Incursioni nella luce

Marco Ercolani

Incursioni nella luce

1

La parola di Char, nella sua pronuncia oracolare e potente, non propone nessuna pienezza: ci espone, nudi, dentro un cammino accidentato. «L’infinito ci assalta, ma una nuvola ci salva». I suoi poemi sono quella “nuvola”: organismi complessi e massicci che ci raccontano una destrutturazione dove costantemente si preparano ricostruzioni. «Dai flutti dove annaspiamo lanciamo ponti e fondiamo isole di cui non saremo né l’invitato né l’abitante. Tale il destino dei poeti sconvolti: operai specializzati in previsioni e preparativi». Le frasi di Char cercano luoghi in cui essere, «occhi puri nel bosco» che «cercano piangendo la testa abitabile». Noi leggiamo, del poeta di Isle-sur-la-Sorgue, meteoriti di parole, dove un immaginario simultaneamente surreale e reale cerca una forma viva perturbata, un ponte verbale duttile e articolato, ostile a ogni rigidità di morte. «Rispetto alla notte vivente, talvolta il sogno non è che un lichene spettrale». Il poeta rimane, sempre e soltanto, Wanderer della sua notte. «O grande barra nera, in viaggio verso la morte, la tua sorte sarà sempre quella di mostrare il lampo?».

 

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Nel suo saggio Char e Sereni. Carnets de guerre Stefano Raimondi scrive: «In René Char la parola diventa oracolare, pre-veggente. Si pone, rimbaudianamente, sempre in avanti rispetto all’atto compiuto, all’evento, tracciando un solco per il depositarsi dell’esperienza». I poemi chariani non sono oracoli assoluti, dove domini la presenza di un dio, ma isole di nuova esperienza con le quali il viaggiatore si confronta per dare un senso al viaggio, sempre imprudente e pericoloso, della poesia: «Certe meteore riescono a forare la barriera». Ogni foro, ogni abisso, è una caduta individuale, della quale essere pienamente responsabili in ogni momento della vita. La poesia racconta di «una notte senza ornamenti», dove il poeta non smette di resistere a un regime inaccettabile del reale. «Guardare la notte colpita a morte: continuare, in lei, a bastare a noi». Luce e assenza di luce sono un talismano bifronte. «La notte nutre, il sole affina la parte nutrita». E il poeta è chi regge la fiamma, nel tempo consentito, per affidarla, nel suo “ordine insorto”, a chi verrà dopo di lui. «Nella notte facciamo tirocinio, per servire altri dopo di noi. Fertile è la freschezza di questa guardiana!». La notte non è solo un pozzo nero, ma un lungo apprendistato alle tenebre, e ha il potere di conservare la fiamma. «O notte assoluta dove il sogno sgraziato non occhieggia più, conserva vivo ciò che amo».

 

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Il poeta non vuole soltanto stare fra gli altri uomini: su questa terra vuole nuotare e volare, disponibile alle irruzioni gioiose, al fuoco delle amicizie. Le innumerevoli collaborazioni con gli artisti del suo tempo, da Braque a Matisse a Giacometti, lo rendono poeta vicino, nel tripudio delle immagini, all’idea pittorica dei suoi “alleati sostanziali”. Così gli scrive uno dei suoi più intensi “alleati”, Nicolas De Staël, il 16 aprile del 1952: «Mio carissimo René, io faccio per te dei piccoli paesaggi dei dintorni di Parigi per portarti qualcosa dei miei cieli di qui e calmare la mia inquietudine su di te: non perché creda che questo possa essere efficace, ma un po’ mi rassicura pensando a te, piene le mani di colori, a cielo aperto». Il 10 giugno Char scrive al pittore: «Dove sei, caro Nicolas? Non ho il tuo indirizzo. Mi consolo pensando che non sei perduto, ma forse semplicemente felice. Sperare questo, crederlo, è un bene». Char pensa sempre verso la luce. Il tragico suicidio dell’amico gli mostrerà che la luce, talvolta, è intollerabile vertigine e straziante caduta.

 

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Un uomo sogna un’onda, in mezzo all’oceano, che lo sommerge. Si sveglia in preda al pànico. Lo stesso uomo, dopo molte settimane, sogna la stessa onda, alta e minacciosa, che non lo sommerge più. Passano i mesi e l’uomo sogna ancora di nuotare nello stesso mare. Ma l’onda ora gli è alle spalle, segue la sua scia. Oppure gli scorre accanto, gli è compagna, non lo spaventa. Nel mutato rapporto con il proprio inconscio personale, l’esperienza dell’onda come orrore indefinito e sconvolgente diventa esperienza dell’onda come rappresentazione definita, anche se perturbante. Così ci appare, talvolta, René Char, nella “domanda” della sua ricerca poetica: «Dopo il dolore e la rovina, l’arcipelago della nostra parola vi offre le fragole che riporta dalle terre dei morti, con le dita calde per averle cercate». Ma cercare è imprescindibile, come domandare. «La domanda come risposta è la risposta dell’essere. Ma la risposta al questionario è una seduzione del pensiero».

