Dal frammento al Libro

Luigi Sasso

Dal frammento al Libro
(Su Insistenze
di Giuseppe Zuccarino)

Scrivere, fallire

Scrivere, sosteneva Samuel Beckett, è un modo di fallire. L’attività dello scrittore – ma la cosa è facilmente verificabile anche in altri campi della ricerca artistica, nella pittura, per esempio, o nella scultura – è, perlomeno in epoca moderna, inesorabilmente votata allo scacco. L’artista è definibile come colui che non solo non può prefiggersi il successo, non solo non può sperare di raggiungerlo, ma assolutamente non deve. Egli ha l’obbligo di restare fedele al suo destino. Il compito che si è assunto, quello di restituire – pensiamo a Cézanne o a Giacometti – la cosa com’è e nel contempo come egli la vede, è troppo arduo, è impossibile. Evitare il fallimento non sarebbe una vittoria, ma, appunto, semplicemente l’abbandono del campo, la rinuncia a giocare la partita fino in fondo, un modo di tradire se stessi e soprattutto l’opera intrapresa e interminabile.
Zuccarino non elude questo problema, non cerca di aggirarlo, ma ne fa il tema dominante e ossessivo del suo lavoro. Ecco perché leggendo un libro come Insistenze ci accorgiamo, sin dalle prime pagine, che il luogo che stiamo attraversando è per certi aspetti inquietante. Ben poche immagini aiutano il lettore a definirlo: un cielo azzurro e vuoto, un groviglio di rami, un istrice, un mucchietto di foglie secche, limature di ferro, qualche altro detrito. Non ci sono paesaggi, né colori, ma una scrittura monocroma, aniconica. Inutile ovviamente ipotizzare qualcosa come una storia, una trama, una struttura preordinata e portante: ovunque ci sono soltanto schegge, scorie, poche briciole, insignificanti residui. Non ci sono volti se non quello, terrificante e familiare, della Medusa. Ci ritroviamo a leggere, a camminare accanto a queste parole, e ognuna sembra voler essere l’ultima, sembra abbia la forza di porsi al confine del silenzio, ai margini del vuoto. Non c’è spazio per la descrizione, dunque, o per il racconto. È una scrittura che, intensa e breve, come un riflesso sull’acqua, punta dritto all’essenziale. E l’essenziale è che tutto questo – la solitudine, il fallimento – vale in primo luogo per chi si dedica alla lettura e all’interpretazione dei testi. In altre parole, alla critica e al commento.
Fallire è dunque la necessità alla quale la critica e il commento obbediscono. Si è destinati a non trovare quello che si cerca, perché altrimenti tutto sarebbe finito, verrebbe meno ogni ragione di operare. Fallire vuol dire che il percorso continua, che il viaggio non è ancora terminato, che non c’è una strada già segnata, che ci si è persi, e questo smarrimento, questo delirio sono la conferma che si sta tastando un terreno inesplorato, che qualcosa di nuovo può ancora essere detto, che se anche tutto è stato detto lo si può, lo si deve ripetere. Ma, questa volta, in un altro modo.

 

Critica e commento

Critica e commento rappresentano due diverse strategie di lettura. «Il commento estrae il molto dal poco, la critica distilla il poco dal molto»; e ancora: «Il commentatore è miope, vede nitidamente solo il testo che ha di fronte, il critico è presbite, focalizza meglio ciò che va oltre il testo», si legge in Insistenze. Il che significa che la critica attira a sé il testo, lo modella e lo riduce alla geometria astratta di un’interpretazione, lo piega alle esigenze di una tesi, lo setaccia con metodo e con strumenti specifici. Analizza il testo, lo dissolve, fa apparire, al suo posto, altre pagine, un nuovo testo.
Lo sguardo del commentatore è diverso. Egli percorre con il passo di una formica i margini, le pause che scandiscono una frase, si muove tra gli aspetti più reconditi e opachi dell’opera, sprofonda in una parola così come si sprofonda dentro un sogno. È un compito interminabile, il suo. L’esito, peraltro ipotetico, sarebbe quello di percorrere in ogni direzione la pagina, di ricoprirla di sabbia, fino a cancellarla, fino a soffocarne il respiro.
Eppure critica e commento hanno una radice in comune. Di qui l’insistenza sul carattere infinito dell’ermeneutica e nel contempo la consapevolezza della sua assurdità, la contiguità tra interpretazione e follia. Le analisi critiche, sostiene provocatoriamente Zuccarino, non si allontanano molto dalle costruzioni degli psicotoci e i commenti, a loro volta, assomigliano a un brusio, a un continuo rimuginare, a una nenia cui solo il sonno o la morte possono porre fine.
E non si deve pensare di essere di fronte ad attività, a pratiche di scrittura che riguardano uno specifico, e in fondo trascurabile, ambito letterario. «Tutto – si legge qui – è commento. Non vi è scrittura che non sia, in un qualche senso, commento». E non vi è luogo, cosa, giorno o volto a cui non ci si possa rivolgere come se fossero una pagina, una frase, il ritmo o il disegno di una parola. E non c’è foglio che non si possa aprire e leggere, come il palmo di una mano.
Perché, allora, il critico e il commentatore sono inevitabilmente destinati a fallire? Ma perché il problema che devono affrontare è uguale a quello di qualsiasi altro vero artista e conduce, come la musica di Schönberg, alla trappola di un’antinomia, a oscillare tra un brivido corporeo e lo sguardo vitreo dell’angoscia: si tratta, insomma, di restituire un testo per quello che è, com’è, e nel contempo come l’interprete lo vede. Bisogna cercare di ricreare il testo, così come l’artista cerca di ricreare la vita. Niente di meno, ma niente è più difficile.

