Versi maciullati ed integri

Marco Ercolani

Nota di lettura a:

Marina Pizzi
Declini
(Macabor Editore, 2017)

«Con il lutto sull’iride ti guarda
erba baciata da uno sguardo appena

[…]

era che imparava da una lanterna
il tremolìo contento di esserci
nel sottobosco tremolante a far da scudo
alla morìa delle ombre

[…]

ma sisma di cometa l’erba panica
ridotta a cimelio di facciata

crolli declini giorni simultanei
il muso della notte.
l’estro del respiro per non morire
In collo alla fantesca del ricordo»

Questo libro di Marina Pizzi appare, a una prima lettura, come un poema intessuto intorno a ricordi d’infanzia. Vediamo scivolare sulla pagina parole che sembrano frammenti di memoria infantile («l’angolo occiduo del buio profilarsi / canta da una pianola infante»; «il più piccolo è scalzo eppure cammina / davanti a tutti / tra le colonne del colonnato / esplode di gioia»; «è morto l’alfabeto / è morto l’angoletto / è morto l‘angioletto / è morto lo scoiattolo / è morto il giocattolo / è morto l’attore della giostra»). Ma il lettore non deve illudersi: Marina Pizzi resta, anche qui, poeta segreto che eleva muri di parole contro la logica del senso comune. Proprio dentro quei muri, però, si annidano o sibillini calembours o impreviste confidenze intime, che sorprendono («giorno di nullità tutta la vita / sediola a dondolo senza la madre / o l’io fraterno di un concerto / plurale quanto il padre del possibile»). Il poeta che non ha nulla da comunicare, che declama la sua poetica litania con versi sospesi come formule dentro una enigmaticità rituale; il poeta che tesse una “sartoria” di versi, ma senza i vestiti che sfilano, come in un teatro astratto e senza spettatori, invita a un “concerto plurale”, infrange l’autismo delle sue strategie formali. Se è vero, come scrive l’autrice, che «I versi percuotono come una ossessione», l’effetto che impresso nel lettore non è controllabile né dalla coscienza linguistica né dalle categorie simboliche: è l’esperienza di qualcosa di assoluto, di petroso, di “altro” («in un far di soppiatto le lenzuola / divennero nere»). Si potrebbe parlare di una visione in stato di allarme, in limine mortis, una visione che manca l’oggetto e ammutolisce nel rappresentare la violenza di questa mancanza nelle immagini disperse di questa assenza. Il paesaggio poetico che  appare nel linguaggio è la parola sfuggente di chi è colto dal desiderio di dire l’indicibile. La lingua non è lussuosa, ma neppure esitante e incerta. Esiste nella sua dura pienezza. «I denti della vista si scheggiano contro un muro invisibile» scrive Mandel’stam. L’esperienza epifanica non permette al soggetto di essere presente, maestro dell’io e della lingua: provoca, invece, improvvise zone d’ombra nella continuità della percezione, stati di soglia e di dubbio. Il poeta, diviso tra possessione e volontà, offre segnali discontinui e dolorosi. La sua visione, in senso arcaico, è un udire voci. Le voci arrivano casualmente all’orecchio che, un attimo dopo averle percepite, inventa per loro un’immagine, o le lascia disperse.

«La poesia che vado scrivendo è un testamento. E vale anche per i versi di ieri. Nasce e respira nella violenza della morte, nella pietà estrema per la formica che non sa. I ciechi che cantano con voce celestiale. Ma il celeste, qui, spesso è l’idioletto di un comune mortale. Non ho nulla da comunicare se non la morte imbastita di vita, la sagoma di una sartoria senza sfilata. Il frutto è acerbo quanto, anche, maturo, cade a terra e fa frittata o rotola nelle resine della resistenza. I versi mi percuotono la mente, mi fanno alzare dal letto per prendere un appunto. E’ un tormento che cambia e destina l’intera esistenza. La Domenica degli artisti è il Lunedì dell’intera settimana dell’autentico artista. Eppure si gioca come fanciulli maciullati ed integri».

I versi del poeta, “maciullati ed integri”, tormentano il destino di Marina Pizzi mentre il suo testamento continua a essere pronunciato, libro dopo libro. La scrittura descrive ma non indica strade. Eppure qualcosa resta. Chi testimonia, non è ancora polvere, corpo dissolto. Forse vive uno stato di coscienza alterato o parziale, soffre fra ciò che è e ciò che potrebbe essere, sente la realtà come un’allucinazione, si aggira tra maschere, cerca caparbiamente vie d’uscita. La poesia, in sintesi, non è solo un testo scritto ma uno stato alterato di coscienza, una transe del pensiero; un testo sì, ma come traccia di quella transe, impronta il cui senso è cercarsi nella possibilità che altri siano indotti a risalirne l’immaginario percorso.

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1 commento su “Versi maciullati ed integri”

  1. Colgo l’occasione di questo magistrale, perfetto intervento di Marco Ercolani per ringraziare la Dimora in quanto vengono dedicati spazio e risonanza a un’opera poetica qual è quella di Marina Pizzi, una voce ben identificabile e che continua ad avere molto da dire e molto da insegnare in fatto di stile e temi.

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