L’apocalisse e altre stagioni

Adeodato Piazza Nicolai

L’apocalisse a altre stagioni

Tratto da: Le stagioni di Adeodato
di prossima pubblicazione in “Quaderni di RebStein“.

 

LA CORDA DELLO SCORPIONE

Nel buio ho imparato ad amare
il quasi silenzio delle mura scrostate
e la breve presenza di un amico
poeta ignorato
dal resto del pianeta.
E poi con le ferite alquanto guarite
sono emigrato
nella grande mela, dove ho riconosciuto
l’amore a tarda età che ha emarginato
l’immenso dolore poco curato dalla
psicoanalisi. I cerotti sono stati
la poesia, amica fedele/infedele
delle altalenanti giornate.
Ho dato tutto ciò che potevo.
Continuo a farlo perché mi piace, non
stanca mai. Passano gli anni e le memorie
restano chiare, incancellabili,
sembrano umane.
And so goodbye to all the rest…

 

*

 

DISSOLUZIONE

Turgido il corpo, la mente
scivola sulla lama del rasoio.
Dove ripescare la vita
defraudata dal desiderio,
dal logorio
dalla dissoluzione
negli anni sprecati?
Scelte sbagliate
incontri-scontri fallaci
e sfumati durante il viaggio
lunare disfatto dai ragli
della memoria?
Dov’è l’erotismo quand’ero
ragazzo? Sono stanco,
deviato da troppo dolore
da troppe chimere. S’è
spento il bagliore dell’alba.
Rimangono scorie di vecchie
cicatrici mentre una cicala
mi graffia, nascosta nel prato
di quadrifoglio sconfitto dal sole …

 

*

 

AVEVO SOGNATO

una visita a Casarsa ma eri già partito
con tua madre per Roma.Ti sei
fermato a Bologna a salutare un amico
che era già morto da tanto tempo
eppure
viveva nelle tue poesie. Dopo
decenni d’indicibile dolore
in fine anche la vita ha fatto a pezzi
il tuo cuore. Rimani come pensiero
a forma di rosa. Pier Paolo,
chissà se dove tu ora riposi
non fiorisca un ramuccio di spine:
speranze di pace. Addio e sogni
tranquilli ma senza squilli dai ladri
padroni
e soprattutto senza quisquiglie…
soltanto bisbigli. Sussurrami
ancora, mio amato
compagno di lotte incomprese…

 

*

 

PASSIONE

Entrato nella testa il freddo
della sera, rientro nella luce
all’alba della vita. Il mostro
del mio tempo rosicchia tanti
giorni, la luna sembra piangere,
il sole mi disgela. Rumori delle
foglie raccolte dall’autunno
scompigliano la mente. Lamento
della nebbia il vagito lontano.
Vorrei volare in alto insieme
all’aquilone che tu m’hai regalato
dopo il primo bacio, amore
senza fine. Sei l’aquila superba,
il fiore germogliato con il sole
tramontato. Le tinte dell’autunno
se ne vanno troppo presto;
anticipo l’inverno col gelo e
con la neve. Scieremo l’altra
pista prima della notte: la vita
sembra lampo che pulsa insieme
al cuore. Innato il desiderio di
laudare cielo e terra …

 

*

 

ACHERONTE

traghettatore l’artista, il poeta.
Tra-duce travasa l’invaso che esonda
dal teorema del reale: autore/attore
inesistente-inconsistente. Non conta,
vale
soltanto il risultato creato (o meglio
travasato). Dal nulla alla culla nasce
l’essenza-fragranza: frangente
stravagante
che sbatte sugli scogli dell’incerta mattina.
L’artista non è né mago né druida, neanche
stregone. Un essere vero e sincero
alla visione captata dal cosmo,
dal corpo e dalle cose; sia rosa
orso, volpe, abete, radice nel bosco.
Sempre l’ignoto sarà stupito/tradito
dal travasamento …

 

*

 

L’ERBA SI PIEGA

Forse una preghiera diventa
l’erba che preme. Questa
la vita duratura della natura.

L’Epos che fa crescere un’etica.
Non è la roccia erosa pian piano,
è l’attimo maturato nel lampo

dello sfogo temporalesco che
graffia l’evento fulminante come
vento violento rapace, inatteso …

La durata è l’illusione dell’immanenza
vitale, essenziale purtroppo effimera; un
sogno segnatro poi cancellato dalla mente.