 

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Le immagini chariane non hanno nulla di decorativo o di superficiale. Sono lussuose, dense, complesse, aromatiche, tropicali, fitte di dettagli vegetali e floreali. Ci parlano della luce non come di un cielo stellato e assoluto ma come di uno splendore che abbaglia pietre e muri, evocando uno strazio immedicabile. L’uomo «più comprende, più soffre. Più sa, più è straziato». Ma la sua lucidità e la sua tenacia si esprimono nella forza della costruzione poetica, slanciata sempre verso la luce, in una sorta di sfida all’impossibile –azzardo tutto umano contro lutti e fantasmi. Char indossa la lingua francese come un’armatura luminosa, che gli consente di strutturare in danza iniziatica il suo universo teorico e immaginale. L’eroismo conclamato delle sue frasi («Non possiamo vivere che nella fessura, esattamente nella linea ermetica di separazione dell’ombra dalla luce. Ma noi ci siamo irresistibilmente gettati in avanti. Tutto, in noi, dà sostegno e vertigine a questa spinta») è anche l’angoscia di un sonno oscuro, di un potente Hypnos («Un sogno è il suo rischio, il risveglio il suo terrore»). L’uomo veglia terrorizzato. Ma scrive, procedendo straziato verso una sua luce. Chiaroveggenza, autorevolezza e molteplicità sono le caratteristiche di questa poesia: un alone di profezia, ferrea disciplina compositiva e increspature del registro tematico. «Ciò che nasce e non turba / non merita né pazienza né sguardo». Il poeta sa di esistere come davanti a una finestra, in uno spazio stretto, fra vita e morte, incerto se spingersi in avanti, testimone, o nel vuoto, suicida. «Scrivere una poesia è prendere possesso di un aldilà nuziale che si trova, sì, in questa vita, molto stretto ad essa, e tuttavia prossimo alle urne della morte».

 

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L’inizio “surrealista” del giovane Char, in Le marteau sans maître, ha una sua felice e irriverente joie, distante dal jeu dei surrealisti classici. Il tempo e le esperienze avvicineranno il poeta agli oggetti e agli eventi concreti, come nei Feuillets d’Hypnos, e creeranno un taccuino vibratile e mai astratto, dove il paesaggio esterno è fuso a quello interno. C’è sempre, nella pronuncia del poeta, in ognuno dei suoi frammenti, qualcosa di eroico e di conclusivo: «Obbedite ai vostri porci esistenti. Io, mi sottometto ai miei dèi inesistenti». Ma, ogni volta che la frase si conclude, non c’è risoluzione o chiarimento o quiete. Affiora l’ardore di un’altra domanda, che percorre la casa mentale del poeta, e di nuovo sospende la parola davanti al suo abisso. «I nostri totem sono deboli», afferma il poeta. Tocca alla poesia sperimentare nuovi rischi, nuovi idoli. Scrivere oscuro ed essere illeggibile appare banale. Più complesso scrivere oscuro e restare leggibile, come accade a René Char. «Attraverso il silenzio appena inciso la risposta è bianca». Non ha rimpianti o commozioni la vis poetica. Char, in tutte le stagioni del suo cammino poetico, non si adatterà mai a una parola soltanto sorgiva. Il potere di scavare e di affondare, più che diamanti preziosi o poesie perfette dissotterrerà strati di buio. «L’impossibile è un’esperienza che non raggiungeremo mai, ma ci serve da lanterna».

 

 

