Carenaggio

Yves Bergeret

Carenaggio

(in Sicilia, agosto 2017)

Tratto da Carnet de la langue-espace.
Traduzione di Francesco Marotta.

Dopo ore di viaggio sopra le Alpi dure e scure, la penisola italiana dalle colline ondulate, il mare, i vulcani stagliati al largo a nord della Sicilia, un breve sorvolo del centro caotico dell’isola arsa dalla siccità, è bello fermarsi con gli amici ritrovati, Carlo, Pia, Anna, Francesca, al bar popolare proprio nei pressi dell’aeroporto di Catania. C’è una piazzetta circolare. Al centro, dipinto di rosso e ricoperto di polvere, un piccolo aereo militare da addestramento, posto di traverso su tre grossi supporti metallici. Non è in condizioni di volare. Dentro, i posti a sedere per due persone. Nient’altro che un simulacro di volo. Perché quello slancio, per che cosa, per chi? Le corriere che partono verso tutta l’isola fanno un giro rituale intorno al piccolo aereo.

Al bar, recentemente ampliato nel kitsch più scintillante per ostentare la prosperità, il marmo finto, il successo crescente, una clientela esclusivamente siciliana; nessuno straniero. E, invariabilmente, sul marciapiede, dei bevitori di birra che parlano a voce alta, in dialetto, uomini sulla quarantina, corpulenti, dai gesti risoluti e intimidatori, uno più gradasso dell’altro, una vera recita teatrale. Tatuaggi e baffi, testosterone debordante. La padrona è alla cassa, una donna prosperosa, dalla parlata forte e dallo sguardo altero.

*

Il giorno dopo il mio arrivo, Ankindé, migrante maliano arrivato su un barcone tre anni fa, viene a trovarmi. Mi presenta subito un minorenne ivoriano, arrivato da poco nello stesso modo, Abdou D. Abdou vuole assolutamente vedermi e parlarmi. Ci sediamo al tavolo di un bar. Con voce bassa, lenta, talvolta quasi impercettibile, torcendosi le mani, Abdou mi dice che non ha seguìto nessun corso di studi, tranne per un breve periodo una scuola coranica per imparare a dire le preghiere. Con un amico, di tre anni più grande, è fuggito di casa inseguendo il sogno di entrare a far parte di un club calcistico professionistico nel Magreb. La loro fuga li ha condotti nei gruppi di «giovani speranze» in Marocco, poi in Algeria, dove, ospitati e nutriti, si allenano, ma alla fine non vengono assunti. Vivono parecchi mesi per strada a Orano. Decidono di andare in Libia, convinti di trovare facilmente lavoro per pagarsi l’approdo in una squadra. Eccoli a Tripoli, muratori in nero al servizio di un padrone. Un giorno tutti e tre incappano in un posto di blocco di uomini armati. Il padrone è preso a parte. I due giovani sono rinchiusi con decine di altri giovanissimi africani neri in un grande locale. Gli viene dato da mangiare una volta al giorno. I guardiani portano ogni tanto dei telefoni cellulari affinché i prigionieri chiedano denaro alle loro famiglie, mentre alcuni di loro, picchiati, urlano. Quando la somma estorta non è ritenuta sufficiente, i custodi uccidono a caso qualche prigioniero.

Una sera viene ordinato a tutti i prigionieri di salire su un camion che li avrebbe condotti al mare. Sul litorale, un grosso battello pneumatico ad attenderli. Nessuno dei prigionieri aveva chiesto di andare in Europa. Coloro che si rifiutano di salire vengono uccisi immediatamente. Durante la notte il gommone viene spinto al largo da piccole barche dotate di potenti motori. Poi è abbandonato a se stesso. Fin dall’alba gli occupanti si accorgono che imbarca acqua, affonda lentamente. Gridano. Un cargo passa senza fermarsi. Infine una nave militare italiana si avvicina. Un movimento troppo brusco di quelle decine di uomini fa rovesciare il gommone, la metà di loro muore annegata. Abdou ora è in Sicilia, in Italia, in Europa, quello che, come i suoi compagni di “viaggio”, non ha mai desiderato.

Ankindé ed Abdou mi dicono subito che vogliono porre le loro parole accanto alle mie su un quadrittico, così come ho fatto tante volte negli anni passati con Ankindé, con Alaye, un uomo molto intelligente e sensibilissimo, con Husséni, con Kanil… Andiamo al negozio che vende materiale artistico e poi, effettivamente, creiamo all’istante un quadrittico. Con difficoltà Abdou scrive un aforisma in dioula, la sua lingua, ed in francese; Ankindé lo fa in soninké ed in francese, io solo in francese. Abdou adesso sorride.. L’ho visto un’altra volta, a Catania. Da allora comunica frequentemente con me per Whatsapp.

