanie Golisch (Vom Haus der ausgesetzten Zeit), della prima parte del poemetto di Francesco MarottaDalla dimora del tempo sospeso. Lettera al figlio“. Ripubblichiamo il testo integrale, leggibile ora anche in “Hairesis“, Edizioni Terra d’Ulivi, 2016.]

 

Dalla dimora del tempo sospeso
Lettera al figlio

 

1. Dalla dimora del tempo sospeso

all’estremità delle pupille
dove la stanza sfuma in una mobile nebbia senza fondo
un bambino scruta pensieroso il velo d’ombre
che ricompone il mio volto
in lineamenti febbrili di spina –
sento i suoi occhi ricucire squarci d’orizzonte
e la mia voce che sussurra flebili accenti di saluto
ritornare al suo stupore senza pianto
come una cadenza di gemiti, un groviglio di suoni
che impietosi si arenano nel guado
della sua età breve di giorni –
nell’assenza di luce, il tremolare della mia mano
che si trascina alle labbra il peso di astri pietrificati
è un veleno sotterraneo
che sfilaccia la trama dei suoi sogni,
scioglie l’incanto che alimentava di pollini e di vele
le distese inesplorate di un mondo a misura del respiro –
perso in un deserto incomprensibile
come un uccello caduto in volo
seguendo il lampo che annuncia le sorgenti,
guarda la mia barba tutta bianca
come una fiaccola fiorita
a disperazione del suo sguardo
nei silenzi di radure senza ali, nel vuoto
dove credeva di incontrare il cielo –

vorrei sapergli dire, con lingua lieve
di neve che acquieta gli specchi dell’anima
e lascia immacolato l’alfabeto del suo universo nascente,
che l’arco infinito delle stagioni
disegnato dal fuoco verde dell’infanzia
si muta lungo gli anni nel cammino inarrestabile
di un fiume che volge alla foce –
che proprio l’alba che disperde il buio
dischiudendo ai colori le forme della vita
immutabile sorge per consacrare alla polvere
il nostro destino di essere, passare,
e oggi si è levata a rischiarare senza mattino
questa dimora del tempo sospeso
dove anche l’acqua gravemente tace sulla soglia
e la corrente è un’onda senza eco nel mare della storia –
vorrei potergli dire, ma la parola si trattiene
come vento che ha smarrito le orme sul sentiero,
perché non c’è sapere, non c’è immagine
capace di confinare ai margini la sofferenza dell’incontro,
non c’è lacrima che non scavi un solco,
una traccia indelebile di solitudine,
quando il dolore irrompe con la forza di un grido
nella purezza di una pagina priva di memorie
e come un seme di rovo germoglia florescenze amare
nelle terre feconde, senza passato, della primavera –
così tengo per me, come una reliquia
la ferita di quella fonte ammutolita –
domani, forse, gli racconterò della stella del ritorno
della mappa del naufragio incisa sulla pelle
dell’isola riemersa per prodigio estivo
dopo l’uragano – domani, forse,
potrò insegnargli a navigare le sabbie
costeggiare la sete, correre sicuro verso l’oasi

 

I. Vom Haus der ausgesetzten Zeit

am Äußersten der Pupillen
wo das Zimmer in flachen Nebelschwaden verschwimmt
beobachtet ein Kind nachdenklich den Schattenschleier
der mein Gesicht
in fiebrig kummervollen Zügen neu zusammenfügt –
ich spüre seine Augen Risse am Horizont schließen
und meine Stimme, einen schwachen Gruß flüsternd,
in tränenloses Erstaunen zurückfallen,
Kadenz aus Seufzern, Klangknäuel
das gnadenlos am Wegrand strandet
seiner Jahre, so kurz an Tagen –

