Me and my bones

Presentiamo alcuni testi tratti dalla raccolta inedita “Me and my bones” di Anna Maria Spalloni, opera prima che sarà pubblicata integralmente nei “Quaderni di RebStein”. Un grazie particolare va a Flavio Almerighi che ci ha fatto conoscere questa voce poetica matura e sicura, capace di dominare la materia verbale e di costringerla in sequenze di versi che creano, in quasi tutte le composizioni, trame ritmiche di affabulazione pura. [gem-rebstein]

 

Anna Maria Spalloni

 

ME AND MY BONES
(Mi chiedo se ti piace guardare una donna
mentre si trucca)

 

 

 

MRS A. 2

Esco
Esco da tutto
Non vi capisco
Vi leggo, vi sogno
Vedo i colori che vi ballano intorno
E vorrei avvertirvi
Del nero che tremulo v’invade
Del rosso che vi sta trapanando un ginocchio
Del giallo che vi infila dai garretti
E tra un po’ di voi farà lo scalpo
Mai del verde
O molto poco…
Perché?
Potrei aggiustare la chimica delle mie mani
Ma la prendereste come un’avance
Allora provo a modulare un canto sanatorio
Mi avete cacciata come un’invasata
È giusto!
È giusto!
Meglio se mi trucco
Metto su un vestito
Quello del manichino
Anzi già che ci sono metto su tutto il manichino.
Giusto!
Ora sono come voi.
Siamo gente di plastica
E aggiusto la mia voce
E cambio le mie diottrìe
E finalmente vi vedo
E canto i diorami che con tanta pertinacia vi cucite intorno
Eppure..
Sono sempre un passo dietro di voi
Perché?

Vi vedo..
Avete sempre il pezzo di carne giusto
Da far ingoiare al prossimo
La cartina al tornasole in tasca,
La riprova che tutto torna.
La scatto alla moda
À la page
Up to date
A A A come prima cosa
A … qualche cosa.
Eppure…
Vedo buchi da tutte le parti
Avete corpi mitragliati
Mi viene voglia di mettervi le mani addosso
Non so se per parare i fiotti che vi portano in gloria
Oppure…

Eppure
Io sono qui che ancora ne parlo
Dì tu:
Passiamo alla parola dopo
O facciamo l’amore?

 

*

 

 

 

Dead man

Compimmo il camino io e te
con dardi e teste trafitte;
legate alle caviglie
cordicelle leggere che ci trascinavano dietro
teorie sbagliate e svariate foto di amanti
che pigolavano,
piccole gazze malnutrite…
Anime ladre.
Ed ogni mugugno d’amore incistava e suppurava le nostre trafitture.
Il centro era stato della vita
la miniera, la fucina, il battere sordo dei giorni
che sotto s’accuccia e ti tiene in guardina.
Staccammo la spina un pomeriggio di luglio,
a ragnare l’azzurro bollente
solo un caldo fiotto di sangue
smodato e maldestro,
piantato in mezzo alle costole.

La metallurgia del trapasso compiva l’atto magico,
cavava pietre preziose dalle nostre vite annacquate.
Restammo per un poco,
a rimirare le capriole dell’anima.
Trafugammo ciò che ci sembrava nostro
e uscimmo
coi volti sudati
pienamente raddolciti.
Nelle mani un album di istantanee.
Con occhi smagati e con un filo di voce…
“Ce l’ho, ce l’ho
Mi manca…
Ce l’ho, ce l’ho
Mi manca
Ce l’ho, ce l’ho
Mi manca.”

 

*

 

 

 

Hans il doganiere

Ieri sera ho incontrato Hans
Il doganiere che vive sulla torretta del ponte
Lo si vede che spesso fa capolino dall’oblò
lo riconosci perché ha un occhio strabico.
E perché spesso lo vedi con una scarpa in mano
Hans ama le scarpe, se ne prende cura
E le ripara.
Ieri sulla striscia nera di legno
sulla striscia che passa da parte a parte questo pezzo di terra
Hans mi ha baciata con la ruota della sua bicicletta
Mi ha baciata con le sue labbra
ed io ero felice.
Mi ha donato 4 pesci
“che 4 è un numero sfigato come me”, dice Hans
dietro ad un sole che ci crocifiggeva.
Poi si è rollato del tabacco.
E per tre minuti, tre..
E non di più..
mi ha parlato dell’arte di tagliare
la pelle.
Fessure strette
“Narrow slits” e così crea un tessuto col quale fabbrica borse e oggetti vari
“Narrow slits” mi dice , mentre fuma senza filtro.

