Il recensore

Il recensore è sempre stato, è, e sarà sempre un demente. Ma la sua demenza è esagitata, losca, precipitosa, acre, sibillina, astuta, allusiva, mentirosa, inane, futile, dispersa, stulta, erudita, misteriosa, sottovoce, lamentosa, insinuante, accusatoria, ironica. Il recensore non è autorizzato ad avere idee, concetti, calma e distensione e gatti, giacché in tal caso si rifiuterebbe di fare il recensore. Egli ha solo bisogno, assoluto, drogato bisogno, di avere per le mani un libro; non è neppur necessario che lo legga tutto; che lo legga per la maggior parte; che lo legga per la minor parte; che ne legga altro che il titolo e la bandella; può bastargli fiutarlo, sedercisi sopra – egli è di culo finissimo – toccare a occhi chiusi la costa, leccare la colla. Il buon recensore perlegge, il medio leggiucchia, il malo maliziosamente compita parola e parola, o tralegge così da districar le dispari dalle pari; le sue parole saranno ambigue, unte, affettuose, velenose, affettuose, venefiche, affettuose, assatanate. Il recensore di buona razza, colui che il libro legge intero e ne parla con assennata mestizia, codesto recensore nei tempi della nonletteratura dà i numeri, delira, morde carni di infante, tenta di recensir cumuli di sterco purché siano freschi, giacché egli non tollera lo sterco anche solo rappreso, nella merda immerge la sua testa canuta ed ivi spira, gustando una sua felicità afasica. Ama farsi introdurre nelle viscere tiepide di animali uccisi, vuole che qualcuno ogni tanto venga decapitato per guatarne il sangue gustoso e spumeggiante, un calice di sangue. In genere egli è tanto molesto che viene messo a morte a sassi, strappi, stroncato di gambe e braccia: il che egli ama, giacché prima del decesso egli si recensisce una propria gamba e la trova, non senza argomenti, ottima. I recensori medi, mediocri, mali, malvagi, micidiali, vagano in continuato delirio, parlottano, strepitano, ridono, piangono, si inginocchiano, assentono, accattonano, fuggono cani e cànidi, si rosicchiano le povere mani, stringono a mo’ di stilografica un inutile ramo, o toccano fili d’erba in una guisa che a noi richiama alla mente il diteggiar di una macchina da scrivere. Con saliva e non con parole polemizzano, distinguono, avanzano riserve, elogiano. E muoiono senza che nessuno li uccida, per carenza vitale, giacché per essi la letteratura è pane e carne, famiglia e gatto, dio e diavolo, e senza letteratura vivere non possono, e la loro vita è breve, è trista, è torva, è asfissiata, è affamata, è famelica, è fragile, ed essi si rompono, si sminuzzano, si sciolgono, si spengono, sudano se stessi in sudario agonico, e ne resta un umidore, una brina, una lisca.

(Giorgio Manganelli, Discorso dell’ombra e dello stemma, 1982)

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