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L’uomo si abitua a tutto, o piuttosto dimentica ciò di cui a volte sentiva la mancanza. La speranza stupefacente di poter uscire dalla sua notte, in un giorno lontano, lo mantiene in vita. «L’uomo fu sicuramente il desiderio più folle delle tenebre; è per questo che, sotto la potenza del sole, siamo notturni, invidiosi e pazzi». Ma, per come lo concepisce Renè Char, l’uomo è anche, e soltanto, l’uomo d’eccezione che scrive: «Di’ ciò che il fuoco esita a dire e muori d’averlo detto per tutti». Il poeta si assume questo compito con l’autorità di una sentinella, con la solennità di un guardiano. La sua parola dispiega e svela, ma poi si complica e torna oscura. «Se devi ripartire, appòggiati a una casa secca. Non preoccuparti dell’albero grazie al quale la riconoscerai. I suoi stessi frutti lo dissetano». Il paesaggio chariano ha qualcosa di scabro e di potente, che ricorda i dissonanti poèmes en prose del più giovane Jacques Dupin. Entrambi, con la loro violenza quasi espressionista, non sono in sintonia con la razionale musicalità della lingua francese. Sono poeti che spaccano superfici, rivelano arcipelaghi. «La poesia è allo stesso tempo parola e silenziosa provocazione, disperata del nostro essere-esigente per l’arrivo di una realtà che non subirà concorrenze. Incorruttibile, quella. Non immortale: perché corre gli stessi pericoli di tutti. Ma la sola che visibilmente trionfi della morte materiale. Tale la Bellezza, la Bellezza d’altura, apparsa fin dai primi tempi del nostro cuore, ora». La bellezza non crea regni sublimi, ma apre crepe, fa sanguinare. «Lo specchio aveva ferito tutti i suoi soggetti».

 

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Il compito del poeta è costante, nel tempo: «Noi viviamo con qualche arpeggio del passato, le gaie bugie del presente e la cascata furiosa dell’avvenire. Intanto continuiamo a saltare la corda, al nostro fianco il bimbo-chimera». Il bimbo-chimera, fluttuante e imprendibile, infantile e risoluto, è il segreto della ricerca poetica, il fuoco che ci attraversa e di fronte al quale «non facciamo che puntellare spazio». Questo spazio, durante la breve prova dell’esperienza vitale, riflette il nostro universo personale come uno specchio e lo collega ad altri destini. «Come rigettare nelle tenebre il nostro cuore di prima, col suo diritto di ritornare?». Il “cuore di tenebra” è la necessità dell’inconscio, il diritto di ritornare, la rappresentazione della coscienza. Entrambi configurano la nostra opera vivente – e poetica – in quanto simultanea presenza e assenza. Presenza, come maschera che espone la sua forma visibile. Assenza, come vuoto che regge le forme invisibili della maschera e inventa le strategie del nostro nulla, della nostra morte. «Noi non abbiamo che una risorsa contro la morte: fare arte di fronte a lei».

 

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«Char. Blocco calmo caduto quaggiù da un disastro oscuro» scrive Albert Camus del poeta. Char costruttore di poemi è dunque, nella parola di uno dei suoi amici più cari, solo una “maschera” apparente. «Ci sono casi limite dove liberare la verità è un atto che deve restare segreto, dove dobbiamo soffrire per conservarla intatta, dove nominarla è smuovere la chiave di volta e far precipitare a terra tutto l’edificio. Ma con quanto ritardo si impara…». Il lavoro poetico abita sempre i margini dell’essere e non le terre in piena luce. «L’unica lotta è dentro le tenebre. La vittoria è solo ai loro confini». La casa del poeta non è un monolite inaccessibile, è una vera e propria “casa mentale”. Così scrive Char: «Casa mentale. Dobbiamo occupare tutte le stanze, le sane come le malate, e quelle ariose, con la conoscenza prismatica delle differenze». Nelle differenze, che allargano e restringono lo sguardo, brucia la veglia dello scrittore. «La poesia vive di eterna insonnia». Ma è un’insonnia concretamente, luminosamente umana. «Sembra che sia il cielo ad avere l’ultima parola. Ma la dice così piano che nessuno la sente mai». Di questa inudibile parola dei cieli non è interprete Char, che preferisce sporcarsi della materia immaginosa del suo dire e scegliere la via di un interminabile cammino: «L’immaginario non è puro: non fa che andare». In René Char la parola diventa oracolare, pre-veggente, contaminata. Si pone, rimbaudianamente, sempre in avanti rispetto all’evento, tracciando un solco dove sedimenta l’esperienza. Come osserva Vittorio Sereni, nella prefazione alla sua traduzione di Feuillets d’Hypnos: «Nel suo insieme antielegiaca, antinarrativa, antidiscorsiva, la poesia di Char è poesia d’illuminazione, ellittica, oracolare. Ha le radici nell’istante e nel fenomenico e dunque – contro ogni apparenza – nel quotidiano. Ma non è, in alcun modo, poesia del quotidiano nella misura in cui rifiuta di essere gestione poetica della quotidianità».