Sta nell’acqua la permanenza? Scorre
saltella, scroscia, esonda … scoppia
come una bomba; distrugge persone,
pianure, perfino intere città …

Il cielo s’annebbia, ruggisce, nuvole
s’abbracciano come tigri infuriate.
Non saranno pecorelle a segnalare
la tigre che beve finita la tempesta …

È forse incancellabile la resistenza alla morte *
certa, falce che taglia il nostro filo di Arianna.
Per questo cammino nel bosco, non dirò mai
quando né dove né quanto. Passeggio e basta
verso i miei indelineati confini.

La sana natura non sarà mai cinepresa;
le strofe della foresta suonano la musica
delle stelle. Siamo i prigionieri del tempo-
spazio, ma dobbiamo sentirci sazi del dono
dell’essere senza l’avere, senza doveri …

 

*

 

QUESTA NOTTE

Questa notte la mezzaluna
s’è impiccata
sulla croce del nostro campanile,
stanca di navigare nell’aria inquinata.
Non sono uno scienziato qualificato
dall’ARPAV ma anche in montagna
il respiro si affatica sempre di più.
Anche i rondoni sembrano volare
rasoterra; dicono che siano golosi
‘insetti ma forse si stancano
a volare più in alto. Qualche cosa
non torna. L’inquinamento
quotidiano prende per la gola
tutto il creato: pedale alle paure
dell’uomo-animale. Pure le altre
specie patiscono le conseguenze
della nostra follia. Non è la nostalgia
di questo romantico: madre natura
s’è ribellata – terremoti, tornados
tsunami, esondazioni, e tutto questo
non ci basta. Continuiamo a sacrificare
il futuro di ognuno, condannati all’inferno…

 

*

 

PATHÉTIQUE

Pateticità: patos, pathos
(patois?), patetica questa
dannata solitudine infinita
dimenticata, abbandonata
e riscoperta ma troppo tardi,
verso la fine oltre il confine.
Ho sconfinato nel nulla
lasciando la culla (la casa
di montagna) … vagabondo
sull’altro emisfero. Adottato da
un parente impazzito ho presto
scoperto la notte al chiaro di luna –
mia dolce sorella troppo lontana.
Ricordo la vecchia fontana del mio
paese dove ho scoperto quant’è
solitario l’amore/dolore, signore
del cuore. Lei se ne fregava, io
la pregavo di starmi vicina. Era matura
ben oltre i suoi anni. Amava l’altro.
Sull’altra sponda del mare la spiaggia
sputava lordure contro natura: salmoni
stecchiti, barattoli arrugginiti, bottiglie
rotte e neanche un filo d’affetto
a rompere il cuore. Una pathétique
mozartiana, o statunitense, suonava
senza violini. Sulla sponda del lago
battevano i miei denti
ghiacciati dal vento d’inverno …

 

*

 

COHELET e VERMEER

                Oh, la nera bellezza del tuo cantare, Qohelet!
                Piove e piove ininterrottamente da giorni
                e questa è una notte ancora più cupa,
                tutto inghiottito da compatta tenebra:
                annuncio e figura dell’altra Notte che viene? [1]

Mostro della luce, Vermeer, sempre nella stessa stanza
dove invita le sue modelle, le posiziona, mette a fuoco
la luce che filtra dalle tre finestre, poi dipinge, dipinge.
Il pennello fotografa soggetti, i suoi occhi accarezzano
gli altri occhi, la pelle ruvida, rosata, incarnadina. Oggetti e soggetti con sfondi creati dalla sua mente. Non mente
il pennello. Guarda, apprezza, riscopre se stesso nei suoi
personaggi riconosciuti da altre vite, da vecchie e cancellate
forse sublimate situazioni. Vermeer, jazzista di luci e colori
sfiorati nel ghetto e depositati con tenera-ruvida bellezza
sulle ragnatele del tempo/non tempo ora sbiadito. Ecco
la sua folle magia. Qualche critico moderno ha dichiarato
che i suoi dipinti peccano di staticità. Forse intendeva
di elettricità: ogni scatto fissato su tela, su carta su cera
pecca di staticità, mio caro signore! Nei suoi ritratti
le donne fanno le cose quotidiane e lui le dipinge, dipinge.
Passano gli anni, lui se ne va nell’oltranza forse mai prima
svelata o dipinta. Negli atelier, musei, pinacoteche, nelle
stanze private dei collezionisti vivono ancora le sue colorate
visioni.

