In hora mortis

Thomas Bernhard

Perché temo il mio invecchiare
la mia morte che mi assale
il grido?
Me temo Signore
temo la mia anima
e il giorno che mi sorregge al muro
e mi dilania
Signore
me temo
temo già la notte
che sta dinanzi ai villaggi
e dietro la casa
che nelle mucche strepita
e danza con le stelle
Dio me temo
al Tuo cospetto
al cospetto della mestizia
che mi lacera la bocca
temo Signore
la mia tomba
e il mio destino nell’oscurità
la morte Signore.

(Traduzione di Luigi Reitani)

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Maldoror

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“L’uomo cerca la verità. La verità agisce nella sua opera. Ogni uomo è un criterio di verità. Date queste premesse, l’oggettività non esiste, e l’idea che si mette a fuoco è sempre una tappa, mai un traguardo.
Chi difende per partito preso le proprie idee, senza verificarne la rispondenza al vero sui piani variamente intersecati della realtà materiale e dell’azione umana, s’irrigidisce stupidamente in un uso strumentale e nevrotico della conoscenza.
L’uomo si mette in opera, trasforma il mondo, nega l’esistente e lo ricrea. Eppure, lo scopo sostanziale della sua ricerca non è l’opera in sé, ma la verità del suo mettersi in opera, ossia la verità pratica della sua opera, dove per “verità” non si deve certo intendere l’affermazione di un contenuto ideale e statico, bensì il movimento (la pratica) che trova una rispondenza fedele e sensibile nell’esistenza degli individui, e che concretizza nel suo sviluppo – in sprazzi di vita davvero vissuta (tautologia meschina, ma quanto necessaria!) – l’azione autonoma e consapevole della volontà; giacché la verità, se non è giudizio morale, né tanto meno valore assoluto, deve farsi piena adesione al movimento di una materia umana che si vuole come relazione e libertà.”

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