 

 

*

Dopo avere fatto il suo giro rituale intorno al piccolo aereo rosso, la corriera raggiunge il centro dell’isola e sale verso Piazza Armerina. Un rilievo molto compatto, con alcune dorsali calcaree. Il suolo è disboscato da secoli, troppe capre fin dall’antichità. Rari alberi, fichi d’India, cipressi. Immense ondulazioni beige, bianche, dorate, la terra con la sua siccità, la sua miseria, la sua solitudine. Ci si può divertire a fare delle foto ad effetto, volendo. Ma è il lavoro della terra, in tutta la sua tensione, la sua disperazione e la sua irriducibile speranza che appare qui. Un lavoro impudico, fiero, rude, nudo. Si vedono pochissimi contadini. Un vecchio trattore. Un vigneto disseccato di fianco a una collinetta. Le colline bruciate dal sole, quasi senza manto vegetale, scorticate vive, viventi di una resistenza tenace.

*

Dietro alcune sporgenze collinari un’enorme massa nuvolosa bianca, bruna su un lato, sale verticalmente nel cielo vuoto. La corriera rallenta. L’autista esita. Poi riprendiamo a salire. La massa di fumo è spessa. Le piantagioni recenti di eucalipti e di pini intorno a Piazza Armerina bruciano. Nove incendi, dei quali alcuni sono sicuramente dolosi. Lungo i tornanti prima di Piazza, degli automobilisti in piedi davanti alle loro automobili, dei carabinieri, dei pompieri. Le fiamme si estendono fino alla cima degli alberi. Attraverso il fumo il sole brilla rosso. In ogni direzione volano ceneri, lunghe foglie di eucalipto, carbonizzate.

*

Al grande mercato di Catania si vende frutta, verdura, carne, pesce, tra grida incessanti e litanie in dialetto. La canicola di agosto spinge ad aprire ovunque degli ombrelloni rettangolari bianchi.

Vi sono anche venditori di oggetti di ogni tipo. Gli ambulanti stranieri, arabi, cinesi, africani neri, sono accantonati ai margini della piazza. Grande intensità di scambi, un vocìo diffuso dappertutto, la folla che si muove lentamente. Qualche bar all’aperto, dei chioschi con tre o quattro tavoli di plastica. Accanto a una lunga fila di macellai di carne equina, un chiosco tra i rifiuti, le cassette, i motorini. Cinque o sei poltroncine di plastica, come si vedono ovunque nel Terzo Mondo. Uomini anziani vi si stravaccano. Scherzi virili in dialetto, gesti provocatori, insulti teatrali, e giù una birra. Poi di nuovo l’ostentazione patetica della virilità tra grida, mulinare di braccia e scuotimenti della testa. «Ah, al tempo di Mussolini c’era lavoro per tutti!». Alcuni giovani, tatuati, con i visi sfregiati e l’aria da lottatori, vendono tre cipolle e qualche grappolo d’uva, gridano in dialetto. Seduti, i vecchi ridono insieme a loro.

La settimana scorsa un diverbio violentissimo è scoppiato tra i figli di contadini che vengono a vendere le loro zucche e alcuni senegalesi che spingono i loro minuscoli banchi a rotelle pieni di scarpe di infima qualità. La polizia municipale presidia il posto per impedire che il fuoco della rissa divampi di nuovo.

*

La quarta sera di questo soggiorno di agosto si sono riuniti nella periferia nord di Catania, ai piedi del vulcano, silenzioso questo mese, una dozzina di persone intorno ad Anna Di Mauro, la regista che sta preparando un adattamento teatrale di Carena per la fine dell’anno in città. Carena, epopea in cinque atti dei migranti che arrivano in Europa attraverso la Sicilia. La notte ci avvolge rapidamente. Nessuna domanda fuori luogo, nessuna di quelle divagazioni penose che intralciano il pensiero e l’azione, nessuna pesantezza confusionaria. I partecipanti non sono degli attori professionisti ma degli appassionati pienamente convinti, di ottimo livello, tutti lucidi e coscienti dell’indispensabile incontro di civiltà, salutare e tragico, che si è prodotto in questi anni sulle coste e le colline della Sicilia. Si tratta di un medico, di un assistente sociale, un segretario di direzione, dei professori, uno scultore, una storica dell’arte, una costumista, un vulcanologo, un fotografo, un cineasta, uno psicologo… Rappresentano l’alta coscienza siciliana, vigile, attiva. Fino a tarda notte discutiamo molto del senso, degli orientamenti di Carena, della forma poetica e teatrale di quest’opera, mettendo da parte quell’istinto possessivo che troppo spesso appesantisce la narrazione in forma romanzata, genere letterario europeo per eccellenza.

