Pw: Hendcop54

Lucio Mayoor Tosi

Poesie dalla raccolta inedita
Pw: Hendcop54

 

 

 

La stanza è piena di suggerimenti.

Il cadavere giace rannicchiato con le mani sotto le guance
come stesse ancora dormendo:
– Voglio proprio vedere cosa t’inventerai adesso
pur di continuare a scrivere le tue assurdità!
Chi parla non sorride, gliel’impediscono le nuove cartilagini al silicone.
Quelle che vorrei buttare anch’io, qui.
Adesso.

 

 

 

By night.

Una luce chiara gli entrò, da dietro, negli occhi.
Subito lui pensò: io sono due che si sono amati.
Poi anche: Non avrai altro…
Ma qui s’interruppe.

La gente intorno cantava
Azzurro, il pomeriggio è troppo azzurro
per meee…
E lei, guardandolo negli occhi:
– Mi accorgo di non avere più risorse
(insieme) senza di teee.
Più tardi lui le sussurrò anche:
– Sai di Leocrema.

Uno sciame di neutrini
stava attraversando le ombre del corridoio.

*

Alla gara di memoria vinse l’insegnante
della scuola media di Vercelli.
L’anno prima vinsero quelli di Casale.
L’anno prima ancora, non so.
– Chi vinse tre anni fa?
– Per questo è nata la scrittura.
Dove l’hai presa quella camicia rosa?

Una notte scura e silenziosa serviva ai tavoli.
Ma fuori già stava piovendo.

*

La donna seduta di fronte ha sul volto la bocca.
Quella di fianco un occhio.

Dal treno all’Università seguendo la linea
marcata dalla biro.
Una sottile cascata di azzurro.
Alberi e rumore di passi.

Il vuoto è alle spalle e un po’ mi sento colpevole.
Ma è solo il terzo capitolo.
C’è anche chi muore nei libri.

Di solito la salma viene fatta scivolare di lato.
Direttamente nel buio che scorre
fuori dalle finestre.

*

Vedete anche voi quel poeta
che sta fuori dalla finestra
e picchia sui vetri?
Che vorrà?

Mi avvicino
ed è già volato via!
Ho l’ufficio al 60° piano.
E’ un largo tappeto persiano.

 

 

 

Io.

Vivo confinato nel buio di una torre.
Seduto in basso, sul pavimento dove
arriva a stento la luce di un’alta finestra.
Sono io che lascio quei solchi nel fango,
sono le impronte dei miei zoccoli.

Quando un faro di luce, una cometa
lampeggia e non vi è nulla attorno
non la campagna, nemmeno il mare,
niente di niente, allora dove sono seduto
si accende un fuoco. Le cose ferme
prendono vita. Quindi diventano me:
metallo, legno, vetro, pavimento,
porte, finestre e tutta la casa.

Tocco. Accarezzo.
Guardo nel buio il mio riflesso.
Non faccio rumore.

 

 

 

Favelas.

La copia della copia di Narciso sventola
sul fiume rievocando una réclame.
Nel sottopasso Margerita si rifà le ciglia.

(Uno brucia tutto quel che può durante il giorno
e la sera brucia se stesso. Il programma
è talmente perfetto che l’incognita ingigantisce)

Quindi, mentre il veleno affonda tra le vesti di Margherita
anche il suo ritratto impazzisce. Non una smorfia
ma il dettato seducente della verità mentre gioca

col rossetto. E scrive t’amo, come fosse carnevale
alle favelas di Rio De Janeiro. I ragazzi senza lambretta
le passeggiate su blocchi di cemento e nemmeno un bar.

Ho lasciato un pettirosso tra le fauci dei dobermann.
Non so come districare l’arsenico dalle ciglia.
Correre in soccorso alla luna che non ce la fa.

 

 

 

La caduta rovinosa di Trump.

Ho nel cervello
un fiume di barche senza calze
quindi con tanti lividi.
Sugli occhiali una rassegna
di pigmenti dell’ultima ora;
già da rivedere
in base a quel che il futuro sta dicendo:
per il verde mela dovremo aspettare
La caduta rovinosa di Trump.

Già so che non capiremo un’acca
di quel che diranno i nostri ragazzi.
Infine saranno i pezzi arrugginiti
che avremo nel corpo a confermare
quel che già sappiamo,
l’oscura verità che si nasconde
oltre il cerchio delle lampade appese
sulle famiglie riunite:
un porcellino d’India!
Un salvadanaio in carne e ossa
per verità minuscole.
Vederlo razzolare contento.

E’ sempre così: nei momenti di crisi,
il buon umore dovuto all’eccesso di elegia
si stempera in un bagno di luce bianca.

(Oggi riflettevo sui tanti poeti che
per sentire le campane del dolore
devono appoggiarsi a parole come Auschwitz
e Dachau. A Ecuba e ai defunti della guerra di Troja.
Alla peggio s’aggrappano al loro mal di stomaco;
alla vecchiaia, oltre che naturalmente ALLA MORTE!
La propria oppure quella del padre).

(Diciamolo: le donne, anche da morte contano meno)

(Al confronto, il razzismo del Ku klux Klan fa davvero ridere)

(Ancora un verso di prosa e mi taglio le mani!)

(da rivedere)

(Però tutto finisce al bar.
E’ da lì che nascono le rivoluzioni.
Poi si va in piazza)

(A votare)

(Con giù il cappello).

 

 

 

A pesca sull’Himalaya.

Entra nel buio della cucina spenta,
s’accorge di quanto effimera sia la sua presenza,
esce e ci ritorna.
Scrive
In un catalogo di stelle e A pesca sull’Himalaya.

Si accorge di una matita pericolante.
La mette al sicuro.
Sottolinea
Il futuro in quella notte soltanto.

Dove non si vedono stelle,
riflessa nei vetri compare la sagoma scura
del terrestre, tutto testa e braccia.

L’isola piena di vento.

L’arsenale delle reliquie.

Il giorno dopo.

E Buddha rispose.

Un guaio dopo l’altro.

 

 

 

Ballerine.

I.
Del pianista non si hanno notizie.
Vestiva sempre di nero, a volte una camicia bianca.
Aveva mani delicate.
Perso in panoramiche di colline francesi e sigle televisive.
Al villaggio, prima di arrivare a Bourges,
tra i mezzitoni del pomeriggio e Les Feuilles mortes.
Ma le sedie del bistrò sulla via erano deserte.
Alcuni paesani giocavano a bocce.
E io devo struccarmi.

II.
Non c’è gran differenza tra camminare e danzare.
L’autotrasporto conduce al bosco dove scure ballerine
si lasciano suonare da flauti di Pan. Eppure
è musica romantica, quasi gardenia. L’umido sesso
fiorito in notturni abbandoni. Mai musica dentro
mi fece sentire così. Come sul palcoscenico una vedova
alle proprie nozze. Quel che si perde sempre ritorna.
Reggendo una tazza di tè al gelsomino.

III.
Senza più musica sul vimini della chaise long.
– Il nuovo repertorio sa di frutta, amarene glassate
e sangue di gente fucilata. Senza rappresentazione
mi toccherà morire per davvero. Con questa foglia
di mentuccia dentro la tasca.
Presto il cielo azzurro farà da sfondo. Inizieranno
le parole il loro tour, di fianco a diapositive sorridenti.
Sul mare tranquillo vola bianca una breve storia.
Ora provo i cento modi per uscire di casa.
Senza le scarpe.

 

 

 

Tre chiese.

