La malattia del cielo

Sole,
impedisci ai cuori di capire
che l’universo non è che un’imperfezione
della purezza del nulla.

Paul Valery

Carlo Livia

La malattia del cielo

Testi tratti da: Nei sogni estremi,
di prossima pubblicazione in “Quaderni di RebStein“.

 

L’addio incostante

Nel sottoscala del Paradiso, una sera qualunque, una morte festosa dipinge l’interminabile incesto azzurro e oro… con la mia vita in fondo.

La malattia del cielo è così vicina da lasciare nell’anima una ferita di rose finte e orologi guasti.

In fondo al grande ripostiglio celeste trovo preghiere spezzate, la sottoveste dell’eternità, un guanto dell’enigma e un silenzio duro e prezioso come il diamante.

La madrina degli Dei, sepolta nel vento dell’Est, mi chiama da una vecchia canzone.

Ferito a morte, nel cuore dell’uragano, denudo le belle frontiere impossibili.

L’altare intravisto dietro l’orizzonte è una vertigine di flauti.

Le macchine spirituali avanzano in lunghe file,

l’ultima ha una ferita da cui cadono donne scarlatte.

 

*

 

Simulacri

    Era una musica segreta e aveva per cuore un cielo malato che era il sogno d’una dea velata.

    Poi il sogno svanì e venne la pioggia, una pioggia di dolore che coprì l’universo.

    E un uomo depose le armi e tolse dall’universo il dolore, come una parola sbagliata.

    Resuscitarono i cuori feriti, le lacrime e le croci, e la musica salì sempre più in alto dove nessuno poteva seguirla; così qualcuno si perse nel traffico, altri nelle paludi della nostalgia, altri nei boschi di fumo, popolate di santi e ferite, finché  non furono tramutati in cristallo, il purissimo cristallo dell’addio.

 

*

 

Meditazione n.13

  Accade in quella finestra cieca da cui si crede di vedere l’infinito, e invece si vedono solo parole, riflesse nello specchio falso del pensiero.

  Dietro dura il lungo solstizio dell’anima, esilio di corpi e fantasmi, che si uniscono in un nodo di assenze e desideri.

  La tavole apparecchiata per gli ospiti è coperta di stelle morte.

  La schiera delle maschere, esiliate dall’io, arranca verso una piazza senza cielo, dall’orizzonte vuoto, trascinando nomi pesanti come macigni o incubi.

  Sulla riva del mare prosciugato l’estasi delle sagrestie scuote i coralli della notte.

  Un pendolo folle sogna la sorgente dell’addio.

 

*

 

Senza confini

Le luci si svegliano quando il confine trema.

Statue sorridenti migrano nel bianco dell’orfanotrofio, ma il cielo finge un’eterna primavera.

Nel sogno della macchina i serpenti escono dall’acquasantiera e penetrano nel cielo livido degli scomparsi.

L’amore vende per strada le sue ferite di corallo, il Signore scomparso indossa la musica più triste, l’istante eterno ritorna nello specchio.

Due spettri terminali hanno passato la dogana per deporre la croce, ma la mendicante celeste ripete che gli Dei ubbidiscono.

Il sogno si suicida ai piedi della statua dell’eterno.

 

*

 

Incertezza delle cime

  Quando il cielo strangola troppe anime e un flauto perseguita i sogni dei migranti, letti miracolosi salpano nel tripudio di nubi disfatte.

  Regna la follia dei templi, perché le macchine contagiose circondano la ferita d’amore.

  L’eclissi senza veli muta l’aria in menzogna, perché il tuo cuore finge il pudore delle morti improvvise.

  E’ un grande appartamento pieno di fantasmi rugginosi e il suo corpo nudo si muove come una chitarra in gabbia.

  Alle tre di notte entra nel mio letto, mi percuote il pensiero con un flagello di musica, danza con l’estasi sciolta, incendia col suo orgasmo le alcove celesti.

  A volte si sbaglia di tristezza e di universo, diventa una folla di defunti e il suo destino è un lucernaio di nebbia da cui invocare perdono.