 

 

*

Sulla piccola piazza del centro di Catania dove si trova il negozio di materiale artistico, vado a cena una sera quasi per niente. La cameriera, giovane, canticchia davanti a quattro celibi miserabili, maschilisti, uomini duri, grandi bevitori di birra, disoccupati. I rigurgiti sessisti e razzisti non si fanno attendere. La cameriera li affascina. Si sentono immersi in una sorta di felicità, ma non fanno attenzione né ai modi né alla direzione di questa felicità.

*

Di fronte alla collina dove si estende il quartiere più medievale e labirintico di Piazza Armerina, sorge, dietro lo stadio, il convento francescano di Sant’Ippolito e la sua chiesa. I miei amici mi ci portano a vedere una suggestiva pala di altare maggiore, degli inizi del diciassettesimo secolo, opera del pittore Paolo Piazza: su un piatto ornato, parecchi santi personificati, genuflessi, portano la città di Piazza Armerina in offerta alla Madonna. Questa occupa la metà superiore della pala e regge su un altro piatto, tenuto sulle sue ginocchia, un Cristo bambino. L’opera è di sorprendente originalità e di potente composizione: nella metà superiore della pala, degli angioletti in alto e delle palme in basso suggeriscono l’idea di un ampio cerchio. Questo cerchio non ha un centro preciso, variando tra l’infante disteso sulle ginocchia della Madonna e la città ritta sul piatto in basso. La città come prefigurazione di un dio ancora giovane e il cui destino tragico e salvifico non si è ancora realizzato? Un Dio-uomo in divenire, la cui origine non è nell’albero genealogico di Jesse, ma nel sommovimento di umanità, di parola, di roccia e pietra di una città medievale, fervente fucina intellettuale nella Sicilia antica, in totale contrapposizione a certe situazioni feudali di cui soffrono parecchie città siciliane attuali? La forma approssimativa di una possibile altra carena?

 

 

*

E infatti Piazza Armerina, piccola città nel cuore profondo dell’isola, contrariamente a certi paesi vicini sprofondati nell’oscurantismo e nell’oppressione, manifesta una vita intellettuale, culturale e artistica come raramente ho conosciuto in Sicilia. Professori, teologi, preti vicini alla teologia latino-americana della liberazione, storici, urbanisti, architetti, uomini moderni, liberi, coraggiosi. L’esatto opposto di una potente famiglia di un paese vicino che dietro un’apparente facciata democratica si appropria e privatizza i beni pubblici, opprime, si pone fuori da ogni legalità, schiavizza decine di migranti arrivati da poco facendoli remunerare con poco più di un tozzo di pane.

*

Differenze umane e sociali così marcate mi lasciano stupefatto. Ne parlo via mail con lo scrittore Antonio Devicienti, una delle coscienze italiane più acute, colte e attente anche all’interno del mondo letterario. Originario dell’estremo sud dell’Italia, vive da decenni nell’estremo nord del paese. E’ appena rientrato da un breve soggiorno a Matera, in Lucania, e il 18 agosto, all’indomani dell’attentato di Barcellona, mi scrive:

«Buongiorno, caro Yves, […] e ciò che è avvenuto a Barcellona conferma che molti poeti europei sono ciechi – la poesia pura è una forma d’indifferenza e di disprezzo nei confronti dell’umanità. Pasolini, ad esempio, che gira il suo Vangelo secondo Matteo a Matera (una città situata in una regione a ovest del Salento), riflette sul dolore degli uomini e sulla distanza enorme tra l’idea di Dio e la condizione umana (come l’ha definita Malraux). La situazione siciliana non è affatto qualcosa di «pittoresco», ma è tragica e inaccettabile perché si tratta di una condizione di feudalità e illegalità nel cuore dell’Europa; ciò significa che i giovani siciliani sono costretti essi stessi a vivere in una situazione di arretratezza e di illegalità se non decidono di abbandonare l’isola – pochi di loro hanno il coraggio di restare e di opporsi; ma la loro vita è molto dura ed essi devono lottare anche contro una mentalità assai diffusa che spesso appartiene alle loro famiglie che non li comprendono affatto. C’è stato un periodo nel quale la speranza ha attraversato tutta l’Italia, non solo la Sicilia, parlo degli anni nei quali Giovanni Falcone e Paolo Borsellino hanno lottato contro la mafia non solo con gli strumenti della legge ma anche della cultura: parlavano di una «cultura della legalità». Credevano che i giovani dovessero apprendere questa cultura – ma sono stati uccisi e la disillusione si è impadronita degli spiriti; la Sicilia è una terra a sé ma è anche l’Italia che non vuole cambiare. La rassegnazione e l’illegalità diffusa bloccano il progresso; Tomasi di Lampedusa spiega molto bene una situazione del genere nel suo romanzo Il Gattopardo, ma è meglio leggere Leonardo Sciascia, Danilo Dolci, Ignazio Buttitta per comprendere pienamente questa terra meravigliosa e ostile».

