La scelta dell’eresia

Luigi Reitani

La scelta dell’eresia

In una celebre scena del Faust di Goethe l’anziano professore si accinge a tradurre il Vangelo di Giovani, riversando in questo progetto i suoi sentimenti critici verso l’angustia del sapere che lo circonda. A differenza di quanto aveva fatto Lutero, tuttavia, Faust non porta a termine l’impresa, anzi si ferma già dopo poche parole. Ma prima il logos, ciò che era in principio, si trasforma nella sua mente e nella sua penna in Sinn (“senso”), Kraft (“forza”) e infine in Tat, l’azione dinamica.

Nessun altro passo della storia letteraria illustra meglio il nesso che intercorre tra eresia e traduzione. L’impegno ermeneutico di Faust è una rivolta contro il dogmatismo, contro il canone stabilito dell’interpretazione. Al Wort, alla parola come equivalente di logos, Faust non vuole e non può fermarsi: “ich muß es anders übersetzen” (“devo tradurre diversamente”), esclama, invocando l’illuminazione dello spirito. Ma subdolamente Goethe lascia che nella stessa scena appaia sullo sfondo, dapprima dimenticato e poi sempre più invadente e minaccioso, il cane che si rivelerà essere infine Mefistofele. Abbaia, il diavolo in sembianze da cane, perché spaventato dal testo sacro, oppure per interrompere la nuova versione di Faust? O era già essa il frutto della presenza del maligno, come appunto la Chiesa riteneva essere l’eresia?

Tradurre comporta una deviazione di senso, un allontanamento, una deriva più o meno controllata, una fedeltà nel tradire come solo gli eretici possono avere, nella convinzione che la verità sia altra da quella vulgata e meriti di essere propugnata con ogni forza, senza abiure. La traduzione implica una scelta: aíresis. Non è mai, la traduzione, piena equivalenza di senso, e dunque non è – non può essere – identità di pensiero. Ma essa si propone come tale e appunto in questo slancio – una diversità che assorbe e rilancia ciò che ha appreso – consiste il suo valore paradossale, che è anche il valore dell’eresia. L’insegnamento più autentico si ha nella capacità di generare salti e slittamenti di senso.

Il mondo ha bisogno di eresie così come ha bisogno di traduzioni. Ha bisogno che il pensiero si muova attraversando “fragili ponti sull’abisso”, subendo mutamenti e trasformazioni, senza fermarsi nel recinto di ciò che è dato. Solo i grandi maestri sono capaci di generare eresie e gli eretici sono spesso i loro allievi migliori, e – paradossalmente – i più fedeli.

Quando l’esaltazione del proprio io, la scoperta della soggettività, dirompe in Europa come un cambiamento epocale, nel Settecento, la storiografia dedica alcune delle sue pagine migliori agli eretici dei secoli precedenti. Nei seminari e nelle università del continente si leggono con entusiasmo le biografie di Giordano Bruno e dei suoi fratelli spirituali. Tra loro – oggi in gran parte dimenticato – vi è anche Giulio Cesare Vanini, condannato nel 1619 al rogo per eresia e ateismo a Tolosa.

A questa figura leggendaria è dedicata una poesia del più grande eretico della lirica moderna, Friedrich Hölderlin:

Vanini

Den Gottverächter schalten sie dich? mit Fluch
Beschwerten sie dein Herz dir und banden dich
Und übergaben dich den Flammen,
Heiliger Mann! o warum nicht kamst du

Vom Himmel her in Flammen zurück, das Haupt
Der Lästerer zu treffen und riefst dem Sturm;
Daß er die Asche der Barbaren
Fort aus der Erd, aus der Heimat werfe!

Doch die du lebend liebtest, die dich empfing,
Den Sterbenden, die heilge Natur vergißt
Der Menschen Tun und deine Feinde
Kehrten, wie du, in den alten Frieden.

*

Vanini

Di empietà ti tacciarono! con anatemi
Gravarono il tuo cuore, e ti legarono
Consegnandoti alle fiamme,
Santo uomo! perché, perché

Dal cielo non tornasti in fiamme, per colpire
Il capo dei blasfemi invocando la tempesta;
Perché scacciasse la cenere dei barbari
Via dalla terra, dal paese natale!

Ma colei che tu vivendo amasti, che ti accolse,
Morente, la natura sacra dimentica
L’opera degli uomini e i tuoi nemici
Tornarono, con te, nella pace antica.

Con quale violenza il soggetto si scaglia qui contro i difensori del dogma ed evoca lo scenario di una nemesi che rende fuoco al fuoco e ripaga con l’esilio chi ha esiliato! Alcuni anni fa, prima ancora che li traducessi, Andrea Zanzotto mi ha raccontato di restare turbato di fronte alla radicale irruenza di questi versi, appena contenuti dal gioco di simmetrie dell’ode alcaica. Anche la verità può essere violenta, nel suo impeto contro la menzogna, quando nel gioco delle parti (della politica, del costume) l’una è scambiata per l’altra. Eppure la “sacra natura”, scrive Hölderlin, impedisce la nemesi e assicura la pace agli stessi nemici del vero. C’è forse allora una occulta saggezza nell’indifferenza della natura, nella fuga degli dèi, nel Dio che ha distolto il suo sguardo dal mondo? Non produrrebbe ancora più violenza un mondo in cui l’eresia si trasformasse in dogma? Non è un bene, che l’opera degli uomini sia dimenticata? Che la verità sia occultata? Resa incerta dal dubbio? Tra le maggiori eresie di Hölderlin vi è quella di credere che la mancanza – intesa come assenza ed errore – di Dio aiuti l’uomo. La sua redenzione (se mai ci sarà) è affidata a se stesso. Alla sua aíresis, alla sua scelta nell’interpretare il mondo.

 

 

Tratto da:
Anterem, n. 72, 2006
Ora in:
Luigi Reitani, Sul crepaccio.
Riflessioni / Traduzioni

Saggio critico di Gabriella Caramore
Verona, Anterem Edizioni
“Itinera. Biblioteca Anterem”, 2014

2 pensieri riguardo “La scelta dell’eresia”

  1. Bellissime parole sulla traduzione, sul valore di ‘scelta’, e dunque rischio, che reca in sé. Ho altrove definito la poesia un’eresia e il poeta un eretico e dunque ritrovo nel testo di Luigi Reitani meravigliosamente unite poesia, traduzione ed eresia nella bellissima traduzione di Hölderlin. Grazie.

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