I.
Qui non ci sono montagne. Nel buio cinematografico
le carnagioni risplendono disegnate, più scure del reale
più fascinose. Solo, nella luce gialla nuota piccolo Dio
pescechiaro, il senza porte e finestre, colui che accende
pensieri liquidi: infinita stanza d’affitto, piano terra.
Scenografia di giardinetti, non si contano i profili di luna
sui tabernacoli. Interi palazzi illuminati da candele.
Un grande silenzio segue la burrasca dei pensieri diurni!
Passi tra le onde degli alberi. Vibrazioni in sotterranea.
Ovunque numeri.

II.
Indossa grandi occhiali scuri, la montatura massiccia.
E’ sempre voltato di spalle, guarda sempre altrove.
La sua giacca beige da mezzo busto sfuma in basso
dove son trasparenti le cose che passano. Sulle ombre
cadono biglietti d’appunti: grafici, annotazioni di fisica.
Risposte. L’incenso nel vento si fa sentire alle tempie,
occhi naso e bocca fuoriescono muti. Verità severe
come alte finestre tra colonne, trasmettono marine
e scritte. E’ il suo turno, tossisce, si guarda le mani.
Le unghie.

III.
Il bacio sa di te. L’ho imparato a memoria. Possiamo
guardarci i profili. Restare assorti, come fossimo in coda
davanti a due uffici diversi. Ma non c’è nessuno davanti,
nessuno oltre noi. Il palazzo celeste in fondo al viale
indica il sottosuolo, il pianeta che avvertiamo sotto le scarpe.
Hai belle gambe, rametto di salvia e capelli scuri.
Sssssh! Fai silenzio. Labbra sporte e borsetta sottobraccio.
Tra le nervature del marciapiede scorre acqua azzurrina.
Poi siamo soli. Volta pagina. La tua voce nei pensieri
canta.

 

 

 

Gregory Corso

Già convertiti, da sposare. Vuoi tu? Sì.

Scambiatevi. Insieme ⏜ ciascuno sulla propria sdraio

 

una celeste l’altra vermiglia ⏝ Spifferi di vuoto

nelle cornici. Drogarsi insieme.
Destinati al mare.

In ginocchio.

Insieme rivedere certe cantine.

Fame nera⏝ Colore menta. Stile Sartorialist

fine corsa, nel sottosuolo di un’isola deserta.
Gocciola come piovesse.
Sulla riva. A un passo dal pianeta.
Di questo si parla spesso.

Mi segno la fronte.

Ci sono strane forme di tempo,
varie ricchezze. Se non lui gli africani.
Prima o poi ce la faranno pagare.

Siamo al momento ⏜ Senza rumori di clacson, l’orizzonte.

Prima di: casa collezioni baci. Prima di Casa l’Abate.
Viene da piangere.

E’ ancora senza rumori di clacson, l’orizzonte.

In Pizza 16 euro. Il gioco dei nuovi stilisti
è fare musica con riso venere. Molto meno di un secolo
ma si farà. Comunque è approssimativo. Meno di barche
sul fiume Ottocento. A pranzo il miracolo di un’anguilla.

Musica di San Pietro.

Il fazzoletto ricamato a mano. Sul fondo piatto
con gli occhi chiusi, ispirato. Sia fatto il cuoio.
Giudice, Giudice. Già vendute più di duecento
civette. Non ci resta che il ricordo. La coppa pulita
con il panno. Dire solennemente:
«Oggi tre auto. Qui non passa nessuno»

Guardando una domanda nell’aria.

Signor Sindaco: sul finire delle giaculatorie
non sarebbe meglio attendere nel vicolo? I concittadini
e Diablo Natale sono alle porte.
Nessuna Reginetta per passare la notte.

Rimetto le chiavi al loro posto.

 

 

 

Scoppio di salute.

La fotografia di Scarlet Jeanson sfuma in alto con quella di un bravo ragazzo italiano che saluta tra le armate delle cartelle sottoschermo. Scrivere alla moda non costa fatica. Tutti i colori sono in nero Pentel.

E’ che la città deve vivere sul rivolo delle blatte indaffarate che portano la spesa da una parte all’altra. Da sotto le suole delle scarpe, quei pantaloni stretti alle caviglie. L’alito di una mosca. Mentre l’acqua scorre dalle grondaie alle fognature e si trasforma in Chanel.

Il canto degli scarafaggi, ocarine impazzite, come su Marte quando si scompongono le perpendicolari e si dà lo stato di allerta.
La petroliera dei sogni naviga in acque sicure (Maestà). Tra non molto anche i topi moriranno di fame.

Sulla linea occidentale degli occhiali tramonta uno spiffero di luce. Il lenzuolo è una montagna di ghiaccio.
Rotola un pomo di seta sul silenzio di Beethoven. E per oggi basta.

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76 pensieri riguardo “Pw: Hendcop54”

  1. L’Inconscio, il suo emergere nella poesia moderna da Alfredo de Palchi a Lucio Mayoor Tosi

    L’ esistenza dell’inconscio lo si deduce da « indizi e prove di altro genere». Quali? Freud risponde: lapsus, atti mancati, motti di spirito, sogni; tutto ciò che sorprende il soggetto e lo coglie in fallo rispetto al suo voler-dire. Ed io aggiungo: nelle poesie di Lucio Mayoor Tosi. Nella rappresentazione poetica di Tosi si verifica una coabitazione spaesante del paradosso e del capovolgimento frastico, un ritmo frenetico di immagini e di flash che si alternano e si rincorrono; negli enunciati che enunciano il già detto, si nasconde e viene ad evidenza il non detto, il non enunciato, il linguaggio latente, il rimosso, i lapsus, i lacerti intermessi e dismessi del linguaggio convenzionale…
    Abbiamo qui a che fare con una vera e propria messa fuori contesto del linguaggio poetico che corre per la circonvallazione del già detto, una vera e propria eversione del conformismo clericale della poesia di moda oggi.

    Quando tempo fa ho affermato con convinzione che la poesia di Alfredo de Palchi è la progenitrice della poesia di oggi,quella migliore, intendevo e alludevo al fatto indicato daLucio Mayoor Tosi:

    «In ognuna di queste poesie [ndr in esame] si avverte il bisogno di stare nel viaggio introspettivo, verso la conoscenza di sé ma tra le cose; quindi con l’intento di non fermarsi alla psicanalisi ma di trovare senso ontologico nell’esistere. Al lettore non interessa quale sia la psiche del poeta, quali i suoi tormenti, gli interessa di trovarsi coinvolto nel percorso introspettivo. Si tratta infatti di una nuova dimensione, tra psicanalisi e storia, una dimensione del tutto inedita e inusuale.
    Tra cent’anni, che diranno le persone di noi? Non sarà come adesso quando cerchiamo di leggere tra le rovine di civiltà passate: di noi si saprà tutto!».

    Verissimo. Appunto, «di noi si saprà tutto», per questo «di noi» non si saprà niente, perché quello che al lettore del futuro interesserà sarà sapere «qualcosa» circa il funzionamento della nostra psiche, conoscere ciò che noi siamo stati capaci di rappresentare di noi stessi. Per tutto il resto ci saranno miliardi e miliardi di immagini, della televisione e di internet che lo renderanno edotto. Quello che al lettore del futuro importerà sarà conoscere «qualcosa» che non è contenuto in quelle miliardi di immagini e di informazioni che navigano nell’etere di internet. Chiaro? Di questo si occupa la «nuova ontologia estetica». Per chi ancora non ha afferrato il concetto.