«Un’Italia che non vuole cambiare»; ma la formula non si adatta anche all’intera Europa, a nord come a sud? Un’Europa del consumismo e della «società dello spettacolo»… La riflessione intensa della Mittel-Europa di lingua tedesca prima della catastrofe nazista non è ancora riuscita a produrre un secondo risveglio. Né Celan, né la Bachman, né il Gruppo ’47 ci hanno lasciato un impulso veramente decisivo. Succede così, purtroppo, che René Char rimanga troppo spesso un isolato, come pure Pasolini. Carena incontra difficoltà a costruirsi. Ma si costruisce. Abbiamo tenacia, vigilanza, volontà, creatività per costruirla.

*

La domenica di primo mattino e ogni sera della settimana la piazza del grande mercato di Catania è vuota. Il cantiere navale della Carena futura è vuoto, il bacino di carenaggio è vuoto, il grande anfiteatro è vuoto. Rarissimi passanti attraversano in diagonale la piazza. È silenziosa. Il dialetto è risalito nei sobborghi sotto il vulcano, i migranti che tentano un po’ di commercio sono ripiegati altrove. Tuttavia l’alta marea della parola, anche confusa, anche inquinata, ritornerà domani. I migliori portatori di questa parola futura non sono certamente i nostalgici del 1922, non gli innamorati estetizzanti dell’arte per l’arte, non i teppisti, i piccoli ladri, i maschilisti, i violenti.

E tuttavia accanto ad essi, smagriti e disorientati, arrivano e vivono i migranti attuali che sono ormai al limite estremo della loro umanità, della loro energia, della loro volontà; vengono da culture molto spesso orali, di una profondità animistica e di una dimensione comunitaria considerevoli. Nel Sahara, in Libia, sul mare hanno appena subìto una successione di prove iniziatiche spaventose, come Abdou strappato violentemente al suo sogno calcistico. Sono sopravvissuti. Sono diventati un esempio vivente di quella dignità e resistenza che ci piacerebbe riconoscere in noi stessi. Eccoli, nel pieno della loro capacità umana, in grado di dare la massima espressione alla parola che è germogliata di nuovo in loro; si trovano sulla piazza del mercato, sul suolo dell’Europa, su un suolo troppo spesso ridotto a una palude, un suolo fangoso dove non si parla ma si fugge, si elude, si schiva.

*

Ancora una volta tutta la squadra catanese al lavoro per Carena si riunisce poco prima del mio ritorno in Francia. In una casa più vicino al centro della città. I suoi muri sono coperti di opere di arte contemporanea siciliana, decine di spunti per il grande dibattito in corso; le opere su tela e carta sono sul punto di rivelare ognuna qualcosa della parola. Materiali per la Carena da costruire. I nostri suggerimenti di futuri attori, costumista, regista, autore, refrattari a ogni forma di sentimentalismo, sono finalizzati a costruire. Insieme.

*

Durante questo soggiorno di agosto in Sicilia ogni mattina e ogni sera che passo a Piazza Armerina mi fermo davanti al grande affresco anonimo della Sentenza di Caïphe, nel chiostro di San Pietro. Sì, «il giovane dio-figlio di un dio-uomo» reclina la testa e aspetta ciò che sta per scaturire dal grande dibattito umano sulla piazza brulicante dove gli argomenti si confrontano. Sì, il pittore o i pittori anonimi del sedicesimo secolo giustappongono gli strati di colore, i diversi volti, i filatteri con lettere maiuscole in latino; è il rumore del cantiere della Carena che qui il Rinascimento declinante ha cominciato a produrre. La Sicilia fatica a tirarsi fuori dal feudalesimo, brucia di dolore, ma, nonostante ciò, spiriti aperti e liberi fanno di tutto per estrarre la parola dal suo suolo straziato. Certo, proprio dall’altra parte dello stretto di Messina, la vecchia Europa ha edificato delle necropoli di ovattata letteratura scritta e di estetismo individualistico. Ma l’affresco della Sentenza di Caïphe, pur con tutte le sue lacune attuali, mostra che la parola non è necrotizzata, che è plurale e che l’apporto dei migrati ne costituisce un’insperata linfa vitale.