  In fondo al suo cielo non ci sono ricordi ma sogni intagliati nel dolore, lei invece è malata di brezza marina e scompare nella musica senza pensare al gelo.

Il mio maestro, esploratore del cielo, conosce queste distanze, sa sciogliere i nodi dei peccati, donare la luce a chi vive all’ombra del desiderio.

 Dice: l’ultima stella conserva la vera luce.

 Eternità, ritorna padrona.

 

*

 

Crudeltà del glicine

  In quanti universi, per quanti millenni è stato sparpagliato quel  seme di luce che in un istante si muta in ferita…e sanguina parole?

  Eppure…ti abbraccia per avvicinarsi al cielo, si nasconde in un profumo che ricorda la madre celeste, naufraga nel sogno quando tutto è morte e terrore.

  Tu non sei come lui; desìderi, ricordi, ma non puoi comprendere, abbracciare.

  Lo insegui nelle stanze di Bach, distruggi senza saperlo riflessi e porcellane, le cristalliere in cui si rifugia la morte.

 Lui raccoglie il dolore divino e lo muta in rugiada di fanciulla, inventa nuove verande da cui la malattia del cielo si dirama in mille nudi di crepuscolo.

  Si abbevera alla veglia dei folli, si svena fra portali di sonno che sono tombe di passioni immortali.

  Oppure capovolge il cielo, scompiglia l’aria di rose insaziabili e riempie di vergini impure i corridoi del Paradiso.

  La sua follia è questa verità che ferisce il pensiero, uno stuolo di addii in vesti di flauto, una statua di vento e di peccato che atterrisce la casa delle madonne silenziose.

   Sorride nello specchio muto, si spoglia in un teatro di statue in delirio e, sfiorando il pensiero, scompare in un altro universo.

 

*

 

L’ottavo sigillo

Tre lune assassine sorvegliavano il porto.

Salpò il vento tragico e il signore della menzogna scolpì i portali dell’Eterno.

Diluviò in molti paradisi.

L’angelo fuggì dal Regno in un vento di peccatrici.

Passò la tempesta d’amore, con donne incastonate in serpenti di folgore.

Passò la madrina degli specchi, con ferite di corallo e statue dementi.

Passò il Dio malato e i cieli ruppero in pianto.

Tutti vollero seguirlo spalancando universi e parole.

Scomparve il confessionale di nuvole, come un avviso scaduto.

 

__________________________
Nota biobibliografica

Carlo Livia è nato a Pachino (SR) nel ’53 e risiede a Roma. Insegnante di lettere, lavora in un liceo classico. È autore di opere di poesia, prosa, saggi critici e sceneggiature, apparsi su antologie, quotidiani e riviste. Fra i volumi di poesia pubblicati ricordiamo: Il giardino di Eden, ed. Rebellato, 1975; Alba di nessuno, Ibiskos, 1983 (finalista al premio Viareggio-Ibiskos); Deja vu, Scheiwiller, 1993 (premio Montale); La cerimonia, Scettro del Re, 1995; Torre del silenzio, Altredizioni, 1997 (premio Unione nazionale scrittori); L’addio incessante, ed. Tindari, 2001; Gli Dei infelici, ed. Tindari, 2010.

Annunci

3 pensieri su “La malattia del cielo”

  1. Grazie, gentilissima, ho letto con molto interesse le sue poesie, di cui apprezzo soprattutto quell’anelito di libertà e sacro che accarezza l’anima come brezza marina.

  2. Bellissime poesie. Visionarie e potenti. Memorabili.
    Nino

    “E un uomo depose le armi e tolse dall’universo il dolore, come una parola sbagliata.

    Resuscitarono i cuori feriti, le lacrime e le croci, e la musica salì sempre più in alto dove nessuno poteva seguirla; così qualcuno si perse nel traffico, altri nelle paludi della nostalgia, altri nei boschi di fumo, popolate di santi e ferite, finché non furono tramutati in cristallo, il purissimo cristallo dell’addio.”

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...