im Lichtlosen das Zittern meiner Hand
das zu den Lippen die Schwere versteinter Sterne schleppt
es ist ein unterirdisches Gift
das den Stoff seiner Träume zerfasert
den Zauber löst, der mit Pollen und Schleiern
unerforschte Ebenen speiste einer Welt nach Atemmaß –
verloren in einer unbegreiflichen Wüste
wie ein Vogel, der Quellen verkündenden Blitzen folgend
im Fluge fiel,
schaut er zur Verzweiflung seines Blickes
auf meinen schlohweißen Bart
wie auf eine blühende Fackel
in der Stille flügelloser Lichtungen, der Leere
wo er glaubte dem Himmel zu begegnen –
mit schneeleichter Zunge,
welche die Spiegel der Seele beruhigt
fleckenlos das Alphabet seines werdenden Universums
möchte ich ihm sagen können,
dass der vom grünen Kindheitsfeuer
gezeichnete Jahreskreis sich mit den Jahren wandelt,
Fluss auf seinem unaufhaltsamen Weg zur Mündung –
dass die Morgenröte, die das Finster zerstreut
und den Farben die Formen des Lebens enthüllt,
unwandelbar anhebt dem Staube zu weihen
unser Schicksal zu sein, vorüberzugehen
und heute ist sie aufgestiegen um ohne Morgen zu hellen
das Haus der ausgesetzten Zeit
wo selbst Wasser schwer auf Schwellen schweigt
und die Strömung Welle ist ohne Echo im Meer der Geschichte –
ich möchte ihm sagen können, doch das Wort hält sich zurück
wie Wind, der die Spur auf dem Wege verloren.
denn kein Wissen ist, kein Bild, das den Schmerz der Begegnung
an die Ränder verbannte,
keine Träne, die nicht eine Furche grübe
unauslöschliche Einsamkeitsspur
wenn der Schmerz in die Weiße einer Seite ohne Erinnerung bricht
und wie Dornensamen
in fruchtbarer, vergangenheitsloser Frühlingserde
bittere Blüten treibt –
ich will sie für mich behalten wie eine Reliquie
die Wunde jener verstummten Quelle –
vielleicht werde ich ihm morgen vom Stern der Wiederkehr erzählen,
der Landkarte des Schiffbruchs auf der Haut
der Insel die durch ein sommerliches Wunder wieder aufgetaucht
nach dem Sturm – morgen, vielleicht
werde ich ihn lehren können Sande zu segeln
den Durst entlang sicher der Oase zu

(Trad. di Stefanie Golish)

 

2. Le ali della primavera

nell’ora della doppia luce
il respiro offuscato dalle parole trattenute in gola
è un varco immenso da cui scivola il buio –
fuori il giorno depone il suo raccolto
e fiori bianchi di gelo si ammassano sui vetri,
arredano l’avorio spento di letti smisurati –
implorare il sonno non è pretesa d’oblio in questa stanza
ma il verso esatto che apre spazi di voce a un diverso morire,
la preghiera che non si accomiata dalle labbra
nemmeno quando ti fermi a guardare
la neve azzurra che scende a ricoprire la bocca –
l’orologio dice che sono ancora qui – nell’antro dei miracoli
con gli occhi tumefatti da un lume innaturale
che riempie i pori
del miele di ogni ipotesi di vita – larva? farfalla? arbusto?
lo spasmo porta deserto a filo di sorgente,
un gorgogliare rauco di anni liquefatti
in cammino verso l’ultimo raggio di speranza

(la larva sarà farfalla e coprirà l’arbusto coi suoi voli
l’arbusto al tocco delle ali
si trasformerà in un mandorlo esploso nel sereno
sarà l’annuncio in fiore della primavera –

così ti portavo il sonno – a cavallo di favole inventate ogni sera
era il gioco che strappavi alla pazienza
alla paura dei colori svaniti all’imbrunire,
quando il chiarore crolla in un concilio d’ombre
e tu mi chiami padre in un abbraccio –
ora che parli e gridi e l’ombra la esorcizzi con lo sguardo
sapresti farti albero
perché ai tuoi piedi, stretto alle tue radici, io possa dirti padre
dormire accanto a te, tra le tue foglie,
il sonno senza sogni dell’addio?)

 

3. La radice del cielo

nella vampa del crepuscolo, Gabriele,
anche gli angeli cambiano colore – assumono
sembianti carichi di voci, parvenze d’infinito –
talvolta somigliano una nuvola, profumano di corallo,
e tu sai che più pura è la loro luce
che avvolge la tavola imbandita di invisibili presenze
fluttuanti nell’oro degli sguardi, più pura
quando lacrima il sale della vita la materia del distacco,
quando l’ombra ti lascia senza pace
inquieto di un tremore opaco, preda del vento
che succhia linfa alla fonte dei pensieri –
cosa sono le nuvole mi hai chiesto – e io ho raccolto nel palmo
la pioggia dispersa dell’aprile, la sua ferita d’aria
per mostrarti come si forma un’ala,
da quale precipizio risale il giorno e spinge a riva
gli ospiti muti delle notti,
come può una corona di piume legare alla terra
esili germogli fioriti dai suoi pori –
cosa sono le nuvole
e io ti porgevo il calice delle mie mani d’acqua
perché al richiamo di quell’ultimo bagliore di sorgente
tu riprendessi la rotta del tuo volo,
ritrovassi la radice da cui comincia il cielo

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