 

 

Radoub

(en Sicile, août 2017)

Des heures de voyage par-dessus les Alpes dures et sombres, la péninsule italienne aux collines mouvantes, la mer, les volcans jaillis en pleine mer au nord de la Sicile, un bref survol du centre chaotique de l’île roussie par la sécheresse: il est bon de s’arrêter avec les amis retrouvés, Carlo, Pia, Anna, Francesca, au bar populaire juste à côté de l’aéroport de Catane. Un rond-point. Au milieu, peint en rouge et couvert de poussière, un petit avion d’entraînement militaire, posé de biais sur trois étais. Il ne vole vers rien. Dedans, les sièges pour deux personnes. Vol vers rien. Elan pourquoi, pour quoi, pour qui? Les cars qui partent vers toute l’île font un tour rituel autour du petit avion.

Au bar, récemment agrandi dans le kitsch le plus brillant pour afficher la prospérité, le faux marbre, la réussite qui se goinfre, une clientèle seulement sicilienne; aucun étranger. Et toujours, sur le trottoir, des buveurs de bière parlant fort, en dialecte, hommes de la quarantaine, gros, aux gestes puissants et intimidants, tous bravaches, démonstration théâtrale. Tatouages et moustaches, testostérone débordante. La patronne tient la caisse, femme généreuse au parler fort et au regard royal.

*

Dès le lendemain de mon arrivée, Ankindé, migrant malien arrivé en barque il y a trois ans, veut me voir. Il me présente aussitôt un mineur ivoirien, arrivé il y a peu, de la même manière, Abdou D.. Abdou veut absolument me voir puis me parler. Nous nous asseyons à une table de bar. A voix basse, lente, parfois presque inaudible, se tordant les mains, Abdou me dit ceci: il n’a fait aucune étude, sauf un tout petit peu d’école coranique pour apprendre à dire la prière. Avec un ami de trois ans son aîné il s’est enfui par idéal du football afin d’intégrer un club professionnel au Maghreb. Leur fugue les conduit dans des groupes de «jeunes espoirs» au Maroc puis en Algérie, où, logés et nourris, ils s’entraînent, mais ne sont finalement pas retenus. Ils vivent plusieurs mois dans la rue à Oran. Décident d’aller en Lybie, persuadés d’y trouver facilement du travail pour financer une entrée en club. Les voilà à Tripoli maçons au noir chez un patron. Un jour tous les trois tombent sur un barrage d’hommes armés. Le patron est emmené à part. Les deux jeunes sont enfermés avec des dizaines d’autres assez jeunes Africains noirs dans une grande pièce. On les nourrit une fois par jour. Les gardiens apportent de temps à autre des téléphones portables pour que leurs prisonniers soutirent de l’argent à leurs familles, tandis que certains d’entre eux, battus, hurlent. Quand la récolte n’est pas suffisante, les gardiens tuent quelques prisonniers au hasard.

Un soir on dit à tous les prisonniers de monter sur un camion, qui les conduit à la mer. Au bord de la plage, un gros canot pneumatique. Aucun des prisonniers n’avait demandé d’aller en Europe. Ceux qui refusent de monter sont tués tout de suite. Dans la nuit le canot est poussé loin au large par des petites barques qui, elles, ont des moteurs puissants. Puis il est abandonné. Dès l’aube les gens voient que le canot prend l’eau, s’enfonce lentement. Ils crient. Un cargo passe sans s’arrêter. Un navire militaire italien s’approche enfin. Un mouvement trop vif de ces dizaines d’hommes renverse le canot, la moitié d’entre eux meurt noyée. Voici Abdou en Sicile, en Italie, en Europe, ce que comme ses compagnons de «voyage» il n’a jamais désiré.