    L’io, dice Freud, è anche inconscio.1] Siamo di fronte a un problema cruciale. Una tale affermazione sembrerebbe a prima vista contraddire l’evidenza che l’io sia quella parte della psiche che gode della facoltà di corrispondere al pensiero cosciente. Per comprende la portata di una tale affermazione, occorre innanzitutto chiarire cosa sia l’inconscio, o almeno quale sia la sua estensione nel sistema freudiano, al fine di poter darne ragione e cogliere successivamente il luogo e lo statuto dell’io.
    Inconscio è innanzitutto la sede di quei contenuti, di quelle rappresentazioni che, per via dell’azione della rimozione, non raggiungono la coscienza. Nel sistema freudiano si distinguono rappresentazioni inconsce e rappresentazioni consce. Nella Nota sull’inconscio in psicoanalisi (1912) Freud chiama conscia «soltanto la rappresentazione che è presente nella nostra coscienza e di cui abbiamo percezione»2]. L’ovvietà di una simile definizione serve a tracciare la strada per il suo opposto, ossia per la definizione dell’inconscio:

    «Una rappresentazione inconscia è quindi una rappresentazione che non avvertiamo ma la cui esistenza siamo pronti ad ammettere in base a indizi e prove di altro genere».3]

    1] Cfr. S. Freud, Das Ich und das Es, in Gesammelte Werke, S. Fischer Verlag, Frankfurt a/M, (18 voll.); trad. it. a cura di Musatti C., in Opere vol. 9. L’Io e l’Es e altri scritti (1917-1923), Bollati Boringhieri, Torino 1977, §. L’Io e l’Es, p. 482.
    2] S. Freud, A note on the Unconscious in Psychoabalysis (1912), in Gesammelte Werke, op. cit.; trad. it. a cura di Musatti. C., in Opere vol. 6. Casi clinici e altri scritti (1906- 1912), Bollati Boringhieri, Torino 1974, Nota sull’inconscio in psicoanalisi (1912), p. 575.
    3] Cfr., Nota sull’inconscio in psicoanalisi (1912), cit; p. 576

      1. Capisco la difficoltà, ma a me non sembra poi così difficile dire “questa poesia non MI dice assolutamente nulla”. A nome di chi o cosa stai parlando, se non di te stesso?
        E pensaci due volte prima di scrivere “FORSE nemmeno lo è”

    1. Che fortuna avere un critico per amico! Pensa, caro Giorgio, se io e te fossimo rimasti amici o io fossi stata brava a fingere, come parleresti oggi bene di quel mio libro edito solo otto mesi fa nella collana di cui sei direttore…ho poco da obiettare su questi scritti che, di fatto e come tanti altri, godono di quel fare tipico italiano… Se hai un amico magari pure con una certa voce che ne parla bene, sei un Dio. Ops! Scusa, dimenticavo che sei ateo, ma non sciocco e avrai compreso bene. Comunque, sempre caro mi fosti caro Giorgio, che di tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo escludi…furbizia e inchini distinguono le persone. Ti saluto sorridendo.

    2. E’ grande onore per me poter avere un rapporto di amicizia e collaborazione con Giorgio Linguaglossa. E’ senza alcun dubbio tra i critici più interessanti di questo primo millennio in Italia. E un vero Don Chisciotte.

  2. Entrando nella Storia con una lente d’ingrandimento si vedranno miriadi di corpuscoli, esseri ininfluenti che non intaccano i meccanismi della cosa pubblica ormai avviata al completamento del programma di falsità diffusa, ovvero della rifondazione di un reale non più obbligato a doversi rapportare con la natura ma con l’economia. L’apporto dei corpuscoli è significativo quando serve da lubrificante allo scorrere “felice” delle risorse. Oltre questo non hanno funzione. Nel tentativo di cogliere e comprendere il senso della complessità, alcune cellule impazzite inglobano come specchi le molte sfaccettature e le riflettono in forma di luce; il loro scopo è creare lampeggiamenti di distrazione e attenzione, di senza memoria e nuova memoria. Sono quindi fondanti di una nuova visione ontologica e allo stesso tempo annunciano la presenza di un cambio di paradigma. Non è come mettere zucchero nel serbatoio della benzina, si tratta piuttosto di convertire il prodotto finito in non più guerre ma nutrimenti. I poeti sono specchi non indifferenti. Senza essere veri per la Storia, senza compiacere né consolare, semplicemente tolgono un occhio ai due che abbiamo ciascuno in viso, dieci passi al percorso che crediamo di avere appena compiuto… Non altra ragione offrono ma onesta visione di smarrimento: risveglio dal torpore delle consuetudini. Vita. Quindi nuova conoscenza, scientifica e filosofica, altre architetture con domotica al servizio; e alberi, alberi in gran quantità. Nuova visione e percezione del tempo-morte e dello spazio. Piaceri della convivenza. Il tutto senza che salti una lampadina o un bit. Poi, se avvenisse più in fretta, tanto meglio. Ma continuare a riprodursi vecchi, questo è il peggio che si possa fare. Che c’entra? Niente. Come è niente tutto ciò a cui stiamo pericolosamente e religiosamente aggrappati. Questa mia può sembrare una dichiarazione di poetica; purtroppo no, non sono tanto bravo da poterci arrivare da solo.
    Scritto e improvvisato oggi, 14 sett. per sentimento di gratitudine verso la redazione di questa rivista, per lo spazio che mi è stato amichevolmente concesso.

    1. se si fa una passeggiata in montagna e si solleva un sasso si vedrà una miriade di insetti terragnoli fuggire da ogni parte, gli effetti speciali sono ovunque, la poesia latita

  3. scarlet jeanson è una marca di pantaloni da donna di qualità medio bassa, Scarlett Johansson invece è una gran fica, questa l’enorme differenza tra questa insignificanza e la Poesia

  4. Lotman, in La Cultura e l’Esplosione. Prevedibilità e imprevedibilità (1993), dopo aver affermato che il sistema culturale è da sempre connesso con il sistema extraculturale, pone l’accento sulle dinamiche della cultura, la quale si muove sempre attraverso processi graduali di trasformazioni, prevedibili come imprevedibili, esplosivi. I processi prevedibili e i processi imprevedibili sono complementari, i primi non esistono senza i secondi e viceversa.
    La poesia di Lucio Mayoor Tosi si colloca in un intervallo tra prevedibilità e imprevedibilità. I referenti letterari sono chiari, attingono linfa dalla surrealtà. Ma il dato caratteristico dei versi di Mayoor è precipuamente la simbolizzazione dell’assente, ovvero l’operazione storica che denomina l’assente. E ci si chiede, chi è l’assente?

    1. Egregia signora, potrebbe cortesemente spiegare a “chi” o a “cosa” si riferisce col suo sibillino “come volevasi dimostrare”? Il suo messaggino da iniziati di non si sa bene quale recondita confraternita finisce per essere offensivo nei confronti di chi, Dora nello specifico, ha: invitato Tosi e ospitato i suoi testi (non pubblichiamo niente, se non interessa a qualcuno di noi); dedicato il suo tempo alla confezione del post (due volte); dato una veste graficamente ricercata al tutto, al contrario di quello che avviene da qualche altra parte, dove testi e articoli sono un’accozzaglia di illeggibili paccottiglie.

      Se ha qualcosa da dire, non tema, nessuno la morde.

      g.

      1. gentile gemrebstein, il mio sibillino”come volevasi dimostrare” è riferito ai commenti di Almerighi. Non sono rivolti al blog. Che mi ringrazi, piuttosto , se ancora non l’ho denunciato per ingiuria(vedi commenti sul social da me conservati). Questa persona (se così si puo’ definire) offende senza alcun motivo Mi aspetto di tutto da una personalità disturbata e vendicativa. Poi per cosa?. Forse dovrei copiare e incollare qui la sua mail di rIchiesta per pubblicare sul suo blog? Per inciso non temo i morsi, ma preferisco evitare chi si esprime come uno scaricatore di porto pur essendo un assicuratore.. oscuro?Detto ciò non intendo replicare. Non è mia abitudine intralciare il percorso di un’artista. E poi questo è un blog di poesia. Vi auguro un buon proseguimento .

