Per il decennale di RebStein, 18

Giorgio Bonacini

 

 

POESIA DAI FRANTUMI

Una breccia incontrollabile
si è aperta, disgregata. Un serbatoio imbarazzante
di miopia – come a distinguere dal vero
l’ala forte che si porta nell’udito.

Vedi solo ciò che senti –
ti avvicino al suo fruscio, alla ruvidezza
di quel graffio e lo rifiuti. Irripetibile il disegno
di una mano mentre batte sul tamburo.

Suona l’aria, fischia e ansima
una nota tra la sabbia. L’irruzione nel passato
è un suono timido, restio, fatto di niente ma per sé –
spinto nell’acqua e separato.

Un pesce a parte – ibrido, bloccato
e snaturato. Ciprinide, salmonide o chissà quale
passaggio nel ricordo. Memoria dislocata e rivelata
forse unica emozione nel respiro.

C’è un segreto che disturba in ogni
spasimo di voce e di sostanza – dentro il gelido
dei vetri. Quelli duri stranamente, che si abbracciano
e si sbrecciano, e li vedi sbriciolare.

Non il vetro in superficie grande
e chiaro, reso nudo ma adombrato da un futuro
quasi etereo, insufficiente. Il grande vetro –
irremovibile dal nulla, senza gli occhi.

E questa è l’ombra e questo il pozzo
e l’acqua ferma, quasi spenta – un filo incredulo
sospinto appena in tempo. Non ci sono avvitamenti
né barbagli di riflessi, né spirali.

Fuori vive la memoria capovolta
dentro il sonno. Il falso reso più accentuato
da un’immagine ideale – trasparenza che riluce
e brilla in mano dissennata.

Smalto o guscio di corazza, l’ossatura
quasi comica, una scorza fatta a immagine di viso
ma ondulata – smerigliata. E allora scrivere
per dire sotto buccia che è possibile.

Ma il salmonide risale, schianta
scende trascinato dai ricordi che non sa. L’acqua
sfianca – cavi e concavi spruzzati dal ciprinide che scivola
tra i sassi e sogna l’erba di una siepe.

Specchio grande, disossato, molle
e tenero riposa sul modello trasparente del passato.
Una sola fenditura chiusa male e l’universo
è spezzettato – senza centro, sgretolato.

Si novella di un rifugio nel deserto –
quasi un furto alla sua morte tanto antica da sfuggire
ad ogni sorte. Rifiutare la sua mente, non udire
farsi carta tra la pietra e non sentire.

(Agosto 2017)

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