Cambio di rotta

“Sei la mia aurora su smagliature e imperfezioni:
il paradiso accade all’oscuro dei voyeur.”

Angela Greco

Inediti 2017

Testi tratti da:
Ora nuda (Antologia 2010-2017)
di prossima pubblicazione in “Quaderni di RebStein”.

Cambio di rotta

«Dove abbiamo sbagliato, Claire? Dove siamo diretti?
Chi ha preso il nostro posto?»

Non sappiamo più leggere i segni, i sogni,
il fondo delle tazze di caffè e nemmeno il Braille.
Sono lontane le stelle, le notti chiare e le mattine senza dolori.
Si ride per una bugia. Inizia a piovere.

Il grigio ha valenza plurima e capacità statica.
Giorno monocromatico da vecchio film muto
aggressione inevitabile alla giugulare.
E’ tutto un gioco di fogli bianchi e mascelle.
Anche il cielo morde.
Al piano inferiore spostano continuamente le sedie
in un gioco da bambini che ogni volta ne sottrae una.

Il falegname bussa tutti i pomeriggi dopo pranzo.
Dal balcone guarda i miei giorni stesi ad asciugare.
Io lo saluto sempre. Per l’ultima volta.
Inverno rigido tra febbraio e aprile;
maggio è soltanto un ricordo.

Le gocce sui vetri mosaicano l’immagine.
«Claire, non allontanarti. Ho bisogno di mani, di fiato
e di presenza, in questo quotidiano senza punteggiatura».
La luce accesa nella stanza col soffitto blu aspetta la sera.
Temo il suo silenzio più che la neve.

Astronomy domine, cinquant’anni di anticipo.
Scatola degli spilli, forma avveniristica, un altro secolo:
uso sapiente di mani, rotazione di vinili, asole da riparare.
Fili tutti tirati.

Lascia che giochi, Claire, oggi. Fuori c’è confusione.
Cinque settimane per ritrovarsi e un bonus per sola andata.
Penso spesso che sia necessaria una vacanza dalla poesia,
ma poi qualcosa arriva e tutto allora diventa chiaro, lucido.
A marzo sarà un anno dalla foto in bianco e nero con foulard.

*

“Il nero bagnato è arte” (cit.)

*

La tua voce ha bagnato le mie segrete.
Nessuna gloria e soprattutto nessun altare.
Ho posato la mano e ho visto che sei un uomo
sono stato Tommaso al pari di quanto dici.
Questa umanità dà parole alla mia carta.
Per questa natura vera come una ferita aperta
schiudo cinque petali e ti guardo. Non arrossire.

Tre giorni a primavera.
Filari fioriti bianchi e rosa dicono buona stagione;
i rami si sfiorano in un minuetto, che sospende
le attese e l’inverno. Sei a tre passi, appena
dopo il giro di boa, ad angolo retto
con il desiderio di fiorire.

*

Ci siamo ritrovati nella bottiglia dal veliero rotto
affidata alla fortuna e alla distrazione del Caso.
La perla per la quale si sono perse notti
l’ho vista relegata in un comò d’antan
che smagliava le calze dell’ultimo spettacolo.
Abbiamo nuvole a sufficienza per la pioggia.
Torna il respiro nel silenzio di bacio inatteso.

Cosa sei, tu, del mare? Itaca sconosciuta
e abisso, la riva ed il bisso, sabbia e scoglio.
E cosa sai, del sale che emerge ventoso?
Attraverso mostri tra fasciame e stretti
alla gola fauci e squame opache.
Posidonia a guardia di Atlantide, la rete.

*

La curva purissima delle tue natiche marmoree
declina il risveglio in salita. Ti guardo, Plutone,
in questo rapimento presagio di primavera. Dilati
la pupilla vorace ed è seta la pietra dell’attesa,
davanti all’eros della tua retta nella mia direzione.
La benevolenza delle tue forme scalpella femminilità
sottraendo incertezze ed è un incipit forsennato
la scapigliatura mattutina, che tradisce la notte al caffè.

Perde terreno il respiro al tuo nitore e alla stretta
delle mani mi rassegno. Ti guardo, abisso Calypso,
senza ossigeno fino alla sfumatura più scura e lontana.
Hanno traslocato maschere mendiche, omini e miserie.
Sei la mia aurora su smagliature e imperfezioni:
il paradiso accade all’oscuro dei voyeur.

*

Esplodi sotto il ventre big bang e buco nero,
concentrazione magnetica di forze originarie,
pulsando tra i meridiani che reggono la strada.
Diventi allora leggerissimo, liquido e trasparente,
tremore delle mani, impossibilità di quiete.