        P.S.
        Deduca lei il motivo della sua rabbia perchè fino a poco tempo fa ha mangiato da un’altra parte. Ora ci sputa sopra, anzi non aspetta altro che muovere insulti. Ecco il mio sibillino ….. Mi scuso, anche, per il commento tedioso.Ribadisco : non era rivolto alla redazione nè al blog.

        firma
        l’oscura impiegata delle Poste
        Via Cordusio 4
        20123 Milano
        2°Piano
        Settore Business Manager

  5. È sicuro che una luce chiara gli sia entrata da dietro?.?., ma a parte questo che non significa niente come il resto di queste storielle concordo con chi commenta all’onnipresente latitanza della poesia (qui e di più nel web ovviamente) ma non bisogna prendersela a male. C’è di peggio in giro. It’s sure!

    1. Marforio, se con qui intendevi questo sito, mi spieghi perché mai continui a venirci? chi te lo fa fare?
      Ci sono tanti blog, a iniziare dal tuo, dove la poesia non latita: perché non rimani lì? – così eviti il rischio di inquinare il tuo acutissimo ombelico critico…

      g.

  6. Ricevuto oggi da Mario M. Gabriele:

    ho letto le tue poesie. Devo confessarti che non è scrittura di tutti i giorni. Chi ci si avvicina deve scrollarsi di dosso ogni pregiudizio e adeguarsi al ricambio linguistico che già con fatica stiamo elaborando sull’Ombra. C’è un distacco enorme tra la Tradizione, vista in tutte le varie angolazioni, e il postmoderno, segmentato in varie proposizioni. Ho intravisto un linguaggio performativo e plurisensoriale, come cornici laterali di un quadro linguistico proteso verso le cose che parlano e non si ammutoliscono di fronte alla realtà mai afonica, ma sempre proteiforme, dove tu cerchi sempre le variabili costanti della vita e del nostro Essere qui e ora.

  7. Non è semplice interpretare Almerighi. Lui fa domande dirette e semplici, come “perché, cosa dice?” ( la poesia che ho scritto). Mi fa pensare a quando nelle gallerie d’arte qualcuno dice: cosa mi rappresenta quest’opera? Io risponderei: che ne so? Mica sono te.
    Al lettore chiedo la sua disponibilità a vedere; chi fosse abituato a leggere pensiero lineare potrebbe avere qualche problema. Per questo cerco, come posso, di scrivere con linguaggio semplice e naturale. So, o immagino di sapere, quando sta per addormentarsi ( a me capita spesso quando leggo poesia).
    Quanto detto potrebbe valere anche per IL significato. Poesia è sempre un fatto one to one tra fantasmi. L’unica verità indiscutibile è quando cade un vaso, una matita, quando bussano alla porta…

    1. se non sai nemmeno tu cosa vuoi (e cosa vuol) dire, che poesia è? Un pecora Dolly costruita in laboratorio e destinata a morire presto. Oppure un bimbo che gioca col pongo e poi ne fa di nuovo un grumo? Oggettivamente, fino a circa un annetto fa, tu scrivevi buona poesia, poi non si capisce bene cosa sia accaduto, forse una sorta di sindrome di Marco Bellocchio, che per sceneggiare nuovi film ha bisogno dello psico analista Fagioli? La tua metamorfosi permane un mistero. Non mi venire a tirar fuori la solita menata che il senso di una poesia sta in quello che ci trova il lettore. E neppure la menata dei fantasmi, o della spersonalizzazione o bimbumbam, perché non sono farina del tuo sacco, e nemmeno tu li sai spiegare con parole tue. O le avanguardie musicali di 50 60 anni fa, quelli sono specchietti per i grulli. Oggettivamente la Noe (nuovo obitorio etilico) è una specie di movimento nato tra autori che non hanno trovato affinità tra loro, ma sono stati chiusi in un recinto per volere di un critico che ha deciso a freddo che doveva nascere un nuovo movimento e che i canoni erano quelli. Alfredo De Palchi, poveretto, viene tirato fuori come padre nobile e portato in processione solo quando è funzionale, niente altro. Io mi vergognerei anche un po’ a circuire un anziano in quel modo. Il resto è sotto gli occhi di tutti, per dirla alla Gesù Cristo, chi non è con me è contro di me. Chi non scrive così è un poveraccio. Sappiamo bene entrambi come funziona. I risultati sono sotto gli occhi di tutti, un’oscura impiegata delle poste che si riduce a scrivere “poesie di rottura” in un’operazione che nel ’67 poteva anche essere di rottura, oggi è semplice turpiloquio da fari ridere i polli. Per ora avete creato lavori di una bruttezza unica e prodotto la peggior poetessa italiana vivente. Spero sia solo una crisi di crescita, ma finchè ve le cantate e suonate tra voi va benissimo, fuori dal recinto succede che qualcuno vi dice che il re è nudo. E te lo dico con affetto Tosi, perché per me sei stato un amico. Ciao buona domenica.

      1. Flavio, da me si dice “a lavare la testa a chi non vuole farsela lavare (ho volutamente usato una perifrasi), si perde acqua, tempo e sapone”. Sempre che una testa propria ci sia ;-) e non sia mutuata da altri. Alla fine, se Lucio è convinto delle sue scelte, ma che te frega, ma che te ‘mporta, se l’oste al vino c’ha messo l’acqua! Buona continuazione in poesia a tutti. Morto il Re, viva il Re!

  8. “Il cadavere giace rannicchiato con le mani sotto le guance
    come stesse ancora dormendo”

    “Il cadavere giace, le mani sotto le guance
    sembra dormire.”

    un ingenuo come di troppo a volte è troppo.
    comunque il cadavere c’è e si vede. Magari si svegliasse…

  9. “La poesia non si insegna: si possono insegnare le tecniche, le retoriche, le forme, i generi, le convenzioni, se ne può seguire lo sviluppo storico, l’interazione con altri campi espressivi, la teorizzazione estetica, il susseguirsi di poetiche: ma solo a posteriori, perché questo armamentario si riduce a puro deposito di nozioni senza vita, se prima non si desta lo stupore, se prima non avviene l’incontro con questo sguardo altro sul mondo e sulle cose che tutti, inconsapevolmente, ci portiamo dentro e che nessuna architettura teorica potrebbe mai esprimere senza che ci si imbatta, vi si precipiti e se ne sia avvinti, nel vivo della pagina che ci parla.”

    Nelle poesie di Tosi qui presentate, lo sguardo altro sul mondo si accende e brilla in “Ballerine” e, soprattutto, in “Tre chiese” (un testo bellissimo), con rari altri momenti, negli altri testi, dove l’autore riesce a far vivere l’immagine di luce propria, cortocircuitando non solo la “logica del senso” ma anche il suo residuo, che permane immutato nell’architettura sintattica. Il resto è “maniera”, quasi l’applicazione di un prontuario di regole fissate a tavolino e seguite con monotona successione, senza accensioni liberatorie dalla gabbia retorico-stilistica definita a priori. Non che ciò sia un male, in sé, ma l’operazione va a discapito della singolarità e irripetibilità del testo, risolvendosi in una serialità muta e priva di vita: laddove a ogni immagine, ad ogni termine, ad ogni segno se ne possono sostituire altri a piacimento senza che l’effetto globale muti la prospettiva estetico-gnoseologica – nell’atto della scrittura-composizione e, di conseguenza, nella ricezione – rimaniamo nel campo del puro esercizio manualistico, abbastanza fine a se stesso, narcisistico; quando ciò diventa impossibile, come nei testi citati, dove ogni sillaba, ogni accento, esclude qualsiasi intervento o forma di interpolazione, pena il crollo dell’intero edificio, siamo di fronte a un fatto espressivo compiuto, i.e. ad un “fatto artistico” di ottimo livello, capace di interrogare il lettore – interrogandosi.