Ankindé et Abdou me disent immédiatement qu’ils veulent poser leurs mots à côté des miens sur un quadriptyque ; comme je l’ai fait tant de fois dans les années précédentes avec Ankindé, Alaye l’homme si intelligent et si humain, Husséni, Kanil… Nous allons à la boutique de matériel artistique puis, en effet, créons aussitôt un quadriptyque. Avec difficulté Abdou écrit un aphorisme en dioula, sa langue, et en français; Ankindé le fait en soninké et en français, moi en français seulement. Abdou maintenant sourit. Je l’ai revu une fois à Catane. Depuis il communique fréquemment avec moi par Whatsapp.

*

Après avoir fait son tour rituel autour petit avion rouge le car gagne le centre de l’île et monte vers Piazza Armerina. Relief assez fort, quelques échines calcaires. Tout est déboisé depuis des siècles, trop de chèvres dès l’Antiquité. Rares arbres, figuiers de Barbarie, cyprès. Immenses ondulations beiges, blanches, dorées, la terre en sa sécheresse, en sa misère, en sa solitude. On peut s’amuser à faire des photos esthétisantes, certes. Mais c’est le labeur de la terre, dans toute sa tension, son désespoir et son irréductible espoir qui se montre ici. Labeur impudique, fier, cru, nu. Très peu de cultivateurs se voient. Un vieux tracteur. Une vigne desséchée au flanc d’un coteau. Les collines brûlées de soleil, presque sans tapis végétal, écorchées vives; vivantes d’une résistance intense.

*

Derrière quelques bourrelets de collines monte verticalement dans le ciel vide une énorme masse nuageuse blanche, brune sur un côté. Le car ralentit. Le chauffeur hésite. Puis reprend notre montée. La masse de fumée est épaisse. Les plantations récentes d’eucalyptus et de pins autour de Piazza Armerina brûlent. Neuf incendies dont certains sont tout sauf spontanés. Dans des virages avant Piazza des automobilistes à pied devant leurs voitures, des carabiniers, des pompiers. Les flammes se tordent jusqu’en haut des arbres. A travers la fumée le soleil brille rouge. Des cendres volent en tous sens, des feuilles longues d’eucalyptus, calcinées

*

Au grand marché de Catane on vend fruits, légumes, viandes, poissons, à grand renfort de cris et de litanies en dialecte. La canicule d’août fait déployer des parasols rectangulaires blancs partout.

Marchands de toute sorte d’objets aussi. Les marchands étrangers, Arabes, Chinois, Africains noirs, sont cantonnés sur les bords de la place. Echanges très intenses, bruit humain en tous sens, foule lente. Quelques bars de plein air, des « kiosques », avec trois ou quatre tables en plastique. Près d’une profusion de bouchers de viande de cheval, un kiosque parmi les déchets, les cageots, les vespas. Cinq ou six fauteuils en plastique, universels dans le Tiers-Monde. De vieux hommes s’y affalent. Plaisanteries viriles en dialecte. Gestes provocants, insultes théâtralisées et, hop, une bière. A nouveau affichage pathétique de virilité dans des cris et des moulinets de bras et des rejets de tête. «Ah, du temps de Mussolini, nous avions tous du travail!». Des hommes jeunes, tatoués, aux visages tailladés, aux mines de lutteurs, vendent trois oignons et du raisin, crient en dialecte. Assis, les vieux rient avec eux.

La semaine dernière une rixe très violente a éclaté entre des fils de paysans qui viennent vendre leurs courges et des Sénégalais qui poussent leurs minuscules étals à roulettes couverts de chaussures de pacotille. La police municipale reste sur place pour empêcher que l’incendie de la rixe ne reprenne.

*

Le quatrième soir de ce séjour d’août se réunissent dans la banlieue nord de Catane, au pied du volcan silencieux ce mois ci, une douzaine de personnes autour d’Anna Di Mauro, la metteuse en scène qui adapte et prépare la création théâtrale de Carène pour la fin de l’année en ville. Carène, épopée en cinq actes des migrants arrivant en Europe par la Sicile. La nuit nous enveloppe vite. Aucune question lente, aucun de ces errements compassionnels qui entravent la pensée et l’action, aucune lourdeur fusionnelle. Les participants sont non pas des acteurs professionnels mais des amateurs éclairés, de haut niveau, tous lucides et conscients de l’indispensable rencontre de civilisations, salutaire et tragique, qui se produit ces années-ci sur les côtes et les collines de la Sicile. Ils sont médecin, assistant social, secrétaire de direction, professeures, sculpteur, historienne de l’art, costumière, vulcanologue, photographe, cinéaste, psychologue… Ils sont une haute conscience sicilienne, vigilante, agissante. Jusque très tard nous parlons abondamment du sens, des orientations de Carène, de la forme poétique et théâtrale de cette œuvre, loin de l’instinct de propriétaire qui trop souvent guinde le récit romanesque, forme européenne s’il en est.

