Né qui né altrove

Luigi Sasso

Né qui né altrove

Su Il mese dopo l’ultimo
di Marco Ercolani

Ogni autentico scrittore interroga il linguaggio, ne esplora le potenzialità e i confini, lo trasforma, ce ne offre un’immagine nuova, che insieme ci sorprende e ci inquieta.
Si ha la sensazione, leggendo Il mese dopo l’ultimo, che per Ercolani le parole non possano esaurire tutta la realtà, tutta la sua stratificata e proteiforme configurazione. Resta sempre qualcosa di non detto, una cornice di silenzio percorre le frasi ogni volta che le parole si dispongono sulla pagina. C’è un’insufficienza che non deriva da una scarsa abilità del narratore, ma dalla natura del mezzo impiegato. Probabilmente uno dei modi di definire la letteratura è proprio quello di un linguaggio che non nasconde, ma al contrario rivela i suoi limiti «La lotta fra silenzio e parola fa emergere l’opera come lampo sulle rovine – come luce nera su macerie bianche. E così moltiplica il segreto».
Questa consapevolezza, che cioè non tutto quello che vorremmo dire sia realmente dicibile, che il testo non sia un ritratto definitivo ed esauriente di quello che siamo, potrebbe indurre alla rinuncia, alla rassegnazione. Non è così per Ercolani, che al contrario interpreta questo scacco come un necessario invito alla scrittura. Anzi, sta proprio nella citata consapevolezza il tema fondamentale del libro Il mese dopo l’ultimo, dedicato alla figura di Bruno Schulz. Esso ruota intorno al progetto del celebre scrittore polacco di comporre un libro, il Messia, rimasto poi incompiuto, o meglio mai andato oltre allo stadio di qualche improbabile e ambiguo frammento. Il Messia è, per Schulz, il Libro con la elle maiuscola, qualcosa che a prima vista potrebbe far pensare a un testo sacro, alla Bibbia. Ma il Libro per Schulz non è un’opera già scritta, che appartiene al passato, né possiede la forma ieratica e monumentale di un antico testo sapienziale. Il Libro è il Messia, è il Libro di là da venire e ancora da scrivere e che Schulz, anche a causa delle tragiche circostanze in cui ebbe a consumarsi la sua esistenza, non potrà che immaginare.
Sulle ceneri di questo progetto incompiuto, quasi a voler correggere un errore, o meglio un’ingiustizia della storia, si muove la scrittura di Ercolani. Questa la sfida, la scommessa de Il mese dopo l’ultimo e di tutta la sua narrativa.
Il sogno di un libro, del Libro, trova la sua spiegazione, quindi, nella ricerca di una parola che possa esprimere fino in fondo le cose, che riesca a dire, e a realizzare, quello che tutte le altre parole non possono fare, trova la sua spiegazione nel desiderio di un linguaggio che bruci e raggeli, che ferisca e risani.
Ma una parola, un linguaggio così non stanno, per dirla con un’espressione rubata al Libro del deserto di Ingeborg Bachmann, né qui né altrove, né oggi né domani. Questo Libro non abita nello spazio e nel tempo. È un’utopia, un fantasma sbucato dalle pieghe del cosmo. Come il Messia, esso verrà quando non ci sarà più nessuno ad attenderlo, e finché continueremo a scrivere e a sognarlo, esso ci apparirà irrealizzabile. Il Libro che Schulz ed Ercolani vogliono scrivere è, per parafrasare quello che concretamente sta davanti ai nostri occhi, «il libro dopo l’ultimo». Soltanto quel libro potrebbe contenerci per intero. E allora scrivere non sarà altro che la ricerca di quella meta, l’attesa di quell’evento: «Un libro che viva esclusivamente per la forza intrinseca dello stile, come la terra si regge in aria senza bisogno di impalcature; un libro quasi senza soggetto, il cui tema sia, se possibile, quasi inesistente. Un libro bellissimo, con poche frasi da leggere, liberato dalla materia».
Questa idea si fa ancora più precisa poche righe più avanti: «Fiume interminabile, con emissari e immissari, senza inizio né fine, sempre attingibile ma mai concluso, il Libro matura come una goccia d’acqua nel moto imprevedibile delle correnti».
Queste metafore d’acqua erano state precedute da altre, di segno opposto, che lasciavano presagire il divampare di un incendio: «I libri veri non sono forse – come conviene alle voci dei saggi che possono ardere solo nel silenzio attento dei cuori – brace che cova sotto la cenere delle parole».
C’è sempre dunque un’attesa che dalla figura del Messia si trasferisce, contagiandolo, al Libro. Questa attesa fa apparire la scrittura come qualcosa che sta oltre gli abituali confini, come una presenza a venire: «Il libro è oltre lui. Oggetto lontano e inspiegabile, si affida a sguardi sconosciuti».