    Saluti.

      1. “riandare a una parola primigenia, essenziale, disincrostata; restituire alla parola la sua libertà, quella di “essere”, prima di “significare”; farle parlare la lingua delle cose al loro primo apparire, prima che il circuito della rappresentazione/significazione la rinchiuda, attraverso i meccanismi tipici della tradizione museificata e della complicità accademica officiante, nel tritacarne delle etichette, degli schemi, delle omologanti artificiali pulsioni alla visibilità senza suono e senza sostanza”.
        Come potrei non essere d’accordo con quanto dice Francesco Marotta, in questa intervista?
        Eppure mi trovo nel paradosso di riconoscermi in una etichetta, come può essere accaduto? La risposta è semplice: etichetta è quel che appare scritto fuori, la prima cosa che tutti sanno leggere, ma nel contenitore c’è solo sostanza. Buona o cattiva non sta a me deciderlo. Io ci scrivo dentro, e quasi non sento fatica. Vi è una narrazione, nella complessità colta da frammenti, che consente l’emersione di ricordi e pensieri che stavano sepolti nell’inconscio, quel “riandare a una parola primigenia, essenziale, disincrostata” di cui parla Marotta. Parte da qui lo scatto di vita, intesa come continuo risveglio alle cose del mondo. Sogno e coscienza di sognare si alternano. Nell’alambicco che chiamiamo poesia tutto sta sempre accadendo…

    1. Grazie per l’apprezzamento e le parole di stima, gentile Alì Ghieri… e grazie per la lettura critica, della quale terrò conto anche in avvenire.
      Però, scrivere alla maniera di me stesso, ripetermi anche nei tecnicismi, a me non sembra una colpa tanto grave. Credo comunque di avere toccato il fondo nella poesia “Gregory Corso”: troppa era la voglia di scrivere una giaculatoria senza senso. In prima stesura era molto peggio, poi sono giunto a qualche compromesso con il linguaggio…
      In ginocchio, Mi segno la fronte, Viene da piangere: sono tracce, e in quanto tali possono passare inosservate.
      Però è vero, ci starò più attento.

      1. …solo un valido architetto può dare una simile interpretazione:
        “dove ogni sillaba, ogni accento, esclude qualsiasi intervento o forma di interpolazione, pena il crollo dell’intero edificio” . Vi sembra giusto lasciarci al buio dei vostri eteronimi?

  10. Ecco, quando parlavo di simbolizzazione dell’assente, nel mio precedente commento, intendevo proprio ciò che Ali Ghieri afferma “ l’autore riesce a far vivere l’immagine di luce propria” in testi come Tre Chiese e Ballerine.
    Il caro Lucio, afferma che, spesso, i suoi testi sono un insieme di titoli, e a tal proposito ho risposto che, infatti, in molti testi manca l’articolo, manca la Storia.

    1. Sì, titoli privi di storia. Capisco di chiedere troppo alla consuetudine, ma io sto portando all’estremo l’assenza di tutto – cosciente dell’avvenuto azzeramento delle operazioni linguistiche, prodotti dello sperimentalismo novecentesco – Agisco, in poesia, esattamente come in pittura vado cercando purezza di gesto e colore senza dovermi occupare della narrazione. Pura pittura e puro l’input che vorrei dare al linguaggio, in meno di un verso. Una sorta di aggiornato Neoprimitivismo e allo stesso tempo una gara di brevità con l’haiku; insomma avete capito, qualcosa che potrebbe mandare in confusione anche il “pensiero” in sms… Non lo faccio per esibirmi ma per evocare Casa, Albero, Fiume in modo che abbiano forma e colore:

      L’isola piena di vento.

      L’arsenale delle reliquie.

      Il giorno dopo.

      E Buddha rispose.

      Un guaio dopo l’altro.

      Non so se andarne fiero ma una mia invenzione, ne rivendico la paternità. Inoltre, sarò impazzito, ma ci leggo anche della narrazione. E’ solo questione di misura e saper intercalare. Nel libro che sto preparando non mancheranno esempi, alcuni riusciti altri meno: ciascuno di essi avrà il mio lasciapassare artistico.
      Ma questo solo un aspetto tra i tanti della mia rozzissima strumentazione – non mancano poesie “che dicono” come piacerebbe all’Almerighi, poesie per vedere, poesie dove le cose stanno accadendo – . Questo per smentire voci sulla passività e l’uniformità dei topolini che corrono dietro al flauto magico di chi sapete. Lascio a voi decidere se NOE sia una setta oppure semplicemente qualcosa che ha attinenza con l’esercizio della maieutica. Per quel che mi riguarda sto approfondendo l’indagine sul frammento. Non avete idea di quanto possa essere affascinate indagare nel molto piccolo. Sto anche valutando se sia sufficiente la punteggiatura resa possibile dalla tastiera; oh, è un gioco, se volete una sfida coi futuristi; però la punteggiatura deriva da scelte di linguaggio. Tutto s’incatena, tutto deve funzionare: come sempre si è fatto nei secoli in poesia. Io ho ancora parecchio da lavorare, dovete tenere conto che non ho studiato a lettere e filosofia… mi sento come stessi suonando su una tastiera per bambini, con solo due ottave. Sono costretto a fare come Basho, creare con quello che c’è e nient’altro.
      Io sono e anche il Nulla è; da queste ultime parole si dovrebbe capire l’influsso filosofico esercitato, anche su di me, da parte di Giorgio Linguaglossa; con il quale non mi riesce di dissentire, nonostante io arrivi da percorsi di conoscenza molto diversi dai suoi. Il confronto è continuamente aperto. Intensa è la collaborazione. La parte più difficile sta nell’avere fiducia. Tremano le gambe, a sessant’anni suonati essere come bambini. Comunque io vivo così da almeno trent’anni.

      1. Consentimi solo un piccolo appunto, tanto per chiarire la “politica” del blog, immutata da un decennio.

        Tu non sei stato invitato, e non ti abbiamo pubblicato, in quanto rappresentante di una scuola, di una poetica, di un’estetica più o meno “rivoluzionaria” o in quanto seguace di questo o di quell’altro “maestro” (una parola che, nel nostro piccolo, ci sentiamo di “odiare” cordialmente), ma soltanto perché il tuo “tentativo” di attraversamento delle avanguardie e dello sperimentalismo (in questo blog ci sono decine e decine di esempi) ci è parso interessante (nell’accezione etimologica del termine). Poiché siamo convinti (e ci ha convinti uno che la poesia la pratica, o la praticava, da molto più tempo di te e di tanti altri) che la poesia sia, per sua natura (come ogni arte in genere), un corpo “plurale e metamorfico”, che non può rinunciare, per esistere, a nessuno dei suoi infiniti volti, abbiamo ritenuto giusto presentare ai tanti lettori di questo blog un altro tassello del mosaico interminabile che essa è e sarà sempre.

        Quindi, ogni riferimento a “fatti” e “persone” estranei ai testi, magari per declinare la propria riconoscenza o affiliazione, è un esercizio retorico stucchevole. Ti spiego perché con un riferimento fresco di giornata a “ciò” a cui fai spesso e volentieri riferimento. Vedo (con piacere) che avete “imbarcato” anche Cristina Annino (bene: uno dei maggiori poeti “italiani” degli ultimi decenni): ti sei accorto, leggendola, che lei fa da mezzo secolo quello che voi sbandierate come una rivoluzionaria e geniale trovata partorita da chissà quale lampada o scatola magica? E, ti prego, non dirmi: sì, però, io/noi usiamo altri strumenti e andiamo in un’altra direzione: non ce n’è bisogno, hai capito benissimo quello che voglio dire.

        Un cordiale saluto.

        g.