Non basta scrivere, insistere sui tasti, ricreare parole.

Procediamo per sbagli, tentativi non troppo riusciti
di riconoscimento e fuga. Ed è allora che ci incontriamo,
dopo la straordinaria capacità d’esperienza,
(chiamala errore che restituisce l’essere all’umano)
dell’aver creduto di poter fare a meno dell’altro.

*

Solo andata

Bagaglio leggero,
traduttore incorporato, conto degli SMS
perso. Nella borsa atti di sopravvivenza:
fotografia, mutande e calzini, penna,
specchietto retrovisore e antiacidi.
Il resto è ansia, gatto, chewing gum e dubbio
d’aver chiuso gas e finestra. All inclusive.
Sono le tre. In perfetto orario. Inizio a leggere.
Inavvertitamente si rovina in un sonno scuro.
Al risveglio la luce è ancora alta; non accenna a
finire e ne mancano altri nove. Rimane soltanto
da confidare nella cena. Avrò notizie di me
tra qualche giorno. Oggi non mi riconosco.

«Cos’altro sai sugli angeli?»
«Muovono le ruote celesti, governano il tempo
(e dicono che tu sei qui in questo momento)».
Agosto è un cambio pelle obbligato, un piatto
di limoni e la Dracena da umettare spesso.
L’aria è troppo secca, si fatica a respirare.
Piccole spine rendono presente la carne.
Rimane soltanto da incontrarci a Positano
e produrre poesia clandestinamente. Intanto,
giungono notizie oltre la selva, un rosso
in cui remare contro la sobrietà della distanza.
Il monolocale ha perso la parete di fondo;
in lontananza emerge un luogo privo di ombra,
di crepacci e picchi aguzzi, di acqua che ingoia.
Sulla sponda opposta si getta un ponte,
si annoda la corda attorno a qualcosa che crepita;
anelli cedono il passo ad ellissi asfittiche.
Da qui, il messaggio è incomprensibile:
misto alla fretta di ripartire per il prossimo tour,
il saluto accennato sembra filetto di persico
prima della pescheria; privo di spine, immobile
nella trasparenza che preserva bontà.
Si spera in altre temperature per l’ora di pranzo.

Qui nessun terrorista è armato, ma solo
di passaggio su questa cerniera disumana.
Il gioco di cani addestrati e padroni,
detonatori di umanità a poco prezzo, è chiaro.
Nessuna ipotesi complottista, solo occhio buono
di polena che rompe i ghiacci col suo petto.
Il carniere inesausto darà ancora da dire. Si procede
per inoculi di paura. Per il sale si fatica tra le onde.

*

Giorni iblei

Una civetta sorvola il risveglio. Poche auto
dietro il vetro; un’altra epoca spunta con il sole
dalla pietra. Voci dalla finestrella appena aperta
insinuano all’orecchio assenze e dissonanze.
Travi a vista sulla distanza e cali fisiologici a picco
sull’involontaria meridiana; l’ombra azzerata ride
del silenzio dietro deflettori verdi appena inclinati.
La balaustra riga strada e buste della spesa; sali,
abbiamo tempo per disinfettare l’abitudine. Rimane
poco altro che attendere, l’ibisco e i suoi petali bianchi.

Ogni casa ha morti affissi al muro esterno.
Il ponte taglia l’occhio in diagonale; si procede
paralleli al fiume in secca. Sul fianco destro il livido
dell’ultimo ricovero apre occhi sulla collina
arsa d’agosto. Abitiamo pendii di erbe lasciati al caso
di un impietoso solleone. Raglia un’apertura sulla strada;
un ulivo àncora la terra alla resa ed anche una cicala
attende la sorte alle tre del pomeriggio.
Il primo piano è in vendita sorretto da bocche che beffano
l’occhio muto della nobiltà rimasta a guardia delle cadute.

Il sole barocca l’afa; al giro intagliato sulla porta
fa eco una lontananza di treno verso nord-est.
L’anziano dirimpettaio ha bastone e cappello bianco
per la spesa mattutina. Sulla tegola in bilico tubano
un nido ed un carrubo. La luce acceca. Entriamo,
abbiamo angoli di buio ancora da dirci. La notte s’appella
al grillo e all’ultima stella di un agosto insopportabile.
La crepa sta al muro e l’occhio alla lontananza; nell’assenza
di pioggia si scongiurano sterilità peggiori. Muretti a secco
giacciono su seni mietuti. Non c’è ombra qui e la strada
è segnata solo da un numero. L’indicazione malmessa
evoca denti che mordono il passo perso in questo posto.