 

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«Di attimo in attimo, lancio più lontano», scrive il poeta, e aggiunge: «Il lontano non è montuoso. Avanza, metodico, su un orizzonte alleviato». Il poeta non si perde fra balze scoscese, le descrive. Lancia e rilancia, in una sua famelica ansia di luce. Singolarmente una poesia di Paul Celan gli fa eco: «Con fame di chiarezza – così / salii il gradino / di pane, / sotto la campanella / per ciechi». Il tono, nel poeta tedesco, è diverso: uno strazio immediato e sibilante, una leggerezza disperata, oscura ma autobiografica. Qualcosa riga il vetro per sempre, con un taglio immedicabile. Ma il desiderio di ascendere/discendere verso il luminoso è fortissimo, come la necessità di sottrarsi alle uniformi regole del vivente. «Cos’è, la realtà, senza l’energia dislocante della poesia?», scrive Char, confermando l’energia del proprio destino solare. «Le nuvole, come archetipo precipitato, non sono affilate dai nostri cupi contorni ma dal nostro amore». Se il destino è oscuro, la missione va sempre verso la luce. Parola amorosa, interminabile, che, forse non casualmente, risuona ancora affine a quella dell’ultimo Celan, come una invocazione verso la luce di bocche terrene: «SPINTA IN QUA E IN LÀ / la luce perpetua, gialla come argilla / dietro / testate di pianeti. // Inventati / sguardi, risanate / piaghe della vista, / intagliate nella nave spaziale, / invocano bocche / terrestri». Ma di quali bocche che ancora implorano salvezza e luce parla il poeta che non seppe salvare se stesso? Quelle che appartengono a un altro regno. Sono ancora di Celan questi quattro versi risoluti e ascendenti: «IL PAESE RIZZATO ALL’INSÙ / pieno di crepe, / con la radice volante, cui / concresce respiro di pietra». In un regno “dalla radice volante” l’oppressione è bandita, come conferma Char: «Chi libererà il messaggio non avrà più identità. Smetterà di essere un oppressore». Bisogna che il poeta non parli più con il suo io alle macerie. Che smetta di credersi il profeta di qualsiasi causa. Devono essere loro, le macerie, a dettargli la voce, che appartiene all’eterno presente della poesia: «Il presente-passato, il presente-futuro. Niente prima e niente dopo: solo i doni dell’immaginazione».

 

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Se le accensioni di Celan ci rimandano a degli spasmi luminosi nelle/dalle tenebre (Celan, come scrive Zanzotto, «si inoltra negli spazi di un dire che si fa sempre più rarefatto e nello stesso tempo quasi mostruosamente denso, come in una “singolarità” della fisica»), Char si presenta invece come un robusto camminatore sonnambulo, la testa ruotata sempre verso la luce, che si porta con sé la notte come macigno da alleggerire con incursioni limpide ma disperate: «Il dolore è l’ultimo frutto, lui sì immortale, della giovinezza». L’idea di luce è sempre connessa a uno strazio non astratto: «Per unico sole: il bue scuoiato di Rembrandt». Alla fine, restando vivo, il poeta sa orgogliosamente distanziarsi dal mondo che abita, graffiando con il proprio lampo la notte. Questa necessità di resistere non è mai estranea al poeta, neppure nelle poesie più incantate e leggere. Le “delizie dell’immaginazione” non riescono a rischiarare completamente l’inguaribile orrore della vita che distrugge. Dentro questa ferita aperta il guerriero Char, il poeta maquisard, continua a combattere come il superstite di un esercito in rotta, non dimenticando mai che la gioia è sempre il guizzo possibile, l’azzardo impensabile: «Impara la tua chance, afferra la tua felicità, va’ verso il tuo rischio. A guardarti, loro si abitueranno».

 

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Nota

Le citazioni sono tratte da: Vittorio Sereni, Prefazione a Feuillets d’Hypnos, Einaudi, Torino 1968; Cahiers de l’Herne René Char, Editions de l’Herne, Paris 1971; René Char, La parole en archipel, Le poème pulverisé, Fenêtres dormantes et porte sur le toit, Recherche de la base et du sommet, ora in Œuvres complètes (Gallimard, Paris, I edizione 1983, II edizione 1991); René Char – Nicolas de Staël, Correspondance 1951-1954, Editions de Busclats, Aurillac 2010; Paul Celan, Virata di respiro, in Paul Celan, Poesie (trad. Giuseppe Bevilacqua, Mondadori, Milano 1998); Andrea Zanzotto, Aure e disincanti nel Novecento letterario, Mondadori, Milano 2001.

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3 pensieri riguardo “Incursioni nella luce”

  1. Questa sera stavo cercando proprio qualcosa per approfondire alcuni aspetti della poetica di Char e, guarda caso, eccomi qui nella Dimora con questo articolo di Marco. Si, sono d’accordo con Antonio. Alta qualità delle proposte.
    Nino

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