  11. @ Francesca Dono

    Grazie per la risposta, chiedevo solo un chiarimento in merito alla sua affermazione che, ne converrà, poteva riguardare chiunque, in primo luogo l’autrice del post – che ne è l’unica responsabile, così come sono responsabili unici gli autori dei commenti, che intervenendo si assumono l’onere di quello che scrivono.

    Per il resto, i rapporti interpersonali tra i partecipanti al thread, positivi o negativi che siano, dovrebbero rimanere fuori dalla discussione, che riguarda unicamente i testi che vengono presentati – dei quali (ma solo di essi) si può dire tutto, dal “fa schifo” ai “complimenti” (magari cercando di spiegare perché fa schifo o perché ci si complimenta).

    Il blog è libero, aperto a tutti e senza nessuna moderazione preventiva o censura (non è mai successo). Tranne nei casi indicati qui (non è mai successo):
    https://rebstein.wordpress.com/disclaimer/

    La saluto.

    Gabriele

    1. Non che io tenessi a parlare della NOE, sebbene il farne parte appartenga al mio percorso, ma credo di essere caduto nel tranello di chi non aspettava altro che di poterne parlare. Male, ovviamente.
      Il resto è certo dovuto a vanità, per la quale mi scuso volentieri. Una sola domanda: come può accadere che alcuni scrivano alla maniera di cui si sta parlando e nessuno si sia mai sognato di porre in rilievo questa particolarità, tranne che per singoli casi?

  12. “Mi è stato dato un corpo – cosa devo farne
    così unico e mio?

    10 versi per Lucio Mayoor Tosi

    “Sui vetri dell’eternità si è steso
    il respiro di Lucio.
    Su di esso si è impresso un disegno indecifrabile.
    Dai segni si stacca il suo calore.
    Lasciamo che sgoccioli il sedimento dell’attimo …
    Questo disegno non si può cancellare.
    Il corpo del poeta esiste.
    E’ tutto ciò che non può essere negato.
    E il respiro di Lucio (che importa se indecifrabile per molti)
    da nessuno può esser cancellato.”

    Ottimo il confezionamento, e attraente la cura, dei versi proposti alla mia lettura da “La dimora del tempo”. In poesia conta anche la qualità
    del “contenitore”.

    Gino Rago

  13. Mi scuso con tutti per la sicura banalità del mio commento. Non ho la caratura intellettuale né la formazione né la cultura per scrivere cose, a tratti, interessanti come alcuni sopra. A me questa poesia piace moltissimo. Mi sembra del tutto uscire dallo schema piatto e claustrofobico della poesia italiana. Mi sembra molto vicina a molta poesia sudamericana, quella più interessante e innovativa degli ultimi 50 anni.

    1. La ringrazio, Massimiliano
      se non è scontato per un autore protetto da importanti case editrici, che quel che scrive possa piacere o interessare, s’immagini quanto lo sia per gli autori che come me razzolano nell’etere tenendo stretta la propria valigetta delle idee. Si ha l’impressione di balbettare in una stazione aerospaziale dove tutto ciò che vola è linguaggio… è in questo marasma che ci si accorge dell’importanza di un attimo.

      1. Sarà che sono abituato (e incline) a una poesia molto differente da quella di questo paese, come la brasiliana o la cilena, degli ultimi 40 anni, ma io nelle sue poesie vedo molta poesia. Complimenti.

  14. @ tutti

    O nei commenti vi attenete ai testi, dei quali potete scrivere quello che vi pare – la gamma è vastissima: da fetenzia a capolavoro c’è solo l’imbarazzo della scelta – o siamo costretti a chiuderli, e non solo a questo thread.

    Questo blog ha una “storia”, piccola o grande che sia, che merita un minimo di rispetto e non saremo noi a permettere che si trasformi in un pollaio di ripicche personali.

    Se ciò deve avvenire, può deciderlo solo chi ne è l’intestatario; ma in quel caso noi non ci saremo.

    gem-rebstein

    1. Mi sembra che tutti ci siamo attenuti alla poesia e alle persone che fanno la poesia. Quelle che chiamate ripicche personali sono solo verità utili affinché i troppi che ancora pensano alla poesia come a qualcosa di bello e roseo, si rendano conto da chi è fatta la poesia e di cosa si è capaci in poesia. Se poi vogliamo continuare a vivere nelle illusioni va bene. Con stima, aggiungo solo che a volte, bisognerebbe solo saper condurre l’eventuale discussione sorta, senza troncare di netto appellandosi alla propria autorità. Buon proseguimento e se possibile fatemi la cortesia di eliminare i miei interventi, poiché è inammissibile aver letto quanto ho letto su un mio amico e pretendere di stare zitti. Cordialmente,
      AnGre

  15. Comunque, mi chiedevo se le poesie proposte sono state presentate in ordine cronologico di scrittura, perché intravedo come una biforcazione nel percorso poetico (sì, mi sembra poesia) di Tosi. La voce “che racconta”, come dice lui, è una voce che mi piace, che sa dire e ha tanto da dire (anche io ho molto apprezzato Tre chiese e Ballerine, e altri frammenti), la voce “che non dice”, la poesia del frammento e del nonsense, direi che non rientra nei miei gusti, in quanto è un esercizio stilistico che mi sembra fine a se stesso (e non si porti a sostegno le diverse sperimentazioni poetiche del secolo scorso, che sperimentavano per meglio dire, non per “non dire”, o che esprimevano un deliberato tentativo di rottura di cui però era chiaro il background sociale… ma qui il discorso sarebbe molto lungo). Quello che non mi è chiaro di questa poetica, nello specifico di Tosi e in generale della Noe, è la missione ultima della poesia. Sarà che ho una visione classica, ma per me la poesia deve togliere veli non far svolazzare le tende e uno dei fini dovrebbe essere quello di creare un rapporto tra lettore e scrittore. Che cosa mi rimarrà, gentile Tosi, se ad un certo punto della sua sperimentazione mi presenterà solo punti, e forse qualche virgola (il punto interrogativo mi sembra tenuto in buona considerazione dalla Noe)? Ci sarebbe da discutere anche sul concetto di Nulla o di Assenza, ma mi fermo qui, ricordo solo che per Lacan, l’abbondantemente da lei/voi citato Lacan, l’Assenza pone sempre una domanda di Presenza, e questa Presenza non è duplicazione dell’Assenza (in uno sforzo conoscitivo o di comprensione dell’Altro da sé) ma assunzione maggiore della propria essenza di Presenza.
    La ringrazio e mi scuso se a tratti risulto oscura, è parola la mia di semplice lettrice di Poesia.

  16. Gentile Vengodalmare
    – a quanto pare nome e cognome non si usano più… – se dovessi pensare a un “semplice” lettore o lettrice allora sì che dovrei preoccuparmi per come scrivo! Invece io penso a lettori più intelligenti di me, capaci di immaginazione, quindi che sanno “vedere” oltre che ragionare di Lacan, di Nulla e di Assenza. Se vessi immaginato di smuovere simili pensieri mi sarei trattenuto dallo scrivere poesia, gliel’assicuro. Solo punti, virgole e… ma come le vengono in mente certe sciocchezze? Me lo dica, che io sono sempre in cerca di stranezze :)

  17. Utilizzare una metafora, o un paradosso, per esprimere il proprio pensiero non significa scrivere delle “sciocchezze”; sciocchezze, senza virgolette, sono certe risibili affermazioni, buttate lì come verità apodittiche, inconfutabili, frutto soltanto della presunta “autorità” di chi le scrive. Basta scorrere il commentario dall’inizio e se ne trova subito una macroscopica.

    g.