L’apocrifo è una delle poche forme in cui si rende possibile scrivere il Libro. Per Ercolani, l’unica. Quale altra forma potrebbe configurarsi almeno come indizio di quel Libro, richiamarlo ironicamente, anticiparlo per allusivo, metonimico legame? Solo l’apocrifo, infatti, può vantare utopiche qualità, è scrittura segreta, eretica, e in un certo senso impossibile, attuando, nella finzione, ciò che la storia ha eluso o cancellato, aprendo un varco nello spazio e nel tempo, ponendo le premesse del compiersi di un’attesa. Si legge: «Ogni testo apocrifo è scritto nel mese dopo l’ultimo».
Il continuo, ossessivo ricorso all’apocrifo chiama in causa anche un altro, recente libro di Ercolani, Carte false (Milano, Hestia, 1999), per non parlare di buona parte della sua precedente produzione. Le parole, lo si è visto, non possono dire tutto. Sono solo ombre, presenze smarrite e spaventate, figure inquiete, fuggitive. Questa prospettiva crea l’attesa, l’attesa del Libro. Ma si ha la sensazione che l’opposta eventualità sia, per Ercolani, non meno temibile. Se le parole possono dire tutto di noi, tracciare fino in fondo il nostro profilo, un ritratto, che come quello di Dorian Gray, assorbe la nostra anima, allora esse hanno il potere di pietrificarci, di consegnare un’immagine completa e incancellabile di noi, e lo scrittore non è nient’altro che la sua stessa opera, una pila di carta. Le parole stesse appaiono prigioniere di questa sorte, corpi sonori inchiodati al loro significato: «Anche i pensieri, le parole, le lettere sacre, sono prigioniere. Dovrei prima liberarle e poi metterle in ordine», si legge ne Il mese dopo l’ultimo.
Di qui, ancora una volta, e questa volta in Carte false, la necessità dell’apocrifo. E insieme la scoperta che il rapporto dello scrittore con le parole non è molto diverso da quello di un pittore con i pennelli e le vernici, di un musicista con le cadenze e i controsoggetti. Un’immaginaria conversazione di Bacon, un taccuino di Charlotte Salomon, una lettera fantomatica di Nicolas De Staël, l’appunto mai scritto di Théodore Géricault, tutte le vite dettate, le pagine contraffatte di Ercolani non fanno che ribadire l’esigenza di ridare sangue e respiro a tutti quegli artisti, a quegli scrittori, di impedire che l’opera che ci hanno lasciato sia davvero finita. Quell’opera non poteva dire tutto, un’appendice apocrifa ora è qui a confermarlo, a ripeterci che nessuna parola ci esaurisce, che altre pagine a quelle pagine seguiranno. L’utopia di Ercolani è qui rivolta al passato più che all’attesa, il sogno è questa volta quello di liberare quei volti e quei destini dalla Kolyma di cui sono prigionieri.
Diceva Borges che il paradosso dell’esistenza sta in questo: da un lato la vita ci sembra assurda perché siamo condannati a morire, e questo limite trasforma gli anni in un soffio, il nostro destino nell’inganno di una parentesi; dall’altro, se anche, per qualche sortilegio, ci venisse concessa l’immortalità, la vita non cesserebbe di essere un incubo, e ogni azione, ogni nostra vicenda, perderebbe, diluita in un tempo infinito, significato. Ciò nonostante gli uomini vivono, amano, si riproducono.
Il mese dopo l’ultimo e Carte false svelano, alla luce di quanto detto, la loro natura complementare. Le parole non ci contengono, e ciò ci spinge a cercare un altro libro, a scrivere un Messia, un Libro apocrifo; ma se anche potessero farlo, e dire tutto il dicibile, questo renderebbe ancor più drammaticamente necessaria la falsificazione delle carte, l’invenzione di un destino diverso, una scrittura eterodossa e clandestina, fittizia e quindi scandalosamente vera. Forse il merito dei libri di Ercolani è quello di ricordarci quale senso può ancora avere, oggi, la letteratura.

