Il critico

E che facevano, diranno i saputi e sàpidi lettori, i critici letterari in quel tempo in cui regnava la nonletteratura? Oh, facevano molte e belle cose, e nell’insieme non se la passavano male, anche se non senza discontinuità. Erano acuti, e si rallegravano reciprocamente della loro acutezza; erano finissimi analisti degli affetti, e pertanto avevano una epidermide delicata assai, specie sui polpastrelli del pollice e dell’indice, che soffregavano, occhi socchiusi, a indicare sensazioni fini troppo, e d’assai, per essere dette; altri, sguardo gelido, voce monotona, spiegavano facoltà analitiche e sintetiche da far meraviglia; facevano per l’aria segni a indicare cose che non sapevano, ma che parevano autorevoli e illuminanti. Inventavano parole, e ciò non sarebbe stato male, giacchè a quel tempo c’era scarsezza di parole, e la gente se la cavava con ruvidi brontolii; ma le parole che essi inventavano erano tutte in funzione della nonletteratura, e pertanto non erano di uso comune per cacciatori e pescatori, né per le loro mogli. Naturalmente, essi non parlavano direttamente della nonletteratura, ma discorrevano di qualcosa che non c’era, e fissavano le regole grazie alle quali sarebbe rimasta inesistente per sempre. Non sarebbe esatto dire che parlavano del niente; parlavano di qualcosa che non c’era ancora, ma senza sapere che cosa fosse, e in ogni caso ne stabilivano le condizioni, le forme, gli sviluppi; e sebbene la letteratura non ci fosse, essi intrattenevano con la nonletteratura dei rapporti che assomigliavano meravigliosamente a quelli che avrebbero intrattenuto nel lontano futuro in cui la loro funzione sarebbe stata finalmente riconosciuta, e, come disse un professore di passaggio, ‘storicizzata’. Come è ovvio, questo modo di discutere, discettare, dividere, astrarre, annotare, ampliare, restringere, resecare, ricavare, interpretare, indagare, immergersi, chiosare, commentare, confrontare; tutto ciò che si può fare con gesti, parole, sospiri a proposito della nonletteratura, aveva fatto anche dei critici letterari dei dementi, ma per la loro specializzazione, generalmente riconosciuta, per le doti di astrazione, per la finezza classificatoria, erano considerati elementi non solo innocui, ma onorevoli, e le varie tribù si contendevano i critici nonletterari, che facevano ‘cultura’, e non venivano mai uccisi né divorati, ma blanditi con moine e soavità. E’ bensì vero che alcuni cercarono di applicare il loro finissimo istinto in uno studio comparativo dei mammut, ma questi tentativi, per lo più, erano considerati come del tutto inadeguati, perché supponevano l’esistenza di cosa di cui si potesse parlare, mentre il presupposto di fondo, ribadito in successivi congressi, era che essi si occupavano in modo analitico e sintetico di cosa inesistente, e che quella inesistenza era del tutto fondamentale, e non trattabile. Pertanto i critici non si occupavano né di pentole né di pecore né di pterodattili, non di cibo, di cessi né di civette, non di volatili, di vibrisse, di véntole, perché, come esistenti, potevano intaccare quell’inesistente di cui avevano fatto scopo e centro della loro esistenza. Furono talora considerati uomini religiosi, per quel continuato insistere sul non esistere come condizione essenziale perché una qualcosa sia degna di dibattito e discussione e discettazione; ma in realtà essi inclinavano a un prestigio morale e psicologico che li esentava dai lavori pesanti e pericolosi, ed erano ansiosi di essere inutili, ma in un loro modo lussuoso e difficile, come può essere inutile un angiporto a mezza costa dell’Everest, o un divieto di sosta al polo nord, o una fabbrica di cani che sappiano solo miagolare.

(Giorgio Manganelli, Discorso dell’ombra e dello stemma, 1982)

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7 pensieri su “Il critico”

  1. a quanto pare, oltre che un genio il manga era anche un veggente, aveva già previsto trentacinque anni fa l’arrivo di san fumino e della sua banda di fumati

  2. Quella giusta era impubblicabile, per ovvi motivi. E, in ogni caso, più imbarazzante delle autorecensioni, che a Twin Peaks imperversano con sommo sprezzo della decenza e del ridicolo.

    g.

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