hans intaglia la pelle e la fa a strisce , e poi a quadretti,
e poi ci fa delle cose, ci fabbrica cose.
Compra l’insalata al mercato della piazza, ripara le scarpe alle donne, e le donne lo cercano.
È bello Hans, è alto e porta maglioni fatti a maglia
“Narrow slits”, dice
“My wife is a knitter” dice.
Pesca nella darsena;
nessuno l’ha mai vista “sua wife”.
Quando ripara le scarpe pensa al dolce giglio bianco che ha fatto a pezzi.
La uccise una mattina d’aprile.
Soffiava un’arietta cruda e la finestra della torretta di botto si spalancò. Lui aveva un gran mal di stomaco quella mattina. Lei aveva appena telefonato all’orefice per comunicargli la misura degli anulari.
Ma questo è solo nella sua testa e nella pancia del pesce che ha pescato. Nessun altro lo sa.
Quello che trovarono dopo 6 mesi era la pelle secca di giglio bianco e i biondi capelli suoi, messi sopra una testa di polistirolo, di quelle che reggono parrucche.
Ora Hans tiene tra l’indice e il medio del tabacco Drum appena rollato.
Mi parla di esche, di fili di nylon e di piccoli piombi
Dalla darsena arriva una folata di vento che gli scompiglia i capelli.
Ci salutiamo,
ci baciamo con le ruote delle nostre biciclette
domani ci rivedremo
e parleremo di pesci preistorici.

 

*

 

 

 

Acquario

ti sposti un attimo?
Con la tua testa dico,
Sto guardando l’acquario che hai dietro il tuo cervello
Ci stanno girando due pesci rossi che non si incontrano mai
Scusa ti sposti..
È una vita che guardo dietro il tuo cervello..
Lo sai che ci nuotano dentro, lo sai questo?
Due piccole e silenziose carpe
Una ha un occhio gonfio
Qualcuno deve avergli tirato una bella sassata.
Ora quella con l’occhio gonfio
si è fermata proprio in direzione del tuo cervelletto.
Sta lì e punta la tua amigdala
La punta solo perché c’ha un bel nome.
Anche lei è affascinata dai nomi
Sì, quel giorno ti ho suonato al citofono,
Hai detto che stavi trombando,
è per questo che non sei sceso.
Quel giorno mi ci sono attraccata al tuo citofono
Attraccata sì, come fossi stata un bastimento carico
Di lini profumati
Una balena bianca..
O la tua amigdala importunata dalla carpetta rossa
Ok pace fatta.
Ora fai un largo giro capretta mia bella
Ora, carica tutto il possibile
e vattene.
Hai preso peso nel frattempo
E perso attrezzi strada facendo.
Al sud mi vogliono.
Sulle terre del sacramento ho sparso il mio Bene
Sulle terre giallo ocra ora impasto i miei umori.
Please,
in questo preciso istante
Dai spazio allo spaziabile,
A sud mi bramano,
Dove il sole si straccia le vesti prima di scomparire,
Dove il sole bruca la terra e bacia
Le braccia mie nude.
Scusa, ti sposti un attimo
Sto guardando l’acquario che hai dietro al tuo cervello.

 

*

 

 

 

Amore 1

Io adesso sento solo il rumore delle mie ossa
Che poverette battono i denti..
Fanno un rumore che sembrano il martelletto del timpano
Quando ci dormi, sopra il cuscino.
Allora io infilo la sordina nel pertugio appena sotto il petto
Tanto lì c’è un bel buco
e lo stura lavandini ci entra per bene.
Ci dormirò sopra, poi domattina stappo via,
Tiro fuori tutto..
Devo solo far attenzione alla Vena Porta
Che se tiri via forte è un bel casino,
scappa fuori un fiume rosso che non lo pari più
Che inonda tutta la stanza e tutta la roba che ti sta intorno.
Una volta il mio amore lo ha fatto
E allora io poi l’ho raccolto
Con le braccia fatte a forma di Madonna
A forma di Pietà
E poi
non ci siamo più visti.