Il Libro è, nella costellazione romantica, un altro nome di Utopia. Se ne può parlare proprio in quanto irrealizzabile, è il luogo dell’Assoluto proprio perché non può essere scritto. È il più bello, il più profondo, il più grande proprio perché, come l’isola non trovata, nessuno potrà mai leggerlo. Il Libro è il libro dopo l’ultimo. Che senso ha parlarne, scriverne? Quale segreto nasconde, se nasconde un segreto?
È una specie di orizzonte: intangibile, inavvicinabile, quella linea che scorre tra il deserto e il cielo dice il limite del nostro sguardo, misura il raggio di apertura del visibile. Il Libro tuttavia non ci comunica soltanto un’impossibilità (toccare l’orizzonte), ma anche, ancora più importante, la possibilità di un’opera totale e salvifica, alla quale è affidato il riscatto di ogni precedente scrittura, il luogo dove la letteratura, come la nostra vita del resto, può trovare un senso. Quello che il Libro ci dice è un’idea di letteratura come impegno assoluto, totalizzante, come esperienza in cui le possibilità e potenzialità umane giungono a compimento. Il Libro, come il Messia, promette il totale rovesciamento della nostra condizione, la metamorfosi dei nostri destini, la meta del nostro peregrinare.

Il Libro non deve far pensare a qualcosa di gigantesco o di interminabile. Esso preferisce dimensioni più piccole, quasi impercettibili. Si nasconde in un francobollo, sopra una busta spiegazzata; è fatto di un solo foglio, di un frammento, di un pezzo strappato di pagina. Ha la forma di un nome, di una sillaba, di un segno di interpunzione. È un dettaglio che a prima vista ti sfugge, la luce opaca di uno spicchio di luna quando il giorno è già fatto.
La letteratura non va confusa con la vita, il piano dell’arte non coincide con quello dell’esistenza. Eppure il Libro nasce dall’impossibilità, davanti a un volto, di non pensare ai caratteri grafici sul foglio, e al cospetto di una pagina di non ricordare, di non immaginare l’intensità di uno sguardo, il delicato ventaglio delle ciglia, la lucida superficie di una fronte.

A questa dimensione fa quasi da contrappunto, ne Il mese dopo l’ultimo, il velo di una poetica: comporre per sottrazione, scrivere imponendo silenzio alla voce dell’io. L’utopia del Libro ne richiama un’altra, a essa complementare: quella di una scrittura anonima, che non porti incisi i segni dell’identità di un autore: «Il sogno di una scrittura anonima. il passaggio del vento, che feconda e va lontano». E nella pagina seguente questo sogno si rinnova: «Scrivere un’opera che resti anonima e mitica è una gioia che, in questo secolo, non ci è più consentito provare».
Sogno folle, nichilistica vocazione, desiderio di una dissolvenza, ultima e definitiva, del soggetto. Eppure il sogno di un’opera incommensurabile come quella del Libro non può, inevitabilmente, che accompagnarsi al progetto di cancellazione, di negazione di sé. Tra questi due fenomeni si stabilisce un legame profondo. È quanto aveva già compreso Simone Weil, quando asseriva che la vera, grande creazione, esattamente come la creazione del mondo, è un ritrarsi, un rimpicciolirsi, è un divenire senza volto e senza nome. Forse solo quando tale risultato potrà dirsi conseguito sarà possibile sfogliare le pagine incorruttibili del Libro.

Sorge il sospetto che la forma del Libro non sia quella di un poema né di un romanzo, non sia il frammento né il racconto, non sia la profezia, il trattato, la visione, ma il dialogo. Le notti del Messia sono occupate dal dialogo di Hermann e Kris. Ma si tratta di un’osservazione troppo superficiale. In realtà tutta la scrittura di Ercolani è una scrittura del dialogo. Anche la più muta delle solitudini è per lui una forma di colloquio, l’intersecarsi di voci e di sguardi, il raddoppiarsi e capovolgersi di frasi e di destini: «Pur vivendo solo metto sempre una sedia davanti a me, a mezzanotte, davanti alla scrivania, e lascio i fogli su cui ho appena scritto ben in evidenza». Qualcuno potrà leggere quei fogli, potrà correggerli, riscriverli. Potrà far risuonare la sua voce accanto, o contro, al mormorio delle parole nella pagina. Potrà cancellare quelle righe, modificarne il significato, accelerarne il ritmo o fermarne il battito, per sempre. Ma resta il fatto che per Ercolani la creazione non è mai ex nihilo; piuttosto è un compito da assolvere interrogando vite e libri, lasciandosi invadere da voci e racconti. La natura apocrifa dei suoi scritti ne è la migliore conferma. E ingloba altri aspetti della sua scrittura: la dimensione fantastica, l’anonimo: «Dall’io quasi assente del racconto di tipo fantastico all’io apocrifo che, esistendo, rende assente l’io del quale diventa attore. Coinvolto nell’identificazione con il suo doppio immaginato, l’autore sparisce come fumo dal testo su cui lascia la sua falsa firma».
L’eresia di queste pagine non può sottrarsi, infine, al dialogo – incessante e a volte disperato – con le vicende e i libri di tutti coloro che, come Schulz, sembrano avere compiuto un percorso estremo e nel contempo aver subìto un ingiusto trattamento dalla sorte. L’idea di un riscatto postumo è l’ultima forma che il dialogo prende in Ercolani.