 

Una scrittura frammentaria

Insistenze è un libro di frammenti. Scritti tra il 1978 e il 1995, sono la testimonianza di un lavoro inderogabile e severo, presente e capace di dettare il suo ritmo anche nei silenzi, nelle lunghe pause, nei vuoti. Che cos’è un frammento? Intanto non è un sinonimo di aforisma, né di pensiero, né di breve, lirica sequenza. Lo spiega Marco Ercolani nella sua prefazione: «Queste “schegge” non inseguono la saggezza universale della massima o il dettaglio fulmineo dell’aforisma, non cercano la sentenza filosofica o il frammento poetico (…). Sono “raschiature, ritagli, frantumi di ragionamenti”, che hanno in comune lo stesso “carattere di scrittura marginale, secondaria, minore, inevitabilmente irrilevante”». Rappresentano, insomma, un «precipitato» del discorso critico, la «lente ustoria dell’attenzione riflessiva».
Parola minima e inappariscente, leggera e indifesa come la polvere e la neve, dotata di una sonorità talvolta impercettibile, il frammento è una forma di non-scrittura, un semplice appunto, una «notula». In questo senso la sua forma più frequente ed esemplare è quella che nasce intorno a una citazione: nel riprendere le parole di un altro, nel deviarne anche solo di poco la traiettoria, nel modificarne il battito e la tonalità sta, molto spesso, tutto il segreto del frammento.
Come spiegare tutto questo? Forse ricorrendo, per l’appunto, a una citazione. Forse andando alle radici della vita e dell’esperienza, come fa Bruno Schulz in una lettera indirizzata a Stanislaw I. Witkiewicz: «Non so donde giungiamo nell’infanzia a certe immagini dal significato per noi determinante. Esse hanno la funzione di quei fili di una soluzione chimica, attorno ai quali si cristallizza per noi il senso del mondo». La scrittura può crescere intorno a una frase, a un’immagine, alle parole di uno scrittore, al verso di un poeta. In che modo e da dove l’interprete pervenga a farsi catturare da quelle immagini, da quelle parole, è difficile dire: è qualcosa che lo stesso Schulz definirebbe solo a metà di natura consapevole. Ma quel che più importa non sta qui. Sta piuttosto nel configurarsi della citazione come filamento, corpo esile ma capace di restituire il senso di una vita e del mondo. Allora la citazione non può più essere considerata, come alcuni vorrebbero, una compiaciuta e talvolta persino fastidiosa esibizione erudita, un gioco fine a se stesso, un esercizio sterile di calligrafia. Diventa, come dice Schulz, uno sguardo gettato sulle cose, qualcosa che può essere salvato e che nel contempo è in grado di dare una direzione ai nostri gesti, di gettare una luce, fioca e intermittente, sui nostri giorni.
Il ricorso frequente alla citazione risponde anche a un’altra necessità: quella di spogliare l’autore del proprio nome, di suggerire come l’originalità e la trasgressione possano nascondersi in una scrittura di secondo grado, indiretta e subalterna, che lascia la parola agli altri per riservare a sé lo spazio, esiguo ma non meno decisivo, di una semplice glossa, di un’annotazione.
Di questo soggetto sfilacciato e disperso il frammento costituisce la forma ideale. È il segno della discontinuità, dell’improponibilità di una forma armonica e chiusa. È ciò che rimane del crollo di ideologie e utopie, della stessa tradizione occidentale, di cui è ormai impossibile riconoscere i volti e i messaggi e nella quale ci si ritrova, infine, come un uomo che marcia in terra straniera. È una forma che può dunque misurarsi col vuoto, con il nulla, con l’assenza. Senza cancellarli, ma stabilendo con loro un dialogo: l’ultimo, l’inverosimile, il solo ancora praticabile.