Qual è il segreto,
il suo mistero? Indescrivibile, irriproducibile la qualità di
quella luce. Fotografi e pittori moderni hanno tentato, cercato
sognato di riprodurla ma senza fortuna. La luna resta sempre
la luna: lo scatto matto non la ricrea, la copia solamente.
“La ragazza con gli orecchini di perla” e quella con il cappellino
rosso forse con lui hanno affossato una relazione amorosa?
Nessuno lo saprà. Amore sbocciato con la prima pennellata…
Lei guarda un po’ persa fuori dalla finestra, lui entra dentro
quegli occhi grigio-verdi e lì ci resta assopito per tanto tempo,
possibilmente per sempre.
Luce è vita raccolta su tela anche se fuori sfarfalla la neve …

[1] – David Maria Turoldo, Il grande libro,
Edizioni San Paolo, 2000, p. 56.

 

*

 

VORREI REGALARTI UNA ROSA…

                i was much older then
                when i was young …

                Brian Ferry

Da giovane ero più saggio,
appeso all’ultimo raggio di luna
cercavo una magra fortuna.
Ora più vecchio sono ignorante
perché ho viaggiato in lungo
in largo in tanti luoghi del mondo
imparando sempre di meno.

Son pieno di ruggine, di fandonie
di malinconie e di stupidaggini,
valgo meno di nulla… Ho cercato
d’essere studente dell’immanenza
trovandomi dentro l’oltranza,
quel lampo di disperata agnizione

dimenticando per strada fede
e speranza; in tasca ritengo
frammenti di proto-tracotanza che
m’accompagna come un fanciullo
senza la mamma …Preservo ancora
quel minimo di carità umana.

Nel bosco fischio insieme agli uccelli,
durante le notti ascolto
gufi e pipistrelli; a volte volano rondini
alquanto disperse e pure affamate
ma credo vogliono cibare
gli eredi nel nido. Sotto la betulla
annuso funghi che non conosco:
acerbo il profumo di autunno.
Penso al domani
da riscoprire come fossi più giovane
e forse più saggio di adesso.
Allora avevo il coraggio di lottare
per le mie vedute e qualche idea
che sembrava giusta.
Ora il mio mondo è una misera giostra.
Gira e rigira e gira intorno a che cosa?
Vorrei regalarti una rosa …

 

*

 

ARBEIT MACHT SKLAVE

                Senza cuore e senza coscienza
                l’uomo è il peggiore animale.

Nei lager il lavoro rendeva tutti
liberi di morire lentamente.
Arbeit Macht Frei … schiavizzati fino
alla soluzione finale, orrenda, fatale.
Schiavi rinchiusi da capri espiatori

nei freddi capannoni maledetti, affollati
finché ciminiere sputavano ceneri color
sangue nero. Schiavi visitati dal dolore
dalla fame e dalla paura senza confine.
Arbeit Macht Sklave: capelli, anelli,
scarpe, vestiti, scheletri raggrinziti
ammucchiati restano
e sono preghiere al cielo grigiomuto–
imbuto di vite bruciate nel nulla, culla
del male amaro…

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3 pensieri riguardo “L’apocalisse e altre stagioni”

  1. Queste poesie di Adeodato sanno di risveglio e raggiunta consapevolezza, quasi si trattasse di un nuovo inizio, formale ed esistenziale. Non conosco i suoi lavori precedenti, quale sia stato il suo percorso, mi sembra però di cogliere qui e là qualche segno o indicazione – “senza squilli dai ladri / padroni / e soprattutto senza quisquiglie… / soltanto bisbigli”. Oppure “l’essenza-fragranza: frangente / stravagante” – sonorità che mi sembra fatichino a restare nell’avvenuta consapevolezza; così come anche l’abbinata “io” e rischio di elegia. Vi leggo, insomma, una ancora sofferta partecipazione emotiva al ricordo – sempre da ricondurre all’Io – che però sembra in fase calante: per questo parlo di risveglio, di nuova consapevolezza. Mi aspetto doni, come sempre accade dopo ogni vero distacco. Anche i ricordi, che Adeodato sa narrare, ma in nuova veste.
    Oh, non fateci caso: oggi, ore 17:04, scrivo coì.

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