*

Sur la petite place du centre de Catane où se trouve la boutique de matériel artistique, je dîne un soir de trois fois rien. La serveuse, jeune, chantonne devant quatre célibataires misérables, machistes, hommes durs, grands buveurs de bière, chômeurs. Les remugles sexistes et racistes surgissent. La serveuse les fascine. Ils accèdent à une sorte de bonheur. Ils ne font pas attention à la forme ni à l’orientation de ce bonheur.

*

Face à la colline où se déploie le quartier le plus médiéval et labyrinthique de Piazza Armerina, se dresse derrière un stade le couvent capucin San Ippolito et son église. Mes amis me conduisent y voir un très étrange retable de maître autel, du début du dix-septième siècle, du peintre Paolo Piazza: sur un plat orné la ville de Piazza Armerina est portée en offrande par plusieurs saints personnages, genou au sol, à la Madone. Celle-ci occupe la moitié supérieure du retable et tient sur un autre plateau, sur ses genoux, un Christ enfant. L’œuvre est d’une surprenante originalité, et d’une composition puissante: un vaste cercle est suggéré dans la moitié supérieure du retable par des angelots en haut, des palmes en bas. Ce cercle n’a pas de centre net, hésitant entre l’infans allongé sur les genoux de la Madone et la ville dressée sur le plateau du bas. Ville comme préfiguration d’un dieu, encore jeune et dont le destin tragique et salvateur ne se joue pas encore? Dieu-homme en devenir dont la racine est non pas en un arbre de Jessé, mais le remuement d’humanité, de parole, de roc et de pierres d’une ville médiévale qui était un intense foyer intellectuel dans la Sicile passée, complètement en opposition à certaines situations féodales dont souffre mainte cité sicilienne actuelle ? Forme générale d’une possible autre carène ?

*

Et justement Piazza Armerina, petite ville au cœur profond de l’île, contrairement à certains bourgs proches enfoncés dans l’obscurantisme et l’oppression, manifeste une vie intellectuelle, culturelle et artistique comme j’en ai rarement connu en Sicile. Professeurs, théologiens, prêtres proches de la théologie latino-américaine de la libération, historiens, urbanistes, architectes, que de personnes modernes, affranchies, courageuses! L’exact opposé d’une puissante famille d’un bourg proche qui sous un maquillage républicain détourne et privatise le patrimoine, oppresse, se place en dehors de toute loi, asservit par dizaines des migrants arrivés de peu en les faisant rémunérer d’à peine une bouchée de pain.

*

De tels contrastes humains et sociaux m’étonnent. J’en parle par mail à Antonio Devicienti ; écrivain, une des consciences italiennes les plus aiguës, les plus cultivées et les plus vigilantes dans le cœur même du travail littéraire. Originaire de l’extrême sud de l’Italie, il vit dans l’extrême nord du pays depuis des décennies. Il rentre d’un bref séjour à Matera dans les Pouilles et me répond par mail ceci le 18 août, le lendemain de l’attentat de Barcelone :

«Bonjour, cher Yves; …et ce qui s’est passé à Barcelone confirme que beaucoup de poètes européens sont aveugles – la poésie pure c’est une forme d’indifférence et de mépris envers l’humanité. Par exemple, Pasolini qui tourne son Evangile selon Mathieu à Matera (la ville est située dans une région à l’ouest du Salento) réfléchit sur la douleur des hommes et sur la distance énorme entre l’idée de Dieu et la condition humaine (comme l’a nommée Malraux). La situation sicilienne n’est pas tout à fait «pittoresque», mais tragique et inacceptable parce qu’il s’agit d’un état de féodalité et d’illégalité au coeur de l’Europe; ça veut dire que les jeunes Siciliens eux-mêmes sont obligés à vivre dans une situation d’illégalité et de féodalité s’ils ne décident pas d’abandonner l’ile – peu entre eux ont le courage de rester et de s’opposer, mais leur vie est très difficile et ils doivent lutter aussi contre une mentalité très diffusée qui appartient souvent à leurs familles mêmes qui ne les comprennent pas. Il y a eu une période dans laquelle l’espoir a traversé toute l’Italie, pas seulement la Sicile, c’est à dire les années dans lesquelles Giovanni Falcone et Paolo Borsellino ont lutté contre la mafia pas seulement avec les moyens de la loi, mais aussi de la culture: ils parlaient d’une «culture de la légalité». Ils croyaient que les jeunes gens devaient apprendre cette culture – mais ils ont été tués et la désillusion s’est emparée des esprits; la Sicile est une terre en soi, mais elle est aussi l’Italie qui ne veut pas changer. Résignation et présence très forte de l’illégalité bloquent le progrès; Tomasi di Lampedusa explique très bien cette situation dans son roman «Il Gattopardo«, mais il est mieux de lire Leonardo Sciascia, Danilo Dolci, Ignazio Buttitta pour mieux comprendre cette terre merveilleuse et hostile.»