Il mese dopo l’ultimo è un libro in gran parte composto da sogni. Uno di questi è il sogno di una scrittura che ritorni alle sue origini, al tempo che precede la comparsa dell’alfabeto fonetico, quando gli uomini tracciavano segni che assomigliavano a stelle, fiumi, palme, animali, quando con pochi tratti di uno stilo sapevano catturare l’eco di una notte, la fatica di un viaggio, la danza cruenta della caccia. Se la scrittura, come ha ricordato Paul Zumthor, trova una sua probabile origine nel desiderio dell’uomo di dare una rappresentazione sintetica dello spazio, in altre parole è, in origine, una cartografia del mondo, a questa meta essa deve incominciare, di nuovo, secondo Ercolani, a tendere. Il Libro forse è anche questo: una pagina topografica. Ma non si tratta di un compito facile, come potrebbe sembrare, perché ogni luogo, sia esso pietra o nuvola, si è nel frattempo arricchito di una nuova dimensione, si è ricoperto della sabbia dei giorni e delle notti, dell’incommensurabile profondità del tempo, della lettura e dell’interpretazione di infiniti sguardi, compresi quelli degli scrittori. Le pagine dovrebbero allora diventare rappresentazioni cronografiche, per così dire, delle cose. La conseguenza inevitabile è che l’alfabeto di cui questa scrittura è fatta è, lo dice Ercolani stesso, un alfabeto mai visto, un alfabeto fatto di segni sghembi, di cifre e figure, un alfabeto che si circonda di silenzio: «Tutti guardavano Issur sapendo che lui solo avrebbe trovato il significato di quelle iscrizioni e, dopo, avrebbe pronunciato la frase magica, con cui la porta si sarebbe aperta. Guardò attentamente davanti a sé, consapevole della loro attesa, comprese le cifre dell’alfabeto e i significati delle figure; notò sette segni che si ripetevano, sette rami che si dipartivano dal centro, poi due figure umane, ma tutto accadde in un lampo: non capì più nulla di quella lingua e tacque».
Ritrovare la chiave di quel linguaggio, riuscire a chiudere l’universo in una pagina. Il sogno, l’attesa, il riscatto. La lingua di Ercolani batte sempre qui. L’ossessione, il compito inderogabile. Basta girare ancora pagina, appunto, per vedere quello che c’è sotto: «La scrittura è il sogno di un prigioniero a vita: il minimo, in questo mondo atroce. Una parola che spacca le labbra, se non la pronunciamo».

Ciò che lega l’apocrifo al racconto fantastico: pensare che il testo che si sta scrivendo non sia opera propria, ma di un altro, come se lì si profilasse l’ombra di un altro autore. L’effetto che ne deriva è davvero perturbante, perché le parole non hanno più radici, come ninfee galleggiano sulla superficie dell’acqua, sono dei riflessi, macchie di luce e di colore, ombre che si assiepano sullo sfondo. La frase di Ercolani ha dunque una natura fantasmatica: il suo universo, come il suo stile, ha qualcosa di diafano e di spettrale, è un trascorrere di opacità e di luminescenza. Ne consegue che le sue parole sembrano trovarsi a loro agio sotto qualsiasi cielo, in qualunque tempo, a Prohoycz nel 1942, a Pietroburgo negli anni Venti, nella Parigi del XIX secolo, a Trieste, a Vienna, a Varsavia, a Baltimora. È sempre un’ombra che parla, un personaggio che è soltanto un nome – e che quel nome, domani perderà – un grafema, un destino sgranato in frammenti, in segmenti di parole.