 

L’ironia

Critica e frammento, osservava Schlegel, sono sinonimi. L’equazione scritta da uno dei padri fondatori del Romanticismo, e che Zuccarino ha ben presente, ci ricorda innanzitutto a quale momento storico dobbiamo guardare per comprendere cosa significhi ancora oggi scrivere, quale sia la strada di non ritorno, a senso unico, che la cultura occidentale ha imboccato. Ci dice, in secondo luogo, come la critica letteraria sia un’interrogazione del testo, un’indagine, un’inchiesta sulla scrittura. Domandare, ha detto una volta Maurice Blanchot, equivale a lacerare. La critica è quindi questa forma in frantumi, una fiamma che buca e brucia la tela, una lama che taglia lo stelo, che lascia, dietro e intorno a sé, soltanto frammenti.
Critica e frammento trovano infine un altro, e decisivo, punto d’incontro: l’ironia. Da dove nasce l’ironia? Dalla percezione, spiega Zuccarino, del «divario incolmabile» che separa l’infinita ricchezza di ciò che si dovrebbe dire dalla penuria di ciò che si lascia esprimere di fatto. Essa è l’unica «arma di lotta» con cui opporsi a un doppio pericolo: da un lato l’incapacità di tenersi di fronte a quell’abisso, dall’altro la condanna al silenzio. L’ironia sarà allora quella «mezza parola» che permette di «tacere parlando», di alludere «a ciò che sarebbe da dire, e che continua a rimanere necessariamente non detto».
In questo territorio devastato e deserto che è la scrittura di Insistenze tutto si tiene, tutto obbedisce a una logica ossessiva e implacabile. È l’ironia dunque che vede il vuoto dentro ogni individuo, gli interstizi che si aprono tra le parole, i silenzi nella trama del linguaggio. Riduce il testo a frammento, la critica al grafico illeggibile di un sismografo interiore. Di un libro salva una frase, della vita quanto riesce a nascondersi nello spazio di una citazione. Delle cose, del mondo, persino dell’io dell’autore restano soltanto le ombre, fantasmi spaventati e inafferrabili: un residuo, qualcosa, quasi niente.

 

Il Libro

Ma l’ironia non fa soltanto questo. Essa è un modo di parlare per contrarium, l’arte, diceva Jankélévitch, di non somigliare a se stessi. Rivoltando il mondo, dalle nebbie di una dissolvenza fa affiorare un’immagine, dal silenzio il filo di una frase, dalle ceneri di una biblioteca, dai rottami della tradizione il sogno, irraggiungibile, di un libro. Sognare un libro, anzi sognare il Libro (con la lettera maiuscola) è uno degli atteggiamenti caratteristici e decisivi della modernità. «Esistono due tradizioni – si legge in Insistenze – legate all’idea del Libro. L’una è quella ebraica, in cui il Libro è l’origine assoluta, rispetto alla quale tutto il resto non è che pallida copia, ripetizione che va divenendo sempre meno efficace, sempre meno fedele. L’altra è quella romantica, secondo cui il Libro è sempre un libro a venire, che può essere compiuto, perfezionato, e in questo modo diventare il compimento stesso del mondo». Questo sogno, che fa del libro un’utopia, ora ha semplicemente sfiorato, ora ha invece prepotentemente dominato l’immaginazione di Novalis, Flaubert, Mallarmé, Jabès. Il mondo esiste per finire in un libro, per trovare lì, in quelle pagine soltanto immaginarie, rispetto alle quali quelle realmente scritte costituiscono soltanto una misera, insignificante prefazione, il suo movimento e il suo senso.
L’ironia costituisce l’unico modo per sognare ancora quel sogno, il frammento la sola parola che possa alludere all’infinito, estenuante, inesauribile «mare del non detto».

 

Senza inizio né fine

«Ogni gesto isolatamente sembra insensato. Tuttavia la loro rapida successione e la disinvoltura della loro concatenazione comunicano una misteriosa necessità. E questo maneggio, o questo balletto, questa lotta dura notti e mesi interi. Attività furiosa e futile, necessaria e fastidiosa, in cui l’atto positivo e l’atto distruttore si uniscono e si identificano per tessere la stessa durata creatrice senza inizio né fine». Con queste parole Jacques Dupin descriveva, nel 1962, il modo di lavorare di Giacometti nel suo atelier. Qualcosa del genere potrebbe dirsi di questo libro, e della scrittura di Zuccarino. Soltanto disponendosi in serie questi frammenti lasciano davvero affiorare l’intima, essenziale necessità che li lega, il «ponte crollato» che consente il passaggio dall’uno all’altro, il lavoro di costruzione e distruzione, la semina e il lutto di cui ognuno di loro è il risultato. E dunque non sarà ingiustificato sperare, là dove le mani sembrano tracciare soltanto segni indecifrabili e scarabocchi, oppure modellare e disfare continuamente la materia, che possa alla fine apparire sul foglio qualcosa, qualcosa come due occhi, un volto, la forma – assottigliata, enigmatica – di un corpo.

 

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Nota

Il saggio di Luigi Sasso è tratto da Vocazioni, di imminente pubblicazione.
Un’anticipazione dell’opera si può leggere qui.

Dal frammento al Libro è apparso in «Scriptions», 45, 2002.
Tutte le citazioni, salvo diversa indicazione, sono tratte dal libro di Giuseppe Zuccarino Insistenze, Genova, Graphos, 1996.

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