«Une Italie qui ne veut pas changer»; mais la formule ne vaut-elle pas aussi pour toute l’Europe, du Nord comme du Sud? Europe du consumérisme et de la «société du spectacle». La réflexion intense de la Mittel-Europa de langue allemande avant la catastrophe nazie ne parvient pas encore à se trouver un second souffle. Celan ni Bachman ni le Groupe 47 ne nous ont redonné vraiment un élan essentiel. Malheureusement René Char reste trop souvent solitaire, Pasolini aussi. Carène peine à se construire. Mais se construit. Nous avons ténacité, vigilance, volonté, créativité pour la construire.

*

Tôt le dimanche matin et chaque soir de la semaine la place du grand marché de Catane est vide. Le chantier naval de la Carène à venir est vide, le bassin de radoub est vide, le grand amphithéâtre est vide. De très rares passants traversent en diagonale la place. Elle est silencieuse. Le dialecte est remonté dans les faubourgs sous le volcan, les migrants qui tentent un peu de commerce se sont repliés ailleurs. Pourtant la marée haute de la parole, même confuse, même polluée, reviendra demain. Ne sont pas les meilleurs porteurs de cette parole à venir les nostalgiques de 1922, les amoureux esthétisant de l’art pour l’art, les voyous ni les petits voleurs, les machistes ni les violents.

Et pourtant à côté d’eux, maigres et désorientés arrivent et vivent les migrants actuels qui sont allés à la pointe extrême de leur humanité, de leur énergie, de leur volonté; eux qui viennent de cultures très souvent orales d’une profondeur animiste et d’une culture non individualiste considérables. Dans le Sahara, en Lybie, sur la mer ils viennent de subir une succession d’épreuves initiatiques effrayantes, tel Abdou kidnappé dans son rêve de football. Ils ont survécu. Ils sont devenus très grands dans une dignité et une résistance que nous aimerions connaître pour nous-mêmes. Les voici, au comble de leur capacité humaine, à la pointe de la forme de la parole qui a re-germé en eux; ils se trouvent sur la place du marché, sur le sol de l’Europe, sol trop souvent sorte de marécage, sol fangeux où on ne parle pas, mais on fuit, on élude, on esquive.

*

A nouveau toute l’équipe catanaise de travail pour Carène se réunit peu avant mon retour en France. Dans une maison plus proche du centre de la ville. Ses murs sont couverts d’œuvres d’art contemporaines siciliennes, propositions par dizaines pour le grand débat contemporain; les œuvres sur toile et papier sont sur le point chacune de libérer quelque chose de la parole. Matériaux pour la Carène à construire. Nos propos, futurs acteurs, costumière, metteuse en scène, auteur, loin de toute sentimentalité, cherchent à construire. Ensemble.

*

Pendant ce séjour d’août en Sicile chaque matin et chaque soir que je passe à Piazza Armerina je m’arrête devant la grande fresque anonyme du Jugement de Caïphe, dans le cloître de San Pietro. (Sur ce blog j’ai plus d’une fois écrit au sujet de cette fresque). Oui, «le jeune dieu-fils d’un dieu-homme» incline la tête et attend ce qui va sortir du grand débat humain sur la place grouillante où les arguments s’échangent. Oui, le peintre ou les peintres anonymes du seizième siècle juxtaposent les à-plats de couleur, les visages variés, les phylactères de latin en majuscules ; c’est le bruit du chantier de la Carène qu’ici la fin de la Renaissance a entrepris de construire. La Sicile peine à s’extraire de la féodalité, brûle de douleur, et pourtant des esprits ouverts et libres font tout pour excaver la parole de son sol meurtri. Certes, juste de l’autre côté du détroit de Messine, la vieille Europe a édifié des nécropoles de suave littérature écrite et d’esthétisme individualiste. Mais la fresque du Jugement de Caïphe, y compris avec ses lacunes actuelles, montre que la parole n’est pas nécrosée, qu’elle est plurielle et que l’apport des migrants en est une inespérée sève vive.

1 commento su “Carenaggio”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.