Nuotare nella Sorgue

Peter Handke

Nuotare nella Sorgue(1)

Traduzione di Giuseppe Zuccarino.

     1.

  Ho osservato a lungo tre oggetti sul mio tavolo: le Œuvres completes di René Char edite nella «Bibliothèque de la Pléiade»(2), una serie di matite, bianche, azzurre, gialle, nere (le nere sono le mie preferite, matite inglesi «Derwent Graphic», ma mi piacciono anche quelle da scolaro, e pure una molto più grossa delle altre, non rotonda bensì quadrata – uno strumento da carpentiere), e un bastone di legno di rosa, disposto in parallelo alle frecce delle matite: è un regalo di Char, ricevuto quasi tre anni fa, a L’Isle-sur-la-Sorgue. Questo bastone, lo tengo davanti agli occhi come se fosse un altro metro campione.

 

     2.

   Quattro anni fa mi sono messo a tradurre Le nu perdu di René Char(3). All’inizio, ero semplicemente un lettore. Il nostro poeta austriaco Hugo von Hofmannsthal ha notato che un lettore autentico è uno degli esseri più rari che esistano. Con Char mi sono accorto che, fino a quel momento, non avevo ancora imparato a leggere; tendevo a divorare le pagine, invece di rallentare contemplando una singola combinazione di parole. «L’uccello sottoterra canta il lutto sulla terra»(4). – «Pigramente si cancellava dal cornicione del tetto la favola infantile della rondine successiva»(5). – «Sola fra le altre, la pietra del torrente ha il contorno sognante del viso infine restituito»(6). Leggere un autore in questo modo, era già tradurre. Allora ho osato tradurre René Char, e mentre lo facevo ho riletto i presocratici, in particolare Eraclito. Il mio lavoro di traduzione non si è mai svolto a casa, sul mio tavolo: la soluzione (sì, era una soluzione, un chiarimento) mi è sempre venuta stando fuori, davanti alla casa, e sempre mentre camminavo, specialmente su e giù nel giardino, mai quand’ero seduto, spesso fermandomi di colpo e ridendo, sempre in pieno sole. Sì, il collaboratore più sfavillante per tradurre gli oracoli, così puri e lucidi, di Char era il sole, persino quello, spesso un po’ nebbioso, dell’Austria… Ma la mia comprensione più completa in quanto lettore-traduttore si è manifestata un giorno ad Antibes, davanti al mare, respirando le parole di Char come un pneuma. Era il luogo in cui Nicolas de Staël è vissuto e in cui è morto. «… Nicolas de Staël, lasciandoci intravedere il suo battello impreciso e azzurro, ripartì per i mari freddi, quelli a cui si era avvicinato, figlio della stella polare»(7).

 

     3.

   Ci ho messo più di un anno a tradurre Le nu perdu. Dopo, sono stato obbligato a porre alcune domande a René Char, soprattutto a proposito dei nomi di luoghi, come «Buoux», «Thouzon», «Albion». Sono rimasto due giorni a L’Isle-sur-la-Sorgue. Ogni sera ho ascoltato i juke-box nei bar. Ho camminato molto. Alla fine Char mi ha condotto fino alla strada davanti a casa sua; là, sulle sterpaglie, c’era una piccola piuma, depositata per lui da uno sconosciuto, e mi ricordo che Char ha detto, raccogliendo la piuma: «Sono i miei visitatori preferiti!». Una notte c’è stata una tempesta, e prima che la pioggia cominciasse a cadere ho nuotato nel fiume, mentre davanti ai miei occhi le gigantesche ruote di legno(8) giravano incessantemente. I lampi illuminavano i platani della città, e si vedevano, bene come non mai, le forme delle foglie emerse dai lampi. Nel 1826 il nostro grande scrittore austriaco Franz Grillparzer ha fatto visita a Goethe; quando quest’ultimo ha preso per mano Grillparzer, lui si è messo a piangere; e novant’anni più tardi Franz Kafka è giunto a Weimar dove, in piena notte, ha accarezzato i mattoni della casa di Goethe… Aver voluto nuotare nella Sorgue nell’agosto 1983 è un atto suscitato forse da un impulso analogo. – Un giorno ho annotato nel mio quaderno: «Solo fra tutti i grandi, Goethe mi comunica questa commovente sensazione di fraternità – gli altri sono dei padri oppure dei figli…».
     «Noi cammineremo, cammineremo, esercitandoci ancora ad un limite ingiustificabile, situato a una felice distanza da noi. Le nostre tracce trovano una lingua»(9).

 

 

__________________________
Note

(1) Nager dans la Sorgue, datato «Salzburg, 24 maggio 1986», è stato scritto da Handke direttamente in francese. È apparso nel fascicolo monografico dedicato a René Char dalla rivista «Europe» (705-706, 1988, pp. 12-13). [N. d. T., come tutte le successive.]
(2) R. Char, Œuvres complètes, Paris, Gallimard, 1983; nuova edizione ampliata, ivi, 1995.
(3) Cfr. Le nu perdu, ibid., pp. 417-483.
(4) Le terme épars, ibid., p. 446.
(5) Crible, ibid., p. 465.
(6) La scie rêveuse, ibid., p. 454.
(7) Excursion au village, in Aromates chasseurs, ibid., p. 514.
(8) Handke si riferisce a un antico mulino ad acqua ancora presente nella Sorgue.
(9) Dévalant la rocaille aux plantes écarlates, in La nuit talismanique qui brillait dans son cercle, ibid., p. 489.

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3 pensieri riguardo “Nuotare nella Sorgue”

  1. Cosa accomuna Handke e Char, in apparenza così lontani? Forse un segreto misticismo materialista, una teofonia dell ‘esistenza quotidiana che erompe nel cerimoniale della scrittura. O una ricerca di verità che trascende ogni canone e strumento noto.

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