Per il decennale di RebStein, 11

Mimì Burzo

Sotto le stelle infuocate

[Sulla pietà di Maldoror
e altre estenuazioni]

Je suis Madame Bovary
Je suis Mimì
Non sono e non ci sono
solo per questo sono e ci sono
Dopo un anno di apertura verso un mondo scrivente sovente chiuso
di letture bulimiche
di fame mai saziabile fra le strade dei poeti – quelli veri – perché è vero ciò che è attuale, in questa mia collocazione spazio-temporale in cui la secolarità ha perso il suo senso e il suo poderoso dovere di immortalità, torno, soddisfatta ma anche no, nella mia stanza.

Un giorno dissi ad un mio amico – Va bene, puoi venire al mare con me domani. L’ho chiesto a tutte le Mimì e hanno detto sì. Lui credette di trovare uno stuolo di ragazze in spiaggia. Io parlavo seriamente. Il silenzio di fronte al mare è dogma – la prova silenzio necessaria. Parlavo di me e di tutte le altre me. Che ci sono e vivono fuori da una qualsiasi categoria diagnostica. In questo mio spazio-tempo in cui la psicopatologia unita alla psichiatria è variabile in funzione della produzione di PIL delle case farmaceutiche, delle fondazioni, e delle collusioni scienza-

dottrina-non umanità ma capitalizzazione dell’umanità.

Dicevo, dicevo che perdersi è la passione più ambiziosa, e dicevo che dopo un anno fra il popolo della regola, della società, della trama che contiene in quel tessuto, non tessuto, dopo un anno torno. Ri-torno. Il mondo fuori è troppo stretto. La regola allarga le asole della mia camicetta. L’identità, poi, mi chiude in una scarpa più piccola del mio piede. Il mondo dei poeti, delle pubblicazioni, delle case editrici non mi riguarda. La critica non solleva interesse. La critica di questo mio spazio-tempo in cui le ragazze si chiamano poetesse e si commuovono con le poesie di Alda Merini, Jacques Prevert e la Szymborska.

Nulla da eccepire. Non è critica alla critica. E’ osservazione. Conclusione. Decisione. Azione.
Analisi della criticità. La mia criticità. Non quella altrui. L’altro non esiste. L’altro è il vero che accompagna la regola della regolare quotidianità. In questo mio spazio-tempo al quale non sono mai appartenuta. Allora si ritorna a casa. Con i segreti. Con le storie private. Con un nome che mi serve a poco se non per girarmi quando mi chiamano. Non amo girarmi. Il mondo non ha bisogno di chiamarmi e se ti giri, vuol dire che sei passato avanti. Cammino occhi-dritti-davanti-a- me, se vedo e posso allungo la mano – Ciao fratello. Vuoi denaro. Non ne ho. Tu che vieni da chissà dove non lo sai ma io sono come te. E questo è l’altro me. Allora ritorno nella metallica ridondanza della mia stanza.
Quella in cui scrivo, in cui amo, in cui ogni dolore è metafisica dell’arte.

Forma di cre-attività in questo mio spazio-tempo in cui io ragazza non amo la melodia degli amori sdolcinati, delle candele sdolcinate, dei poeti sdolcinati che camuffano la verità chiamandola realtà. Torno fra i libri ed una sparuta assenza. A commuovermi sola leggendo Benn e piangendo la pietà di Maldoror. Perché tutte le ragazze amano.

Anche io. Ma io amo i delinquenti. Le frontiere. Le guerre. I malati di mente e le scogliere scoscese. Quelle dove l’acqua è troppo alta e troppo pesante per i miei quarantasei chili e poi ne esco tutta graffiata, per troppo amore della roccia.

Allora, il poeta che c’è in me, questa mattina ragionava andandosene di palo in frasca, di universo in universo, mentre attraversavo una Roma puzzolente, fallita, lenta e indifferente. Me ne andavo di qua e di là per la mia mente, e allora giunge il momento. Un momento per tutto. Anche il momento in cui il poeta parla di sé parlando di sé in prima persona. Come in una specie di diario. Come in una specie di autocertificazione. Come in una specie di – je suis Madame Bovary, ma anche e soprattutto je suis Mimì. Quella dell’identità sociale. Ma con maggior forza e ragione je suis Mia. Mia della mia stanza. La stanza in cui non sono pur d’essere. Una E’.

Non sposa, non sorella. Non una che vota. Non comunista. Non fascista. Non ente sociale. Non amica. Non parente. Un bel nulla. Solo le regole della statistica e della fisica quantistica. Costante e variabile. Fissità e differenza. Per troppo desiderio non di pubblicare ora un bel post e neanche di comunicare e neanche di parlare. C’è il silenzio intorno a me. La mia bocca non alita e non emette suoni.

Scrivo. Scrivo e basta. Scrivo perché sono. Scrivo e dunque sono. Sono forse solo un suono. Non riproducibile ma udibile. Da te, caro lettore, che ci sarai se vorrai esserci e non ci sarai se non vorrai esserci.

Qui nella E’ – in una storia di estenuante bellezza.

C’è. C’è la E’. Ed E’.
C’è la bellezza naturale che nasce dalla bellezza. Dalle storie fortunate.

Poi
C’è. C’è la E’. Ed E’.

C’è la bellezza
estenuante
che ti affatica
che ti prosciuga
che poi in fine ti senti stanco
e hai anche fame

la bellezza che consuma glucosio
la bellezza che richiede apprendimenti e l’attivazione di determinati processi metabolici

C’è l’estasi della comprensione

la coscienza che si estende come un buco nero
pur di capire
pur di comprendere

C’è la trama di una vita
piccole cose lasciate come mollichine su una strada che nessuno conosce

ci sono le storie di estenuante bellezza
le vite di chi non sente
in cui l’unica cosa che si sente è che non si sente.

C’è. C’è la E’. Ed E’

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