Declini

“La poesia di Marina Pizzi nasce dall’oscura trasparenza di un duplice ordine di segreti, il primo relativo al recupero, per frammenti, di alcune immagini di vita vissuta e l’altro relativo alle elaborazioni successive sollecitate dal cervello e dall’occhio tetro dell’inconscio per ricreare sulla pagina una “casa d’ombra” capace di accogliere le persone, i luoghi, i tempi nella loro essenza.
Gli esiti, tuttavia, dell’attività poetica della Pizzi vengono condizionati dall’inesausto bisogno di un sostegno sensoriale ed emotivo in cui il passato, allo stato di vortice interiore, possa in qualche modo uscire, disinnescando stati d’animo più o meno devastanti. Probabilmente la poetessa non si libera dell’angoscia ma certamente la rende più tollerabile e meno lacerante.
Da qui lo sfondo traumatico interiore risvegliato dall’ispirazione si riversa sulla pagina. Lo scomposto diventa forma di composizione, la magia del caso avvolge l’attimo fuggente, lo carica di echi, di riverberi, in cui l’esistere e lo sparire giocano, in un battito d’ali, la loro partita, in uno spazio senza tempo.” [dalla Prefazione]

 

Marina Pizzi, Declini
Prefazione di Bonifacio Vincenzi
Francavilla Marittima (CS), Macabor Editore, 2017

 

Testi

 

Declini

 

zuppe e declini all’angolo dell’ultima strada
quando le conventicole dell’ombra
a tutta manna brevettano la cenere
lieto il morire finalmente!

 

*

 

appunti di sorpassi da questo indietro
da questo corriere dei piccoli permanenti
vedere il mondo da indici di fagotti
comunque la perdita senza la fronte querula
starsene d’angolo in gola alla forca

 

*

 

un agguato e l’eremo è morente
un furto e la casa si balbetta
uno strattone e la foggia si straccia
un punto in più o meno e l’abaco si spacca
una preghiera e la cometa ne risente alla baldanza
un asilo e l’esilio dà viottoli di baci:
le conseguenze del minimo maggiore

 

*

 

la noia è la crosta del visibile
il grembiulino afono del gregge
apposta si va ai rituali al teatrino delle marionette
per perdere un po’ di noia
per scardinare le pozze del sangue
per farne aureole vivaci

 

*

 

un lamento di assolo in tutta la ronda
un lamento assoluto senza inizio né fine
è questo petto in forse ormai da sempre
in era di ecatombe, in breve velo
la pendula vela del morente
quando anche l’alunno muore
e ben presto il maestro è solo
un chicco e la risaia è immensa

 

*

 

Il credo della vedovanza

 

le case scavate in mille cimiteri
ogni casa una guerra di pianto
ogni pianto una guerra di schianto
con le valanghe che non arretrano mai
nel circondario un cortile dirotto
ricorda le infanzie le fantasie del bello
quando l’androne si apriva meraviglioso
una corsa di amore poter stringersi fidanzati

 

l’infanzia l’ho trascorsa in sanatorio
con i finestroni e le terrazze per il sudario col sole
quando il tempo sembrava infinito
e soffocare nel male una perversione della bussola
quando i gatti mangiavano gli avanzi
e i fili di luce truccavano le morie senza salvezza

 

*

 

oscùrati di per te sola
abbi pietà di te
pòrtati l’arcobaleno in gola!

 

le ore occidue all’amgolo della bocca
riparano ad un continente che fu corpo
quando fu sano
ora l’occaso tremulo del labbro
ha la stamberga della gara persa
in tutta la faccenda della sopravvivenza
la goliardia dell’ebete non servirà la festa
questa arenata manciata di rena
promessa a contarsi granello per granello.

 

*

 

l’angolo occiduo del buio profilarsi
canta da una pianola infante
un richiamo acrobatico qualora
un indice d’ombre un breve baratro
qui in pianura all’apice del vento
le fughe delle nuvole non temono
momenti di arcobaleno pur finanche
dal comatoso greto d’ultimo segreto

 

crolli declini giorni simultanei
il muso della notte.
l’estro del respiro per non morire
in collo alla fantesca del ricordo.

 

*

 

Nel parlottio dell’ombra

 

attorno alle fandonie della sera
il rigagnolo paria della notte
il libercolo dell’ombra a proiettile
dell’ora nera. il lupo che un po’ credulo
sconquassa le aritmie della foschia.
la ghiaia della darsena fa peso
al fondale che non turbina niente.

 

*

 

l’estetica del cielo
appena un peso di resina
da una tasca dimenticata
dove penuria e nudità
quasi un percorso dove
il tic del bacio faccia da vendemmia
l’era corta del furto qui in elenco.

 

*

 

ancora un giorno d’ombra e di verdetto
già postume le unghie nei capelli
nella malta cresciuta dentro i palmi
di piedi nudi mani nudissime
nel sima recidivo della rondine.

 

*

 

dammi una sottrazione ch’io possa ridere
della mania che colleziona
ad armadio i fiori recisi.
dammi un’addizione ch’io possa piangere
la marea insita alla nuca
ad angolare spettro senza gioia.
dammi un’attrazione ch’io possa dire
elemento di razione questo stare
malanno come strale quest’erba chiusa
braccata dalla sacca della notte.

3 pensieri riguardo “Declini”

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