    1. Si capirà almeno che non scrivo poesia sapienziale. Certo, possiamo addentrarci nei tecnicismi ma andrebbe tenuto presente che poesia è un grido, qualcosa che ha a che fare con l’umano, in superficie e profondità. Dire che il nonsense è fine a se stesso, senza avere in mente almeno Beckett… e parlare di svelamento così, per partito preso, senza nemmeno accorgersi che qui siamo mille miglia distanti dalla tradizione, perché non cerco versi risolutivi – ho dubbi dubbi dubbi su qualunque verità – ma questi semmai sono portati dall’accadimento, ecco, significa che si sta leggendo in modo inadeguato, con aspettative che non mi riguardano, con criteri che non mi appartengono più.

  18. E allora, scusa, perché chiedi di essere pubblicato qui, quindi di farti conoscere anche da qualcuno estraneo alla cerchia di dieci persone – di cui fai parte – che ogni giorno si pubblicano, si leggono, si recensiscono e si incensano a vicenda?
    Non credi che sia, oltre che contraddittorio, un po’ avvilente (eufemismo) mostrare questo aristocratico distacco, questa sprezzatura, delle “istanze” di coloro che pure ti hanno dedicato il loro tempo, leggendoti? Che scrittore sei, se scegli i tuoi lettori a priori e gli “dici” anche come devono leggerti?
    Ma a chi ti rivolgi, Lucio Tosi? Te lo dico io: solo e unicamente alla cerchia di “dieci persone” di cui sopra. E allora, non è più coerente restarsene lì, “al calduccio”, coccolati e confortati -coccolando e confortando- dagli altri crociati del nuovo verbo?

    Dài, fai uno sforzo, ripìgliati: non esiste, e non esisterà mai, arte che non si confronti dialetticamente con l’universo espressivo che vuole mettersi alle spalle. Qualora esistesse, ha un solo nome: masturbazione.

    g.

    1. Vuoi scherzare? Guarda che io vi voglio bene. E vi sono anche grato per lo spazio che mi avete dato, lo considero un onore. Ho letto qui pagine molto belle… Sono però convinto di scrivere poesie fuori dalle righe, non le migliori poesie e nemmeno di novità assoluta. Ho solo individuato un sentiero che trovo percorribile e mi piace, perché dovrei dare retta ai turisti se gridano Di qua, non di là. Non ci guadagno nulla. Anche l’idea del cerchio ristretto è una vostra immaginazione (quando scrivo faccio come tutti: solo solo). Magari finisce in nulla – oddìo ‘sta parola quant’è oggi inflazionata! – ma non credo. Vedo che l’ispirazione torna e torna… Grazie davvero, tra i commenti ho anche letto cose che mi sono utili, su cui sto riflettendo. Non vivo di complimenti, non me ne faccio nulla. Spiace se si pensa questo.

  19. Profondo Atlantico.

    Abitavo presso una stella sul canale destro. Destro. Non cercare, non c’è nulla da cercare qui. Il musicante sta chiudendo il violino nella custodia. L’altro, il pagliaccio, è già seduto al nostro tavolo. Sfinito. Sophia dorme sotto il tavolo rassegnata. IL MARTINI S’ANNACQUA!!! Abitavo anche in un garage. Ma fu inutile. L’eremo, questo insieme di occhi, non è mai esistito. SIPEGA, SIEGA. Nemmeno sul più alto grattacielo, perché oltre si cade e si cade. Quindi, quanto le devo? Una poesia che metta buon umore? “Cane Pistillo era il suo nome bizzarro. Quello da tenere a mente, del suo fuori strada. Noi avevamo la Cinquecento. Ed eravamo felici” essere felici significa stare al top della contentezza “Il mare spegneva le sigarette”. E ora qui: “come una rosa la vita sfiorisce, tanto breve è il corso degli anni”, la musica sfuma nell’andirivieni del personale di servizio; “ed io senza ciabatte, in un singhiozzo rido. Più il mondo mi chiama a sé, più te me vorresti andare”. Ma non c’è luogo. Luogo non c’è.

    Mayoor ott 2017

  20. Io da mesi, oramai, rifiuto di adattarmi al webetismo, e mi sono ritirato nei miei studi. Per litigare mi rifugio tra i campetti di calcio (dove non ci si nasconde dietro a una tastiera a scrivere cazzate:// volano sani schiaffi e testate). Che dirti? Fai attenzione ai «critici»: i loro «giudizi» sono strettamente legati al binomio amicizia/inimicizia (strategie da mercato del bestiame). Ciò che scrivi è buono se sei consorte e, inspiegabilmente, diventa merda non appena divorzi. Scrivi ciò che senti, e fregatene altamente dei giudizi altrui. Perché i critici e i calzolai (che tra loro si insultano, tutti, di nascosto, disprezzandosi a vicenda e accusandosi reciprocamente di ignoranza) hanno la tendenza a farti le scarpe. E gridano, invidiosi, alla truffa (cioè alla mafiosità del sistema italiano) perché non sono mai stati tanto abili da inserirvisi. La loro non è consorteria: è movimento letterario certificato…

    [ritorno anonimo, un saluto a chi mi stima e un «didietro soffocante» a tutti gli altri]

    1. Caro Ivan,
      purtroppo vedo sempre prima il buono, nelle persone come nelle cose. E sono inguaribilmente sincero. Ma terrò conto dei consigli perché so che hai esperienza.
      La tua pagina mi piacque, sei rompiscatole ma poeta.
      Fai buona strada, e in bocca al lupo per tutto.

  21. Eh sì, la classe non è acqua…. Pozzoni e Tosi ogni volta che appaiono qui ne dimostrano a secchi e secchi. Una classe oceanica.
    Mi domando come si possa tenere una tale classe senza spostare di un millimetro l’asticella del comune poetare su internet.
    Il mistero dei poeti! Il mistero della poesia!

  22. Tosi, io sono uno di paese (parte campagna): certe poesie non è che non mi piacciono, è che non le capisco.
    Dicevo solo che se abbassa un po’ la cresta, magari alza pure un po’ l’asticella.

    1. Son fatto così, Dinamo. Nella poesia “Io” ho scritto:
      Tocco. Accarezzo.
      Guardo nel buio il mio riflesso.
      Non faccio rumore.

      E’ poesia strana per me, perché di solito non mi ci metto in prima persona. Ma a ben vedere non l’ho fatto nemmeno qui, tant’è che “Io” l’ho posto come oggetto: soggetto della poesia ma non di me. In una poesia con questo tema è normale (si può) scrivere “il mio riflesso” senza passare per narcisista. Ma “Non faccio rumore”: … quando anche lei è solo, non sente il silenzio? E non ci sta (insieme al silenzio, nel silenzio)? Quel Non faccio rumore, non è di tutte le persone quando solo sole? E’ un istante condiviso, quindi riconoscibile a molti; ma è anche un lampo!
      E’ difficile? Che dovrei fare, ricamarci un’allegoria, una metafora? Farci saltellare sopra un po’ do metrica?