A volte un post-scriptum può rivelare molte cose. Scrivendo all’amico Plesniewicz, dopo la sua firma, Schulz annota: «Ti mando la Dodicesima notte. Non è un finale, lo so, ma non riesco ad andare oltre. Cosa devo fare?». L’inquietudine che si avverte in ogni pagina, la paura che il testo scritto raggeli, imbozzoli le cose, la possibilità di immaginare un’altra scrittura e un’altra forma stanno tutte racchiuse in quell’oltre. L’oltre è una via di fuga, un’attesa; è ciò che conferisce energia e vita al testo, che ne fa un corpo che si muove e respira, sfugge e si trasforma. L’oltre dice di una scrittura che non si chiude, non indossa mai una divisa canonica e immutabile. È una scrittura che cerca la vita, che accetta un destino nomade e passeggero, non la marmorea intangibilità della morte. Il finale del libro è il riconoscimento dell’incapacità e del desiderio di andare oltre; il sogno del Libro è destinato a restare tale. La pagina scritta è dunque un limite, è la conseguenza di un ritrarsi, del tornare al punto da cui la scrittura ha inizio. E allora le linee sul foglio sono altrettante linee di confine, argini, sponde, contorni di figure.
Il libro che hai scritto è sempre il risultato di un percorso. Può alludere a un oltre, ma non raggiungerlo, è nato proprio a causa di questa impossibilità e dunque per sognare quel superamento, quell’uscire fuori e follemente muoversi. Di questo sogno cerchiamo le tracce nella scrittura.

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Nota

Il saggio di Luigi Sasso è tratto da Vocazioni, di imminente pubblicazione.
Un’anticipazione dell’opera si può leggere qui.

Né qui né altrove è apparso in «Scriptions», 49, 2003.
Tutte le citazioni sono tratte da Marco Ercolani, Il mese dopo l’ultimo, Genova, Graphos, 1999.

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4 pensieri su “Né qui né altrove”

  1. Bellissimo saggio per su due autori (Ercolani e Schultz), “mutatis mutandis”,assai meno visibili di quanto il loro valore lascerebbe supporre (fatti, naturalmente, i dovuti distinguo di generazione e stile). Ma basta leggere lo splendido, non troppo noto (per usare un eufemismo) “Botteghe color cannella” per rendersi conto di come le atmosfere thriller di Schultz, le nebbie in cui tutto sembra scomparire o accadere all’improvviso, quei cassetti labirintici della merceria, gli sproloqui deliranti, i volti deformati eai disegni, le decine di volatili collezionati dal folle padre, predispongano la stessa scrittura infinita che Ercolani persegue da otto lustri – con una produzione letteraria assolutamente particolare, in prosa aforismi e poesia, apocrifa e non solo. “Carte false” come le false. verissime lettere di “Diario doppio” (scritto, come altre opere, a quattro mani con Lucetta Frisa), come le false verissime confessioni di Walser al suo psichiatra in “Preferisco sparire”, come le storie reali ma occultate nell’ombra di “Destini minori” e di “Anime strane” (altro libro a quattro mani con Frisa), come l’io lirico di frontiera in “Si minore” o “Il diritto di essere opachi”, come la narrazione impossibile di “Camera fissa” (a mio giudizio forse il suo capolavoro). O come le città immaginare, si chiamino Taala o gli incubi invernali di un incidente d’autobus alla Shining, o le prose di visioni nate nel buio, le opere “non perfette” dei folli, i loro destini minori come la nota di un accordo malinconico …e ho forse sfiorato, a memoria, un ottavo o un decimo della sterminata produzione di questo autore, senza neppure contare la produzione critica. C’è da chiedersi: quale sarà il prossimo “livre à venir” di Ercolani? Sogno o realtà, poesia o prosa, falso o autentico? E se la differenza fosse un gioco da illusionisti, un diorama della mente, un caso fortuito? Se tutta la cosiddetta realtà fosse l’opera apocrifa e imperfetta del famoso genio cartesiano, che sia stato finora capace di firmarsi con il più rassicurante nome di dio?

  2. Un sentito grazie ad Alessandra per questa sua incursione in un’opera, che io stesso controllo a stento. Sarò un caso clinico? Però credo che l’interminabilità del testo, la sua felice/infelice incompiutezza, sia necessaria per uno scrittore contemporaneo, se viaggia fra generi diversi che rispecchiano la sua unica ossessione…

  3. L’impossibile conclusione mostra e sancisce l’assenza di confine fra segno e significato, logica e ontologia, fra cui si apre l’abisso rappresentato nel “Ponte” di Kafka, anch’egli naufrago fra sogni inconcludibili.

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