 

*

 

 

 

Santa Maria della Pietà

L’occhio nero del padiglione abbandonato
File di calce e blocchetti
A tappare, come oscure cataratte,
la noia dei fagotti dimenticati.
“Dentro c’era tutto, sai, gli occhiali, le matite
I libri di preghiera, un portacipria, le cartoline dei propri cari.
Pure i ricordi erano pericolosi in manicomio”
Un piccione tubante mi spia da una soglia
ed io appesa ad una sbarra.
Un uomo che sembra una donna corre ansimante e sudato sui vialetti
Un albero secco, come un gigante ingrugnito,
Si è dolcemente posato sul tetto erboso
Di uno dei tanti scheletri dimenticati.
Ora, mi appendo con le ginocchia,
Mi metto a testa in giù
Come fossi un pipistrello
E guardo questo grande parco
Due piccoli indiani giocano a Cricket sul prato di fronte
Un padre insegna a suo figlio come ricevere il colpo
Come fossi un pipistrello
Guardo al contrario
Che questa dei “matti” è una storia al contrario.

 

*

 

 

 

casa

Il rincospermum che ricopre il cubo giallo ocra
nel quale trascorro solitari e assolati pomeriggi agostani
è turgido.
A bocca spalancata respira e lecca l’azzurro
con strali di pomice bianca.
Due ragni spleroidi, ammiranti l’arcobaleno,
al suono dell’acqua
dell’annaffiatoio
fanno su e giù sul loro nylon,
si rispecchiano nello spettro del prisma,
difendono i fili emanati
piccoli arcolai rinsecchiti!
Con le loro carcasse rachitiche,
veloci come manine di arpista
Sono un tutt’uno con me e con le unghie dei miei piedi.
Cerco la lampo di questo tessuto verde che è la vita
cerco di squarciare il velo oltre il quale saremo
polvere di stelle
Uniti.
Il rosario dei miei amanti turbina
fronzolano tra il pollice e l’indice
Li spolpo,
come fossero acini d’uva.
Stanotte allattavo mia figlia
piccola testolina bionda
dritte io e lei
con lame taglienti
dritte
Con giunchiglie odorose che ci adornano i petti.
Un crumble di fragole
Profuma, dalla cucina
questo ultimo quarto di esistenza

 

*

 

 

 

L’appeso

Qui è tutto da rifare
Smonterò questo acrocoro di pensieri
Che mi orna lo scheletro
Come fosse un merletto all’uncinetto
E allora spostando la sedia
Non barcollerò più
Aggiusterò le mie diottrie
E saprò dove appoggiarmi
Alla fine del bicchiere,
Ci sarà qualcuno a prendermi
Se mi prende lo schiribizzo
E mi tuffo
Dalla torre alta.
Pardon, se vi amo tutti
E mi perdo per poco tempo,
Sulle squame di roccia appena rappresa
Che mi tengo stretta
Navigando tra pertugi rossi di dolore
È una Vita che faccio così
Una vulva sana con umori di pianto.
Continua donna
Continua

 

Mi chiamo Anna Maria Spalloni. Nasco a Roma il primo luglio 1967, cancro ascendente scorpione. Dopo una laurea in lettere, mi metto a fare l’attrice, una passione che mi nasce vedendo Eduardo in tv da bambina. Recito soprattutto in teatro, spesso testi miei. Di mestiere vivo. Vivo le mie storie e quello che c’è appeso.. Se sto ferma muoio, forse è per questo che corro; corro in mezzo agli alberi e vicino all’acqua possibilmente. Quando le gambe chiedono un “time out” mi metto a leggere, oppure studio le lingue antiche, quelle che la gente chiama le lingue morte. Certe volte la sera lavoro a maglia, ma in un modo che qui in Italia conoscono in pochi; un moto circolare senza interruzioni ed andate a capo: per me è un mantra, una forma di preghiera e mi dà concentrazione, mi aiuta ad andare al di là delle figure, al di là di ciò che appare. Trovare l’anima delle cose, delle storie, l’essenza… di un pensiero, di un gesto, di qualsiasi cosa, questo è quello che amo fare. Mi chiamo Anna, di mestiere, oggi, scrivo, poesie.

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