  23. Signor Tosi, mi chiamo Marina e basta, il mio cognome lo do solo a persone abituate al rispetto.
    Rispondo, inutilmente lo so, solo per specificare alcuni punti.
    Il nonsense di Beckett, il suo teatro dell’assurdo, l’illogicità spiazzante dei suoi testi avevano l’obiettivo, non di allontanare, semmai di avvicinare le persone al teatro, al testo scritto, a ciò che comunque Beckett si proponeva di dire. Lei che non dice sciocchezze come me dovrebbe sapere che erano testi che si proponevano di aiutare l’uomo comune a liberarsi del conformismo e dell’oppressione culturale e sociale in cui l’uomo, alla fine delle due guerre, si trovava immerso. Dunque il nonsense di Beckett aveva nobili fini. Il suo nonsense resta fine a se stesso e ne dà prova quando dice che non le interessa minimamente che una semplice lettrice, quale io fortunatamente sono, riesca a leggerela e capirla, ma che lei si rivolge “in alto”, a chi è più capace di vedere .. vedere cosa, mi scusi? Il flusso della sua coscienza? Legittimato a farlo, come io sono legittimata a dire che posso trovare sterile e fine a se stessa questa sua operazione.
    Per quanto riguarda i punti e virgole, le faccio notare che è stato lei per primo a parlarne in un suo commento precedente, affermando che durante il suo processo creativo a volte non le bastano i simboli della tastiera. Facevo riferimento a questo quando mi prefiguravo una sua “alta” futura poesia.
    Quando parlo di “svelamento” intendo solo dire che dalla poesia mi aspetto una qualsiasi altra lettura delle cose, non la verità ultima; è il piacere di guardare la vita attraverso altri occhi.
    Infine di Nulla (di nullanelnulla ormai) o assenze e vuoti e tant’altro faccio presente che è il capostipite della sua corrente poetica a parlare e a riparlarne continuamente. Che esista un Nulla “alto” di cui uno può parlare e l’altro no ed io non me ne sono mai accorta? Può essere, tutto può essere a questo mondo.
    Infine, se l’obiettivo del suo scrivere (non esiste comportamento umano senza motivazione) è quello di allontanare gli stupidi, ebbene ci è riuscito: non leggerò più una sua poesia.
    Contenta di averla di nuovo divertita con le mie stranezze, le auguro buon vento. Mi scuso, invece, con tutte le altre persone per aver sentito l’inutile bisogno di rispondere.

    1. Cara Marina,
      le voglio bene ma siamo incompatibili. Lei non è stupida come vuol far credere, ha solo in testa idee che sembrano farfalle; come ad esempio quella di Beckett, che aveva l’obiettivo di avvicinare le persone al teatro. Dai, fa ridere. E se avesse invece tentato di allontanarle da certa rappresentazione, da certo teatro? Perché, vede, pure che sono nessuno, ci sto provando anch’io con la poesia italiana; certo, a modo mio e con i poveri mezzi di cui dispongo. Ci provi anche lei (siamo onesti, qui non esistono semplici lettori, forse solo lettori confusi da paradigmi invisibili, quelli appunto verso i quali mi sto ribellando). Sia folle se vuole scrivere poesia; si cerchi, sia se stessa. Poi, vada come vada…

      1. Era ovvio che, parlando di Beckett, mi riferissi al suo modo di intendere il teatro, non certo a quello classico.
        E inoltre non credo proprio di aver detto di scrivere poesie, né l’ho mai fatto in vita mia.
        Vede, non è che siamo incompatibili, semplicemente è lei ad essere malevole nei miei confronti. Sono ben salda, stia tranquillo, non ho ancora bisogno di trovare me stessa semplicemente perché ho voluto fare un commento sulla sua poesia (tra l’altro ho anche detto che una sua certa forma mi piaceva anche!). Chiudiamo qui il discorso, per favore. Non ho niente da dimostrare a nessuno e mi piacciono le farfalle libere.

  24. Bisogna anche saper distinguere tra poeta e poeta sapiente. Troppo spesso si crede al secondo, il quale detta legge perché si assume la responsabilità di proteggere e difendere la langue dagli assalti – specie di questi tempi, per il proliferare di poesie sul web… oh, quant’è antipatico l’altrui narcisismo! –. Interessi personali non ve ne possono essere: che si guadagna a scrivere poesie?
    Io scrivo nel linguaggio plebeo di questi tempi; lo si si dovrebbe sentire, non sono cose che si possono cancellare facilmente. Se miglioro è perché poesia mi obbliga. Ma poesia non è solo sapienza, anche un grido (Howl) è comprensione, riconoscimento. In più, è accadimento (non rievocazione, descrizione, narrazione).
    Non so scrivere nel linguaggio specialistico della critica, quindi incontrerò sempre molte difficoltà nel farmi capire. Ma, francamente me ne infischio.

  25. @vengodalmare

    vorrei capisse le mie ragioni: qui si è detta d’accordo con Alì Ghieri nel preferire Tre chiese e Ballerine alle altre, non mi dice perché ma si preoccupa cospicuamente delle cose che non le vanno. Ha commentato anche sul mio blog ripetendo quanto dettomi da Linguaglossa… Vede che non capisce? Ad esempio quanto dicevo a proposito della tastiera insufficiente (perché oggi pochi scrivono ancora a mano, io saltuariamente, se capita, di notte). la sorprende che qualcuno, dopo secoli di letteratura, si ponga ancora il problema della punteggiatura? E le pare una cosa di poco conto?
    Finora l’unico parere, specialistico quanto si vuole ma pertinente e approfondito – per il quale ringrazio sentitamente –, anche se solleva quesiti che richiederebbero maggiore approfondimento – in quanto anche Alì Ghieri è portatore di un certo modo di concepire la poesia, e solo quello – per il resto si sta in piacevole compagnia. Anche le baruffe, a me piacciono.

  26. @ GEMREBSTEIN
    Chiedo che venga tolto il commento (video) di oggi di Flavio Almerighi. Nonostante io abbia sempre risposto gentilmente, con pazienza e sincerità ai suoi commenti – tutti del tipo “Mi piace-non-mi dice niente”, naturalmente senza degnarsi di entrare in uno solo dei miei versi, senza alcuna argomentazione critica – ricevo in cambio questo insulto.

    (…)

    [Parte del commento è stata rimossa in quanto, dato il contesto, risulta contraria ai principi della netiquette.]
    https://rebstein.wordpress.com/disclaimer/

  27. Il gestore assicura la più assoluta libertà di pensiero e di critica nei commenti, riservandosi il diritto di eliminare tutto quanto sia lesivo della dignità umana e del rispetto di ogni forma di diversità.”

    Ci sono dei limiti che non andrebbero mai superati, neanche negli scambi dialettici più duri e accesi. Il contenzioso deve riguardare i testi, per altre questioni usate le mail private.

    gem-rebstein

  28. Grazie, non mi aspettavo un simile complimento. Io mi sforzo sempre di aiutare il lettore a leggermi senza i suoi paraocchi mentali, e nemmeno con il comune senso della ragione; ma forse non sono abbastanza suadente, devo sempre ricordarmi che abbiamo sempre letto facendoci portare per mano dall’autore. Io invece mi stacco ogni due per te, lascio anche il tempo all’Almerrighi per rigurgitare i suoi NO!
    Però, lui lo sa che è proprio a causa di queste sue indelicatezze che ha perso degli amici. A volte mi chiedo: ma c’è da fidarsi dei poeti? Voglio dire, se una persona è malata, sindrome distorta, scarsa capacità di interiorizzare, zero psicanalisi ( in senso utile), affetto da annebbiamento del senso critico verso quel che scrive e come lo fa, presunzione, insicurezza dovuta a complesso di inferiorità o di inadeguatezza, ecc. che mai può avere da dire all’umanità, che all’umanità possa servire e far bene?

    1. É quello che mi domando leggendo certi pezzi proposti a gran voce e con strilli colorati (dicono sia arte creata da te, Lucio) e prepotentemente chiamati poesia per volontà calata dall’alto: che mai possono avere da dire all’umanità, che all’umanità possa servire e far bene?

  29. @ Tosi e tutti

    Questo è inderogabilmente l’ultimo commento a questo post: la “discussione” (interpretate voi le virgolette) finisce qui.

    Non abbiamo chiuso il commentario per non creare un precedente non in linea con gli orientamenti di questo blog, ma state facendo di tutto per farci ricredere. Sarà cancellato ogni ulteriore aggiunta a questo umiliante spettacolino.

    Avete tutti un blog personale, a quanto sembra: usate quello per i vostri conti in sospeso.

    d. m.

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