Per il decennale di RebStein, 19

Giampaolo De Pietro

*

Volte che non vale
la legge del fumo,
la regola dei cinqueanni,
la faccia al mattino,
la pazienza per nome,
chiedere un’informazione,
sentenziare sui puntini,
accarezzare uno spigolo,
palesare un’idiozia,
telefonarti per sentirsi,
arrivare puntuali o arrivare,
scegliere la via breve,
cercare di schivare.
Volte che si deve attraversare
il lungo raggio delle domande
senza un finale, solo un disegno
un rimpianto tutto, fino a oggi stesso

 

*

 

salto di gambero
passo in avanti per
la prima volta si ritorna
al futuro come in un altro
film di fantascienza ma senza
troppa onnipotenza da scoperta

 

*

 

L’amore al futuro
me lo figuro come
un gentile signore che
si prepari a dormire e il suo
sonno sia un letargo al contrario
un risveglio ordito
di rabbia un esilio da
una terra che la veste in sordina
la rabbia e poi
molto dormire
di vivere e risvegliare
di scegliere e scendere e risalire
molto rumore per molto silenzio
molto ascoltare per molto scoprire
l’aprire gli occhi al passato,
ovunque comunque gli avverbi
di schiena che d’ora in avanti
avverati sconcentrano il presente

                            [evvi(v)a

 

*

 

Gli uccelli
arrotolano
con i becchi (e le dita)
(i) nidi per i
piccoli loro si
terranno coperti
esposti ai venti
al riparo di
questi e dai
camminanti da
uno sparo dispari
del volo dalle loro correnti

 

*

 

Stagione, Paese.
Giorno e nome.
Anno e nazione.
Azione, poema.
E i forse nel muschio

4 pensieri riguardo “Per il decennale di RebStein, 19”

  1. Amo molto le sue poesie, lievi che sembrano nuvole; con esse è sempre come arrivare di sghembo, un mettere e un levare che diventano tempo e presenza, essere sempre quel “quasi”, per ritrosia o per ricerca di misura, le parole volano e trovano il loro senso nel vento.

  2. Prosegue il discorso di De Pietro, per molti sarebbe sperimentazione, per lui è voce. Dimostra ancora una volta che l’Italiano può ferire in maniera amichevole, provocare senza poter essere accusato di affronto, reprimere direi senza che la violenza sia esplicita. Sottili e subdoli, questi testi scaturiscono da una mente assieme inadatta al reale e capace in maniera suprema di catturarne gli screzi, gli spazi, gli scarti. Di maniera che, dopo la lettura, si rimane col sospetto che Di Pietro sia avanti, oltre, più vicino al cuore delle cose. La loro astratta bellezza è quella di chi ha uno sguardo a raggi X inverso: vede l’interno ma non le superfici.

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