La notte iblea ha occhi di pianura lontana dal mare.
Fuori accade anche che si possa sopravvivere. L’angolo
di luce investe un ponte dai molti salti; un fiume
che sale a sud e ingoia la terra, ci accomuna e
restituisce trasparenze che la tua bocca sa. Il mattino,
poi, è nuovo amplesso. Assottiglia occhi e respiro
il vento; scompagina pomeriggi, squaderna l’ora del tè.
Assenze ruminano. Non si fuma qui; il respiro è
impegnato nella tua direzione. Sciolti i nodi
siamo tempeste in formazione in attesa della pioggia.
La via è punteggiata da piccoli cimiteri; brevi soste
tra roghi di mandorlo e agosto. Il tempo di un fiore.
Appassiremo alla prossima stazione pronta di Veronica
a tergere sudore e strada. Ci affianca il mare
fino al ritorno.

§

Iblei Days
© 2017 American translation by Adeodato Piazza Nicolai

An owl flies over the awakening. Few cars
behind the glass; another age rises with the sun
from the stone. Voices from the tiny window barely open
instill in the ears absences and dissonance.
Beams seen far away and deep physiological drops
on the involuntary meridian; the zeroed shadow laughs
of the silence behind green reflectors barely slanted.
The parapet aligns the road and shopping bags; get on,
we have time to disinfect our own habits. Little else
rests waiting for us, the hibiscus and his white petals.

Each house has dead fixtures on the outside wall.
The bridge cuts the eyeview in diagonal, we proceed
parallel to the driedup river. On the right side, the wound
of the last recovery opens her eyes on the hillside
burn by August. We live with grasses left to the choice
of a huge, pityless sun. A crack moans un the road;
an olive tree anchors the earth and a agrasshopper
also awaits the sort at three o’clock in the afternoon.
The first floor is on sale held up by mouths that bluff
the muted eye of the nobles left to guard the collapse.

The sun “barocca” the heat; on the circle carved on the door]
echoes a distant train towards nord-east.
The old man next door has cane and white hat
to use for morning shopping. On the tilted tile a nest
and a carrub tree sing. The light is blinding. We enter,
there are still dark corners talking to us. Night clings
with the cricket and the last star of an unberable August.
The crack on the wall and the eye far away; in the absence
of rain, a dryness unwanted. Walls without mortar
lie upon cut-down breasts. There is no shade and the road
is marked by one number only. An indication uprooted
like teeth biting lost feet along this place.

The ibean night has eyes of the plains far from the sea.
Outside it seems we can still survive. The corner
of light invests a bridge with many stumps; a river
rises to the south and swallows the earth, making us equal
and gives back transparencies known to your mouth. The morning]
then, is a new climax. The wind narrows both eyes and breath;]
shakes up the noons, ruffles the tea hour.
Absences ruminate. Here one doesn’t smoke. The breath
is laboring in your direction. The knots undone,
we are trempests beginning to form, waiting for rain.
The way is marked by small cemeteries; brief pauses
among almond fires and August. Time of one flower.
We’ll dry up at the next station ready for Veronica
to wipe away sweat and the road. The sea at our side
until the return.

*

(fuori programma)

L’imprevedibilità dei risvegli, i mattini diversi
per condizioni atmosferiche e conseguente umore,
le calze smagliate e il caffè, amaro nella sua abitudine,
a ristabilire l’ordine del giorno. Improvvisa fotografia:
distratto dal libro che hai tra le mani sembri altrove,
sul limite di un silenzio ancora da scrivere.

Un bottone dopo l’altro avvicino quel pensiero
che ruga la fronte per quello che accade e si tace.
La poesia è insubordinazione, stazione viaria, azione,
passaggio in auto-stop verso una nuova galassia.
Seduti scomodi sul secolo breve finito per te nel 1989
intoniamo canti da raccolta di cotone per farne bende.

Sembra che a vedere la ginestra siano in pochi;
il giallo non confondibile nella macchia verde dell’orbo.
Un collage di inerti catramati al verbo sbagliato:
“sono stato” è una questione multifattoriale.

Raccolgo aghi dal fondo del bosco per forare palloncini.
L’aria sarà sempre un futuro semplice eppure irraggiungibile
quasi quanto l’aver osato libertà in regime mono teocratico.
Avremo nuovamente voce per raccontare al fuoco della notte,
quella in cui al posto del sonno si contarono acini luminosi.

6 pensieri riguardo “Cambio di rotta”

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